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Minniti, la violenza del potere e la risposta necessaria

 

FONTE:Rete della Conoscenza

 

Fino a qualche mese fa nessuno di noi si sarebbe aspettato di arrivare quasi al punto di rimpiangere Alfano nel suo precedente ruolo al Ministero degli Interni. Eppure una serie di avvenimenti nelle ultime settimane hanno fatto emergere quello che sembra sempre più un vero e proprio sceriffo con pieni poteri nel nostro paese: Marco Minniti.
Crediamo che questo passaggio negli ultimi mesi di governo targato PD necessiti di una riflessione attenta che ci possa aiutare ad individuare le forme e le pratiche per scalfire un potere che non pare voler fare distinguo sugli strumenti di autoconservazione da adottare, per aprire gli spazi alla movimentazione sociale e alle istanze prodotte quotidianamente dal basso.
Mercoledì, infatti, il Senato ha dato l’ok al decreto immigrazione, ricorrendo come al solito allo strumento della fiducia. Raccontato come un avanzamento nelle politiche di accoglienza nel nostro paese, rappresenta invece un ulteriore attacco a migranti e richiedenti asilo. Il decreto, infatti, che ora aspetta solo l’approvazione della Camera, prevede la costituzione di nuovi Cie sparsi in tutte le regioni italiane che diventerebbero Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), l’abolizione dell’appello nelle procedure per le richieste di asilo e l’istituzione di 26 sezioni specializzate nell’esame dei ricorsi contro il rifiuto delle richieste di asilo e dei provvedimenti di espulsione.
Questo decreto avrà delle conseguenze terribili sul tema migranti: da diverso tempo moltissime idomenirealtà che lavorano fianco a fianco con chi migra provano a raccontare la violenza dei Cie, la loro inadeguatezza nel garantire anche solo servizi essenziali in maniera dignitosa. Tutto ciò è dimostrato anche dai recenti fatti di cronaca, che danno la rappresentazione concreta di quanto i Cie siano in realtà dei lager in cui i migranti vengono rinchiusi in attesa di essere identificati, espulsi e costretti di nuovo alla fuga e messi in pericolo di vita. Delle vere e proprie carceri in cui si viene ingabbiati senza aver commesso alcun reato ma per motivi politici, ovvero per la propria etnia e per il proprio paese di provenienza. Non possiamo più accettare che con la retorica dell’accoglienza si spacci la detenzione delle persone e la negazione di qualsiasi diritto umano, quando invece questi grandi centri andrebbero chiusi e sostituiti con una politica della micro-accoglienza realmente diffusa sui territori. Non cambierà nulla, solo il nome; poiché ancora una volta si continuerà a giocare con le vite dei migranti senza rispettare i più basilari principi umanitari.
Rispetto, invece, all’abolizione dell’appello nelle procedure per le richieste di asilo, si arriverà, nei fatti, ad una giustizia a due corsie, in cui qualcuno sarà meno uguale degli altri, in cui la legge non è uguale per tutti. Manca quindi totalmente qualsiasi principio di solidarietà e giustizia.
Ancora, nel decreto torna la questione di impiegare i migranti per lavori socialmente utili. È il modello dell’occupabilità, che noi giovani precarizzati conosciamo bene: lavoro sfruttato o gratuito per sperare in un’inclusione sociale rimandata a data da destinarsi, una forma di schiavitù razzista. Il lavoro deve essere libero e pagato, non può diventare il prezzo per il diritto alla fuga dalla guerra e dalla carestia.
Nel quadro italiano, in cui ancora vige la discriminante e razzista legge Bossi-Fini, e per cui l’ONU, proprio in questi giorni, ha condannato il nostro Paese per non aver ancora eliminato il reato di immigrazione clandestina, si decide di continuare a perpetrare in maniera ancora più dura la violenza ai danni di chi scappa da guerre e fame, tramite nuovi meccanismi di criminalizzazione e segregazione. Un quadro reso ancora più violento dagli accordi siglati da Italia ed Europa: quello con la Turchia che prevede il respingimento dei migranti e finanziamenti ingenti in mano al dittatore Erdogan per gestire i flussi migratori, e le discussioni del nostro Paese con la Libia, che puntano solo a tenere quanto più distanti i migranti dalle nostre coste e dal nostro Paese, senza riflessioni sulle condizioni disumane a cui le persone verranno sottoposte e senza voler realmente risolvere il problema. Molti di questi accordi andranno valutati nelle prossime settimane rispetto alla loro valenza e ai loro contenuti.
In aggiunta, quindi, a questi aspetti, il decreto in sé, infine, è da rifiutare nella sua totalità e da respingere in tutto il suo portato ideologico; un decreto che si inserisce in una visione securitaria del fenomeno e che va inscritto nella complessità del dibattito politico, segnato ancora da un’idea di chiusura nazionale e di ritorno alla politica delle frontiere. Sono questi infatti i caratteri di una discussione politica internazionale che vedrà nelle elezioni francesi di fine aprile uno dei punti di caduta centrali nei prossimi mesi, dc3a9linquants-solidairesdove all’avanzata di forze xenofobe e fasciste si risponde con un inseguimento a destra da parte delle forze più moderate, dentro un quadro di attacco trasversale alle fette più marginali della società.
Così come spaventa la scelta, contenuta nel decreto sicurezza, di colpire ogni forma di solidarietà nei confronti di chi migra, quelle forme di attivismo e accoglienza dal basso che quotidianamente praticano un modello di società aperto e inclusivo. Non ci resta che disobbedire in maniera sistematica a queste norme ingiuste, nei nostri spazi, nelle nostre città e alle frontiere interne ed esterne di questa Europa, rivendicando a livello di base la libertà di movimento di tutte e di tutti.
Ma è in questo secondo decreto a firma Minniti che si delinea invece chiaramente la strategia governativa in materia di gestione dei conflitti, o meglio nel tentativo di una loro definitiva repressione. Un disegno che nasce dalla sistematizzazione alle nostre latitudini dello stato d’emergenza sul modello francese, messo in campo come risposta agli attentati, utilizzato invece direttamente per colpire attivisti e militanti, dando mano libera a Valls nel reprimere le lotte sociali, in particolare nei confronti della straordinaria mobilitazione contro la Loi Travail .
Nelle nostre città già da alcuni anni denunciamo l’inasprimento di un inaccettabile clima repressivo, che si palesa nel continuo accentramento di poteri nelle mani di prefetti e questori. Abbiamo provato ad interrogare la politica rispetto al suo ruolo sempre più residuale nel fornire risposte che non si fondassero sulla mera gestione dell’ordine pubblico, sulla scelta di colpire senza alcuna remora quei soggetti che si autorganizzano nella risposta ai bisogni materiali disattesi così come avviene con la quotidianità di sfratti e sgomberi.
Nell’insicurezza sociale che attanaglia la popolazione del nostro paese si alimenta ed esaspera invece un sentimento di paura verso tutto ciò che non è normalizzato, conformato all’idea di paese imposta dai poteri che l’hanno sempre governato. E sono queste le anomalie da colpire, da eliminare dalla scena pubblica dentro un più complessivo disegno di controllo del paese, degli individui e delle collettività che lo vivono.
Nel fare questo il Ministro dell’Interno sceglie di riproporre gli stessi strumenti già ampiamente utilizzati nella gestione delle curve negli stadi italiani, a partire dall’introduzione del cd. DASPO urbano. Un vero e proprio tentativo di marginalizzare ciò che non risponde al loro ordine costituito, tramite dispositivi giudiziari preventivi messi a disposizione di sindaci e questori. Ed è lo stesso meccanismo che vediamo applicato tramite l’infame utilizzo dei fogli di via preventivi che abbiamo dovuto osservare nell’ultima settimana, all’interno di una strategia di rimozione fisica di ogni forma di dissenso.
Facendo riferimento agli appuntamenti dei vari G7 che si terranno nel nostro paese nell’arco dei prossimi mesi, il Ministro ha già indicato come sarà precisamente questa la strategia di gestione delle mobilitazioni in costruzione. Un modello che secondo Minniti “ha dato ottimi risultati” in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dei trattati europei: 2000 persone controllate preventivamente, più di 200 attivisti fermati perché trovati in possesso di felpe con cappuccio e kway, più di 30 fogli di via fino a 3 anni di durata, comminati sulla base dell’”orientamento ideologico” (cit. Guido Marino, questore di Roma), a chi ha provato a raggiungere la capitale. La giornata di sabato 25 ha rappresentato un punto di non ritorno nella gestione dell’ordine pubblico da parte del Ministero dell’Interno. Una nuova macchia indelebile sulla qualità di una democrazia totalmente svuotata nel paese, sostanziata dall’arbitraria negazione della libertà di movimento interna alle nostre città. A questo si aggiungono le direttive impartite ai reparti delle forze dell’ordine per quanto riguarda la manifestazione pomeridiana contro il vertice, quando uno spezzone del corteo è stato, senza alcun motivo, letteralmente caricato e bloccato per ore da centinaia di uomini, blindati e idranti, vedendosi negato a lungo la possibilità di arrivare in fondo al percorso autorizzato dalla Questura.
Una giornata che invece negli uffici del Viminale rappresenta l’esempio da seguire, come confermato dalle parole del Ministro e dai primi fogli di via notificati a Bari, in previsione del G7 della finanza che si terrà nel capoluogo pugliese tra poco più di un mese.
E allora ci chiediamo se l’insediamento di Minniti, con il rimpasto di governo post sconfitta referendaria, non rappresenti proprio la messa in atto in altre forme di alcuni dei principi della riforma costituzionale, sui quali Renzi ha subito la batosta del 4 Dicembre. L’idea di un potere che si impone a tutti costi, tramite la rimozione di ogni ostacolo e presidio democratico, che questo avvenga in forma normativa o tramite un intervento manu militari, come quello che abbiamo dovuto subire in questi giorni. Quello che l’11 Marzo si è imposto, con un sostanziale commissariamento della città di Napoli, tramite l’intervento stesso del Ministero a difesa della calata di Salvini. Lo stesso che in Salento ha colpito, nelle giornate del 28 e 29, una popolazione che ha alzato la testa contro l’imposizione del TAP, ennesima grande opera che porta con sé devastazione e saccheggio dei territori per rispondere agli interessi privati delle multinazionali dell’energia.
Allo stesso tempo la figura del Ministro rappresenta l’esempio più limpido di un Partito Democratico che ha scelto, ormai da alcuni anni, di giocarsi la sua partita di consenso dentro una logica securitaria, all’inseguimento della demagogia xenofoba di Salvini e Meloni.
Non possiamo tra l’altro ignorare come il cofirmatario di entrambi i decreti sia quell’Andrea Orlando, ministro della Giustizia, che prova invece nella corsa alle primarie interne al partito a farsi bello con un nuovo sguardo rivolto alle marginalità sociali, a quel popolo dimenticato dai Democratici nel rispondere agli interessi dei soliti noti. Una co-responsabilità che chiaramente abbiamo voluto segnalare respingendo la presenza del candidato alle primarie PD dal corteo mattutino di Sabato 25, insieme a tanti/e altri/e attivisti/e antirazziste!
Non ci siamo cascati in passato e non ci cascheremo oggi: verso i prossimi mesi sarà necessario reimmaginare le parole e le pratiche che ci permettano di costruire un’efficace contronarrazione a quella del governo, del PD, dei media. Stanno provando a chiudere definitivamente in un angolo tutta quella movimentazione sociale diffusa che esiste, sebbene frammentata, e che incrocia quotidianamente il forte dissenso nei confronti di un sistema violento e prevaricatore.
I prossimi mesi, con gli appuntamenti dei G7, saranno un banco di prova importante per la nostra capacità di uscire da quell’angolo. E’ compito di tutte e tutti quello sforzo di immaginazione necessario a riaprire il campo, a riprenderci l’agibilità che ci vorrebbero sottrarre, nelle lotte di tutti i giorni così come nella ridefinizione di pratiche e discorsi intellegibili che possano generare la moltiplicazione e l’allargamento di quei conflitti che ogni giorno produciamo.