C’è un filo rosso che attraversa la storia recente delle carceri italiane: l’incapacità strutturale dello Stato di considerare la detenzione come un percorso di reinserimento e non come un deposito umano. È un fallimento che non nasce oggi, ma che oggi esplode con una violenza nuova, resa evidente dai suicidi che continuano a moltiplicarsi dietro le sbarre.
Secondo i dati riportati da diverse testate e garanti dei detenuti, il 2024 ha segnato un record tragico di suicidi in carcere, e il 2025 ha già visto nuovi casi. Ogni volta la dinamica è simile: persone fragili, spesso giovanissime, lasciate sole in celle sovraffollate, senza supporto psicologico, senza attività, senza prospettive. Non è un incidente: è un sistema che produce disperazione.
Un governo pieno di pregiudicati ed indagati che parla di sicurezza e che ignora la dignità
Molti osservatori critici sostengono che l’attuale governo abbia scelto una linea securitaria, più attenta al messaggio politico che al benessere reale delle persone coinvolte. La costruzione di nuovi posti detentivi viene presentata come soluzione, ma chi lavora nelle carceri sa che il problema non è solo lo spazio: è la mancanza di personale, di psicologi, di educatori, di percorsi alternativi alla detenzione.
La sinistra quella sociale, quella che vive nelle associazioni, nei sindacati, nei movimenti denuncia da tempo che l’approccio punitivo non riduce il crimine, ma aumenta la marginalità. E che un Paese che accetta 90 suicidi in un anno non può definirsi civile.
La realtà che non si vuole vedere
Le testimonianze raccolte da insegnanti, operatori e garanti parlano di celle con cimici, di docce rotte, di ore d’aria ridotte, di persone che chiedono aiuto e non ricevono risposta. Parlano di un sistema che non rieduca, non cura, non ascolta. Parlano di un’Italia che preferisce non guardare.
Eppure, come ricordano molti giuristi progressisti, la Costituzione è chiarissima: la pena deve tendere alla rieducazione. Non alla vendetta. Non all’abbandono.
Una sinistra che deve tornare a parlare di diritti
Se c’è un terreno su cui la sinistra può e deve ricostruire credibilità, è proprio questo: la difesa dei diritti di chi non ha voce. Non è una battaglia popolare, non porta voti facili, ma è una battaglia che definisce la qualità morale di un Paese.
Rimettere al centro:
– misure alternative alla detenzione
– investimenti in salute mentale
– formazione e lavoro in carcere
– depenalizzazione dei reati minori
– politiche sociali che prevengano il crimine invece di punirlo dopo
significa scegliere una società più giusta, non più indulgente.
Le carceri sono lo specchio più fedele della nostra democrazia.
E oggi, quel riflesso non è all’altezza dei valori che diciamo di difendere.
Uno stato senza vergogna con le mani sporche di sangue. |