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Trasferte Libere

 

 

 

 

ROMA-SPAL, SERIE A: VIETARE IL RICORDO DI ALDRO, ENNESIMA AMMISSIONE DI COLPEVOLEZZA

 

FONTE:Sport People

 

E quindi ora cosa avreste ottenuto?
Pensate davvero che vietando l’ingresso a una bandiera raffigurante il volto di Federico Aldrovandi la gente dimentichi del suo (il vostro) omicidio?
Vi ha dato fastidio che dei ragazzi provenienti dalla sua città, con la sua effige e con la loro voglia di ricordare al mondo come nella civilissima Italia si possa morire un notte qualunque per mano di chi dovrebbe difendere la tua incolumità, volessero sventolarvi in faccia il suo sguardo per novanta minuti?
Proprio qua, nella Capitale. Proprio qua, nell’epicentro della repressione, dove tutto si pensa concesso. Proprio qua, allo stadio Olimpico, il massimo laboratorio sociale se guardiamo al calcio nel nostro Paese.
E ora come vi sentite? Ora che siete tornati a casa, che avete riabbracciato figli e mogli, vi siete guardati allo specchio? Vi siete fatti i complimenti per aver cercato in tutti i modi di infangare di nuovo il ricordo di quello che avrebbe potuto essere anche un vostro ragazzo? Non avete sentito neanche un minimo senso di ribrezzo nel guardarvi? Già, ma forse molti di voi sono gli stessi che assieme al Coisp si dilettano da anni a tormentare la mamma e il papà di Federico. Magari sono gli stessi che due settimane fa, col ghigno sul volto, hanno vietato alla famiglia Sandri di raggiungere la Curva Nord per ringraziare gli ultras laziali della coreografia in memoria di Gabriele. “Per ordine pubblico” avete detto. E così dicendo avete ampliato ancor più quella voragine ormai immensa tra lo Stato e i cittadini.
E poi ci parlate di senso civico. E poi ci parlate di regole. E poi ci parlate di educazione.
E se volete farci bere la frottola che anche altro materiale è stato vietato ai ferraresi per una mera questione di autorizzazioni, vi sbattiamo in faccia le foto di Lazio-Spal. Solo qualche mese fa. Dove i bandieroni e tutti gli striscioni erano regolarmente passati ai cancelli di entrata. Stessa Questura, stesso stadio. Ma lì non c’era la bandiera della discordia. Una bandiera che entra sempre anche a Ferrara, laddove il delitto è accaduto. Quella che evidentemente ha mandato il vostro sangue in ebollizione. Quella che vi ha ricordato come l’immagine della divisa possa esser scalfita e messa in dubbio.
Chissà, magari credevate che inibendone l’ingresso qualcuno si sarebbe dimenticato dei dialoghi, delle intercettazioni. Delle perizie mediche e degli esami tossicologici che smentirono le menzogne senza pudore di chi, come sempre, nella sua versione avrebbe voluto ergersi a vittima di un’aggressione, anziché carnefice.
Forse volevate ucciderlo nuovamente Federico. Credevate che facendo ciò che meglio vi riesce da vent’anni – vietare bandiere e striscioni – i ragazzi della Spal avrebbero fatto silenzio e tirato comunque dritto. Sapete, c’è una differenza tra il vostro e il loro mondo. Ed è una differenza scandita dalla dignità, dal senso di appartenenza. Dal rispetto. E dall’orgoglio. Non potevano certo mettere una partita di calcio davanti a una questione di principio. Voi che le morali le fate quotidianamente non potete capire. Perché troppo spesso non ne avete una.
E tutto quelli che si indignano per un coro, per un adesivo, per uno slogan politicamente scorretto oggi dove sono? Oggi non ci sono giornali o telegiornali che aprono con la notizia “Vergogna a Roma: nessun rispetto per Federico Aldrovandi, ucciso dallo Stato”. Forse hanno finito tutto il loro inchiostro o la loro pellicola nel raccontarci della prostituzione nei bagni dell’Olimpico e delle magagne che si nascondevano dietro la protesta per le barriere. Del resto è una questione di priorità.
Ditelo alla famiglia di Stefano Cucchi. Che, come quella di Federico, ha dovuto smuovere mari e monti prima di avere un minimo di visibilità ed esser presa in considerazione. In un Italia dove la ragione è a prescindere quella di Stato. E non proprio nella sua nobile accezione manzoniana.
La gente non solo non ha dimenticato, ma ora sa sempre di più quanto la casta difenda la casta. Il popolo è pecorone, vero, ma non sempre. Il popolo è idiota, vero anche questo, ma a volte ragiona. Il popolo dello stadio, poi, certe cose le conosce benissimo. E oggi le può far uscire alla berlina di tutti. Oggi i tifosi non sono più considerati solo quell’ammasso di animali ignoranti e cafoni. Legge del contrappasso dovuta all’aspetto positivo di internet e dei social. Cosa che una casta medievale spesso non comprende. E ignora con una presunzione stucchevole.
Del resto cosa ci si poteva aspettare da chi è riuscito a vietare l’ingresso di uno striscione per i terremotati del Centro Italia? La clemenza, il buon senso, il rispetto non lo andiamo di certo a cercare presso chi fa servizio d’ordine all’Olimpico. Ne abbiamo troppi di aneddoti per non dargli mai più credito.
Lo sanno bene tutti. Anche i ragazzi della Sud, a cui la voce è ovviamente arrivata solo di rimbalzo e solo in ritardo. Ma è arrivata. Ed hanno reagito come si deve. Scandendo il nome di Federico. Giusto un’oretta dopo aver affisso uno striscione per Luca Fanesi, altra vittima (fortunatamente non mortale) di uno scempio targato Italia. Dei silenzi, dell’omertà e delle bugie promulgate mezzo stampa. Con la compiacenza di alcuni giornalisti che forse farebbero meglio a cambiare mestiere.
Complimenti a tutti. Avete solo confermato l’arcaicità e l’inadeguatezza di Roma e, in generale, della gestione dell’ordine pubblico in Italia. A nome della città chiedo scusa io ai tanti, civili, tifosi spallini giunti all’Olimpico per sostenere la loro squadra, malgrado l’orario e il giorno a dir poco scomodi. Dispiace aver dato un’accoglienza tanto brutta quanto vergognosa. Pure in una partita senza tensioni e in un contesto che doveva essere soltanto di festa.
Non posso chiedere scusa alla famiglia Aldrovandi invece. Per l’ennesima volta offesa dalla bietta pretesa di dare un colpo di spugna alla vicenda. Però sappiate che questo genere di comportamenti sortiscono esattamente il risultato contrario. Ad esempio oggi nessuno avrebbe ritirato fuori l’omicidio di Federico, stigmatizzando l’operato della polizia e mettendo in dubbio la credibilità delle istituzioni. E invece, grazie a questi colpi di genio, ci viene ricordato ancora una volta come non solo nel nostro Paese un ragazzo possa esser massacrato di botte e ucciso dalla forza pubblica, ma poi la comunità debba anche fare silenzio e prostrarsi ai piedi dei suoi assassini.
Vietarne il ricordo è solo l’ennesima ammissione di colpevolezza. Vergognatevi

 

Simone Meloni