NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

FIRMA PETIZIONE

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO

TERAMO SOLIDALE











G8Genova2001: 28 condannati a risarcire lo Stato per le torture a Bolzaneto

 

FONTE:Anticapitalista

 

Le torture a Bolzaneto durante il G8: sei milioni di euro per i danni causati allo Stato in seguito ai risarcimenti pagati a chi subì gli abusi nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001. Lo hanno stabilito i giudici della Corte dei conti di Genova che hanno condannato 28 persone, tra personale medico-sanitario, appartenenti della polizia, carabinieri e polizia penitenziaria. Tra questi anche Alfonso Sabella, all’epoca dei fatti capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e il generale Oronzo Doria, ex capo area della Liguria degli agenti di polizia penitenziaria. La procura, a vario titolo, aveva chiesto un risarcimento di 7 milioni di euro per i ristori pagati alle parti offese in sede penale e le spese legali e altri 5 milioni per il danno di immagine.

Per la procura contabile, nonostante la posizione di Alfonso Sabella fosse stata archiviata, vista la sua elevata posizione ricoperta nell’amministrazione penitenziaria, avrebbe dovuto controllare e vigilare affinché non avvenissero violenze e comportamenti scorretti. Stesse argomentazioni anche per il generale Oronzo Doria, assolto dalle accuse. Per il pm, oltre al danno patrimoniale, si doveva aggiungere anche il danno all’immagine dello Stato e delle varie amministrazioni, quantificato in 5 milioni di euro: gli episodi di violenza avvenuti a Bolzaneto «hanno determinato un danno d’immagine che forse non ha pari nella storia della Repubblica».

La caserma di polizia di Bolzaneto fu scelta come carcere provvisorio per le retate previste nelle manifestazioni no global del luglio 2001: lontano dal centro storico, dalle zone rossa e gialla, vicino allo svincolo autostradale. Si tramutò in un luogo di tortura fisica e psicologica per decine e decine di persone, desaparecidos per tre giorni, dopo essere stati arrestati a casaccio nelle strade di Genova oppure pescati nella mattanza della scuola Diaz.

Così settori della magistratura contabile, dopo quella ordinaria, scrivono sul luglio del 2001 una storia diversa dalla versione ufficiale sostenuta dai vari governi che si sono succeduti e dai vari inquilini del Viminale. A Genova fu davvero la più immane sospensione dei diritti umani in Occidente come sintetizzò Amnesty e come sostennero i protagonisti del “movimento dei movimenti”, la più importante sollevazione collettiva internazionale dopo gli anni ’70, in Italia e nel mondo. Proprio per questo la macchina del fango e della guerra si è dispiegata con una ferocia davvero inusuale a certe latitudini riuscendo non solo a disperdere quel movimento ma anche a impedire che fosse fatta luce sull’episodio più grave e irrimediabile: l’omicidio di Carlo Giuliani che raccolse un estintore solo dopo aver visto una pistola puntata su di lui da un carabiniere. Tutto ciò al termine di due ore di cariche illegittime da parte di un plotone dell’Arma su cui nessuna inchiesta della magistratura sarebbe stata fatta. Per anni i movimenti e settori dell’estrema sinistra hanno chiesto una vera inchiesta parlamentare ma l’ostinazione di destre, ds e poi Pd è sempre riuscita a respingere la richiesta sempre più debole nel corso degli anni. Finché la crisi e i processi di frammentazione non hanno deteriorato tanto i rapporti di forza quanto la memoria collettiva.

Sulla tortura il governo Renzi ha varato, nel luglio 2017 una norma scandalosa che non risponde affatto alla Convenzione internazionale firmata dall’Italia 30 anni prima. Che la nuova norma sia “inadeguata” e “reticente” lo sostengono anche i settori avanzati della magistratura e dell’associazionismo mentre i protagonisti di Bolzaneto, come i loro colleghi della Diaz, hanno proseguito quasi senza intralci fulgide carriere dentro e fuori le polizie. Così è stato per De Gennaro, potentissimo capo della polizia al tempo del G8, passato al vertice di Finmeccanica dopo aver ristrutturato i servizi segreti italici. Così per Alfonso Sabella, poi scelto da Marino a Roma per la delicatissima transizione dopo Mafia Capitale e celebrato proprio in queste settimane da una fiction in onda sulla tv di stato.

 

Checchino Antonini