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Un nuovo vocabolario per le carceri. Una discussione importante

 

Pare che tale Santi Consolo, direttore del DAP (Dipartimento amministrazione penitenziaria) abbia proposto un nuovo vocabolario per le carceri.

Un errore molto frequente è “trascurare” il linguaggio e consentire che questo continui a veicolare stereotipi. A Lenin è attribuita questa frase: «Non solo dico cose diverse da Bismark, ma le dico anche in maniera diversa». Per non parlare di Ronald Laing che definì il linguaggio psichiatrico “vocabolario di denigrazione”.

Santi Consolo non lo conosco; Radio Carcere lo accredita come un operatore in sintonia con il dettato costituzionale sulla “funzione” del carcere. Nel suo piccolo un Bergoglio del mondo delle sbarre, sempre secondo Radio carcere. E’ evidente che una persona possa essere collocata lì dalla perfidia della “istituzione totale” con scopi di immagine e non di sostanza. Vedremo.

Il suddetto Consolo al momento fa una proposta giusta: cambiare il linguaggio sulle carceri. Condivido: si tratta di termini che suonano come derisori, quantomeno: come nel caso di “scopino” o “spesino”. Vessatori sono termini – e pratiche – come la “domandina” che inducono uno scenario psicologico di infantilizzazione.

Ora in Italia le massime istituzioni, riguardo al linguaggio, hanno sempre tollerato tutto. Si rimane al governo perfino dopo avere definito gli immigrati “bingo bongo” oppure avere insultato le donne, chi ha un handicap, i meridionali. O dopo aver definito i centri sociali di Bologna “pidocchi” o “zecche”.

Aver letto Frantz Fanon non è obbligatorio, tanto meno essere d’accordo con lui. Ma se vogliamo, senza ipocrisie, che il linguaggio non sia uno strumento di aggressione la strada è lunga. Almeno si potrebbe iniziare.

In questa discussione sul linguaggio carcerario mi dicono sia intervenuto l’opinionista Michele Serra dicendo – in sostanza – che la proposta di Santi Consolo è poca cosa. Un magistrato gli risponde, con una lettera sul quotidiano «La Repubblica»; lettera che io condivido ritenendo tuttavia che occorra andare oltre. Lo scopino sarà definito «lavoratore addetto alle pulizie»? lo «spesino» diverrà lavoratore addetto all’approvvigionamento? la «domandina» sarà chiamata istanza? Possiamo continuare per confrontarci su un ampio vocabolario che riguardi tutto l’universo carcerario. Ma per non andare troppo oltre gli aspetti linguistici, il mio quesito è: l’ex-scopino avrà facoltà di eleggere un suo rls, cioè rappresentante dei lavoratori per la sicurezza?

Se vogliamo davvero contrastare il metodo denigratorio e infantilizzante non possiamo fermarci alle etichette. Il lavoratore che cambia qualifica nominale avrà diritto a quella forma di partecipazione e di democrazia che consiste nel poter eleggere il proprio rls? Solo se andiamo alla sostanza riusciamo a evitare operazioni gattopardesche. In altri termini se invece di “spazzino” mi chiamo “operatore ecologico” d’accordo, suona meglio; ma rimango esposto a rischi e nella mia organizzazione lavorativa non conto nulla. Tanto valeva fare lo spazzino che almeno mia nonna capisce meglio quello che faccio…

Infine non vorrei che finissimo a parlare solo in astratto. Un esempio: il carcere di Bologna ha ricevuto una nostra mail in cui chiediamo se il patrimonio librario è on-line; ciò al fine di stimolare le carceri a dichiarare i loro possedimenti e poter razionalizzare gli invii di libri che vengono periodicamente fatti. IL CARCERE NON RISPONDE.

Una domanda dunque a Santi Consolo: che termine devo usare per definire questo comportamento? Qualcosa in inglese tipo «Non responders» oppure «questi (del circolo Chico Mendes) che cazzo vogliono?».

Problemi di linguaggio e di sostanza. D’altra parte certe istituzioni sono state definite “totali” (da Basaglia e altri) perché si proclamano autosufficienti pur essendo impotenti (ai fini del dettato costituzionale che tutela la libertà e la salute). E’ una discussione importante, continuiamola.

 

Vito Totire