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La crociata dell’Espresso per inasprire il carcere duro

 

FONTE:il dubbio

 

Notizie non vere sul 41 bis

 

Scrive sull’Espresso il giornalista Lirio Abbate: «I capimafia detenuti in base alla speciale norma penitenziaria del 41 bis, dal 2009 ad oggi vengono sempre più spesso accompagnati a casa. In questo modo possono riabbracciare parenti e familiari, grazie ad uno speciale permesso che viene accordato dal magistrato di Sorveglianza il quale accoglie le richieste del detenuto. Non ci sono vetri divisori o stanze isolate come previsto dal 41 bis. Il boss lascia per alcune ore il carcere di massima sicurezza per andare a casa. E qui inizia il viavai. Come in una processione».
Questa è la testi dell’Espresso. Possiamo riassumerla così: troppa indulgenza, troppe concessioni. L’Espresso parla di casi dove i boss reclusi al 41 bis avrebbero “raggirato” la carcerazione speciale istituita nel 1992 in risposta alle stragi mafiose. Una carcerazione che trova le proprie radici già in una legge del 1977 che prevedeva un regime di carcerazione speciale istituito ad hoc per l’emergenza terrorismo che incendiava l’Italia in quegli anni.
Ma è vero – come dice l’Espresso – che ai detenuti reclusi al 41 bis viene concesso facilmente un permesso? Assolutamente no. Il regime del carcere duro esclude a priori qualsiasi tipo di beneficio che è invece appannaggio dei carcerati ‘ classici’, tipo la possibilità di accedere agli arresti domiciliari, semilibertà, permessi o possibilità di lavorare all’esterno del carcere. In aggiunta a queste, altre sono le misure restrittive imposte dal 41 bis e criticate per la loro eccessiva durezza dal senatore Luigi Manconi che, per la prima volta, aveva fatto redigere un dossier ben dettagliato dalla commissione dei diritti umani da lui preseduta.
Allora perché l’Espresso parla di permessi concordati dal magistrato? La motivazione sta nel fatto che per motivi familiari gravi – lutto o grave malattia da parte dei parenti più prossimi – il magistrato di sorveglianza può concedere un permesso speciale. Si tratta del “permesso di necessità” ed è contemplato dall’articolo 30 dell’ordinamento penitenziario, il quale recita che «nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso ( o. p. 30- bis) dal magistrato di sorveglianza ( o. p. 68) il permesso di recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento ( reg. es. 64), l’infermo». Permessi che vengono eseguiti con tanto di capillare controllo e scorta da parte della polizia penitenziaria. Inoltre tali permessi non vengono concessi in automatico e sono innumerevoli i casi di richieste respinte.
L’articolo dell’Espresso esordisce con l’esempio di Francesco Pesce – boss della ‘ ndrangheta arrestato nell’agosto del 2011 e sottoposto al 41 bis -, che avrebbe usufruito di un permesso per riabbracciare solo per qualche ora i suoi parenti e amici. Il Dubbio ha raggiunto l’avvocato Guido Contestabile – uno dei difensori del detenuto calabrese – il quale ha smentito categoricamente che il suo cliente abbia ricevuto il permesso: in realtà è stato ininterrottamente al 41 bis prima a Cuneo e da qualche anno nel carcere di Sassari.
In merito all’articolo de L’Espresso interviene anche l’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini. Raggiunta da Il Dubbio spiega senza mezzi termini che «quando scrive di 41- bis, Lirio Abbate sistema le cose a suo comodo, spingendo nella direzione di ulteriori inasprimenti del carcere duro temendo ( forse) che prima o poi qualche Corte superiore si pronunci contro quel regime di detenzione che da non pochi giuristi viene definito una vera e propria tortura». L’esponente radicale continua: «Abbate proprio non può sopportare che i magistrati di sorveglianza ( o il GIP per chi sta in 41- bis in attesa di giudizio) possano decidere di concedere un permesso di necessità e si guarda bene dal precisare che tale tipologia di permessi riguardi solo fatti drammatici per il detenuto che ne usufruisca, come la morte di uno stretto congiunto. Da come scrive Abbate, invece, sembra che i boss mafiosi scorrazzino per la penisola a loro piacimento per andare ad impartire ordini nei loro territori».
Rita Bernardini poi affronta la reale situazione del 41 bis: «Qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi che ordini potesse impartire a suo tempo dal 41bis Provenzano immobilizzato in un letto, incapace di intendere e di volere e di compiere gli atti quotidiani della vita oltre che alimentato artificialmente. Così come mi piacerebbe conoscere le motivazioni del 41- bis di tre ultranovantenni detenuti attualmente a Parma, uno dei quali malato di Alzheimer, o il fondamento del carcere duro per un Vincenzo Stranieri che la galera già se l’è fatta ma che è condannato ( per non si sa quanto tempo ancora) alla misura di sicurezza al 41bis, seppure sia stato appena operato da un tumore maligno alla gola» .

 

Damiano Aliprandi