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«A Poggioreale mi hanno picchiato nella cella “ zero” fino al coma»

 

FONTE:il dubbio

 

Roberto Leva, per fortuna, si è ripreso e ha denunciato i maltrattamenti ai microfoni di “fanpage”

 

LINK VIDEO:

 

https://youmedia.fanpage.it/video/aa/WwGa5uSwAB8Lhi_h

 

 

Sarebbe stato picchiato da alcuni agenti di polizia penitenziaria, colpito anche ai testicoli. Era finito in ospedale il 26 aprile scorso in grave condizioni tanto di finire in coma. Per fortuna si è ripreso e ha denunciato ai microfoni di Fanpage di essere stato selvaggiamente picchiato.
Parliamo di Roberto Leva, un ex tossicodipendente che doveva scontare sei mesi di carcere nel carcere napoletano di Poggioreale ma che è finito in ospedale in gravi condizioni con evidenti fratture ed ematomi sparsi in tutto il corpo. I familiari, nei giorni scorsi avevano quindi presentato un esposto in procura per sollecitare accertamenti su eventuali negligenze dei medici e sulla causa delle lesioni. La direzione del carcere aveva respinto le accuse dicendo che le lesioni sarebbero state causate da un attacco di epilessia.
«Mi hanno portato nella cosiddetta cella “zero” per picchiarmi fino a farmi andare in coma, mi hanno colpito per tutto il corpo, anche ai testicoli per farmi perdere i sensi. Non è vero che il carcere di Poggioreale è cambiato!», denuncia Roberto Leva a Gaia Bozza di Fanpage.
«Non mi ero sentito bene – racconta -, ho chiamato la guardia per farmi portare in infermeria. Le guardie sono arrivate e invece di portarmi infermeria mi hanno portato nello “zero”, come si chiamava tanti anni fa». Roberto Leva continua il rac- conto evocando addirittura l’esistenza della “squadretta”: «Confermo che c’è ancora, sono entrati e mi hanno picchiato con i manganelli mandandomi in coma». Leva aggiunge anche particolari, come il fatto che gli agenti penitenziari, per picchiarlo, hanno usato i guanti visto che lui è tossicodipendente. Dice che gli hanno spaccato il naso, i denti, sotto il mento. La direzione del carcere, come già detto, aveva parlato di epilessia come causa dei traumi e del coma, ma lui a Fanpage smentisce dicendo che per dormire lui prende delle gocce, ma in carcere non ce l’aveva, così come il metadone. Eppure era detenuto presso il padiglione Roma, una sezione dedicata proprio ai tossicodipendenti. «Se tu non me lo dai – spiega Leva -, mi vengono le crisi. Però quando mi vengono, io mi irrigidisco e basta buttarmi l’acqua in faccia che mi riprendo».
La magistratura che ha aperto un’inchiesta dovrà vederci chiaro per verificare la veridicità del racconto. Una vicenda che però evoca la cella “zero”, quella delle percosse. Esattamente un anno fa era stati rinviati a giudizio 12 agenti penitenziari su presunti pestaggi ai danni di detenuti avvenuti nella cosiddetta cella “zero” nel carcere di Poggioreale. L’accusa nei loro ridei guardi, derivante dai racconti di sei detenuti, è di percosse ai danni degli ospiti della struttura penitenziaria che risalgono al periodo compreso fra la fine del 2012 e i primi mesi del 2014. In particolar modo era emersa – grazie sempre ad un servizio esclusivo di Fanpage e la denuncia di Pietro Ioia, responsabile dell’associazione ex detenuti organizzati napoletani l’esistenza della famigerata cella “zero” dove i detenuti sarebbero stati rinchiusi e torturati. Diverse erano le testimonianze. Come quella di un recluso che aveva affermato di essere stato picchiato mentre rientrava in cella poco dopo un’udienza di consiglio di disciplina e scaraventato giù dalla sedia a rotelle che utilizzava per problemi di salute. Un altro, affetto da epilessia, ha detto di essere stato chiuso nelle docce, percosso e poi costretto a sottoscrivere una dichiarazione nella quale attestava di essersi procurato accidentalmente le ferite. Storie di questo tipo, però, accadevano fin dagli anni 80. Erano gli anni della faida interna della criminalità organizzata campana che si combatteva anche all’interno delle carceri. Per salvaguardare la propria incolumità, ogni detenuto, anche chi non era affiliato, doveva proteggersi con le armi e fare da sentinella all’interno del proprio padiglione. Per far fronte a tutto ciò, lo Stato faceva intervenire il corpo speciale della polizia penitenziaria utilizzando metodi che ricordano molto da vicino la tortura. Ora per i fatti più recenti c’è un processo in corso.

 

Damiano Aliprandi