NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

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DAVIDE LIBERO











Parole al vento

 

Ciao Gabriele. Ieri in un nostro comunicato stampa ho scritto che la tua morte non è stata accidentale. Ora mi chiedo cosa mi risponderesti tu, che di partite e di trasferte ne hai vissute tante. Forse mi guarderesti interdetto, riprendendo lo sguardo perplesso che ha solcato il viso di molti di coloro che hanno letto quel comunicato. Forse però, proprio perché sai come vanno le cose intorno ad una partita di calcio nel nostro paese, mi daresti un’occhiata d’intesa, e insieme tristemente ci chiederemmo perché. Perché proprio tu? Perché un’altra vittima? E ancora, perché non riusciamo a capire dove stiamo sbagliando?
Insieme potremmo forse riflettere, trovare un modo per far capire al cittadino comune ed all’opinione pubblica che non è giusto affermare che la tua morte è stata un semplice fatto di cronaca, che non è vero che non ha niente a che fare con il calcio e con il tifo, con gli ultras. Probabilmente sei stato ucciso davvero per un tragico incidente. Non è neanche così rilevante sapere se il colpo sia partito per sbaglio o se invece ci fosse intenzione di colpire qualcosa o qualcuno, e non importa nemmeno se tu abbia partecipato alla scazzottata di cui parlano nel parcheggio dell’autogrill o se stessi dormendo in macchina. Quell’incidente, quegli spari, sono figli di un’inquietudine radicata che porta ormai a vedere nel tifoso un possibile delinquente da fermare a tutti i costi, nei gruppi ultras un fenomeno di violenza e criminalità da estirpare con qualsiasi mezzo.
Sono sicuro che molti, arrivati a questo punto, storcerebbero il naso ascoltando le nostre parole, rivedendo mentalmente le immagini di violenza di Roma e Bergamo. Ci risponderebbero che si tratta solo di delinquenti, che vanno allontanati dagli stadi e forse anche dalle strade. Chissà cosa potresti ribattere tu, e se ti ascolterebbero. Forse racconteresti di quanto sia difficile ormai seguire la propria squadra del cuore, di quanto sia complicato andare allo stadio; forse anche tu ripenseresti con rammarico alla tristezza dei nostri spalti, sempre meno colorati e sempre più militarizzati; e poi forse ti domanderesti a cosa sono servite tutte le leggi speciali e i provvedimenti presi in questi anni. A niente Gabriele. A niente.
Non sono servite a niente, e oggi sei tu purtroppo a ricordarcelo, perché da sempre indirizzate nella direzione sbagliata. Perché ancora oggi ci si finge sorpresi se tutte le tifoserie organizzate, avversarie o amiche, si sentono colpite nel profondo e sentono te, giovane tifoso laziale, come uno di loro. Se chiedono tutte, a gran voce, che ti si porti rispetto sospendendo le partite. Se pretendono la verità per la tua morte. E se, purtroppo, nella tua città in tanti finiscono per scendere in strada a sfogare la propria rabbia contro istituzioni e autorità.
Ci si sorprende, ma è la sorpresa di chi non vuole o finge di non capire. Una sorpresa che serve a spostare l’attenzione sugli incidenti di domenica piuttosto che sulla tua morte, a non riflettere e a non far riflettere ancora una volta sugli errori commessi in questi anni su questi temi, a giustificare l’ennesima ondata emergenziale di queste ore. Noi da anni proviamo a far capire che per isolare e limitare le componenti puramente violente delle curve la strada giusta non è eliminare il fenomeno nel suo complesso, ma trovare forme di mediazione, di dialogo, di valorizzazione degli aspetti positivi, di coinvolgimento di quelle stesse tifoserie che accettino di mettersi in discussione. Chissà quindi se la tua voce potrebbe servire a cambiare qualcosa, ad interrompere questo circolo vizioso senza fine, a favorire davvero un clima di distensione dentro e fuori gli stadi. Poi purtroppo mi rendo conto che anche tu, di fronte alle decisioni prese oggi dalle massime autorità, forse preferiresti rimanere dove sei e lasciar perdere. Perché davvero non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire.