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Dopo 16 anni ancora Genova…ancora non è finita!

 

In seguito all’ufficializzazione della decisione della Corte dei diritti umani di Strasburgo ci ritroviamo, nuovamente, a ricordare che gli accadimenti delle giornate del Luglio 2001 sono, e tali resteranno, accadimenti fortemente presenti nella storia di questo paese.

La decisione del 6 aprile 2017 ufficializza, pubblicamente, la responsabilità dello Stato italiano nella violazione dei diritti umani e nelle torture inflitte in quei giorni nella caserma di Bolzaneto, reati, questi ultimi, non ancora regolamentati dal codice di procedura penale italiano.

L’ammissione di responsabilità dello Stato Italiano dei fatti accaduti e il risarcimento imposto per le prime sei parti lese non sono affatto la fase conclusiva di un accadimento storico, ma rappresentano la base e le fondamenta che creano un forte precedente per le future fasi processuali delle rimanenti parti lese.

Nei precedenti procedimenti penali, come nel caso della Diaz con condanna inflitta allo Stato italiano, non c’è mai stata l’ammissione da parte di quest’ultimo delle proprie responsabilità per le torture inflitte a Genova. Uno Stato, che spesso e volentieri ha praticato atti di tortura sia nei decenni precedenti a Genova e sia negli anni successi (Cucchi, Aldrovandi, Uva), oggi si ritrova costretto ad ammettere pubblicamente e ufficialmente tutto ciò che ha sempre negato. La scelta che ha portato alla volontà per alcune parti lese di continuare a procedere processualmente e per altre a definire la vicenda davanti alla Corte Europea non è assolutamente dettata né da una scelta di natura economica (altrimenti tutti avrebbero continuato processualmente per richiedere un risarcimento più alto con il rischio però di vedere lo Stato sì condannato al risarcimento per i danni causati alla persona ma senza mai ammettere le torture inflitte) né, tanto meno, da una spaccatura o divisione politica delle parti, ma semplicemente rappresenta una lotta su due fronti paralleli che porterà alla condanna dello Stato Italiano in sede processuale sulla base di una precedente ammissione di responsabilità di tortura. Nessun patteggiamento (la corte europea dei diritti umani tecnicamente non lo prevede) e nessuna contraddizione verso chi, delle altre parti lese, ha scelto di attendere la sentenza della Corte Europea all’esito dell’intero procedimento o verso chi ha scelto di non ricorrere alla Corte di Strasburgo lasciando il processo in Italia.

Non ci sono più parti in causa che ledono ognuno il diritto dell’altro nell’esercitare richiesta di dignità, giustizia sociale e la richiesta di risarcimenti morali e fisici per lesioni alla dignità umana. Non esiste discrasia tra le parti, esse non confliggono perché mirano ad ottenere l’introduzione del reato di tortura in Italia.

È oggettivo, però, che l’attualità della decisione di Strasburgo deve essere considerata un’apripista importante.

Genova non è finita perché tante altre “Genova” si ripropongono nelle lotte quotidiane portate avanti dai movimenti sociali: lo Stato si autoassolve dalle sue violenze e salvaguardia di chi le commette. Tutti coloro che scendono nelle “libere” piazze sono costretti a subire non solo violenze materiali ma anche persecuzioni giudiziarie: tutte lelotte per i diritti elementari si trasformano, così, in centinaia di migliaia di processi con condanne durissime. Al contrario, quando la violenza di Stato si accanisce verso le lotte sociali e come tale viene riconosciuta anche giurisdizionalmente, assistiamo ad ignobili assoluzioni o ad irrisorie condanne mai realmente scontate grazie alla prescrizione. A prova di tutto ciò i manifestanti di Genova hanno ricevuto condanne fino a 11 anni di carcere per ipotetici danneggiamenti alle cose, mentre gli agenti, reali responsabili di ogni genere di violenza contro le persone, hanno goduto dell’impunità o della prescrizione ed i loro superiori sono stati tutti promossi. A fronte di tanta vergogna i partiti politici, compresi coloro che parteciparono alle giornate di Genova, non hanno mai dato corso a quanto, invece, i movimenti hanno chiesto e chiedono ancora oggi. Per questo saranno importanti i livelli di pressione collettiva e di piazza con i quali rimettere al centro della discussione politica l’introduzione del reato di tortura, l’abolizione dei reati rivenienti dal fascista “Codice Rocco” e dei reati legati alle lotte sociali.

 

Comitati di quartiere Città Vecchia e Paolo VI Taranto
COBAS Taranto