Pare che la lince sia difficile da scorgere. Felino più grande d’Europa, si muove con discrezione. Il suo passo è rapido e il suo cammino è solitario. Il manto è maculato, le zampe sono grandi e le orecchie hanno ciuffi di peli che sembrano quelli di un pennello e che aiutano a sentire i rumori più flebili. La sua vista, specialmente nelle ore notturne, è considerata particolarmente acuta. Si dice che la sua sensibilità alla luce, di notte, sia sei volte maggiore di quella dell’uomo. Per un periodo la lince si estinse, per poi essere reintrodotta e comparire negli anni ’70 in Svizzera. Esistono circa 9.000 esemplari in tutta Europa, appena 5 in Italia. Rischia l’estinzione a causa della perdita del suo habitat e del bracconaggio.
Nei secoli la lince è stata simbolo di sapienza, invisibilità e soprattutto argutezza, intesa come «capacità sottile di cogliere gli aspetti più singolari delle cose». Nelle ultime settimane, in Italia, al suo volto e al suo nome, è stato accostato un ulteriore simbolo: l’abuso.
Il 2 ottobre scorso, a Bologna, nel corso di una manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese, all’altezza di Viale Masini una persona viene colpita al volto da un lacrimogeno. Aiutata da un’amica prova a rialzarsi ma in quel momento arriva un gruppo di agenti di polizia: i manganelli le colpiscono entrambe ripetutamente sul petto, sulla testa e sulla schiena.
La persona colpita dal lacrimogeno in volto ha riportato una lesione permanente: non potrà mai più vedere da un occhio. Oggi, si fa chiamare Lince. E dopo due mesi dall’accaduto, dovendo gestire la grave situazione di salute e il dolore conseguente, ha depositato una denuncia ufficiale. A dicembre alla presenza dei suoi avvocati, delle persone che in questi mesi l’hanno supportata e di Amnesty International c’è stata una conferenza stampa per ricostruire l’accaduto e presentare la campagna Lince-occhio sugli abusi.
Dagli stralci della conferenza stampa leggiamo le parole dell’amica che soccorse Lince: «Quella sera sono stati sparati centinaia di lacrimogeni. Dopo la carica in viale Masini molti agenti hanno inseguito le persone fino a via del Borgo di San Pietro e via Righi, in pieno centro. Ho fatto il calcolo del percorso, sono 15 minuti a piedi. Pensate cosa vuol dire essere inseguite per questo arco di tempo da persone armate. La cosa più sconcertante è stata quella di continuare disperatamente a chiedere soccorso e ricevere solo manganellate con una violenza inaudita».
Viene chiesta verità e giustizia per Lince, supporto per le spese sanitari e legali che dovrà affrontare, ma soprattutto viene sottolineato un problema strutturale: quello dell’utilizzo della violenza da parte delle forze di polizia come strumento di mantenimento dell’ordine pubblico. Nella campagna partita su Produzioni dal basso si evidenzia la necessità di rinunciare all’utilizzo di strumenti che possono ferire fino a mutilare passanti e manifestanti e di introdurre codici identificativi per tutti gli agenti impiegati in queste operazioni.
La ciclicità con cui si chiede di prendere provvedimenti di questo tipo rispecchia la tragica ciclicità con cui si registrano comportamenti illegali e violenti da parte di operatori di polizia. Nel 2017 a Roma, durante uno degli sgomberi di uno stabile che ospitava 800 persone in Piazza Indipendenza, fu registrata una frase pronunciata da un funzionario di polizia: «Se tirano qualcosa, spaccategli un braccio».
Negli ultimi decenni gli episodi di piazza in cui gli agenti hanno utilizzato armi improprie come pietre, manganelli maneggiati al contrario e lacrimogeni sparati ad altezza uomo, sono stati innumerevoli. Eppure, mai riconosciuti e sanzionati come tali.
Era il 2012 quando il Parlamento europeo approvò una risoluzione che esprimeva «preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell’Ue» ed esortava «gli Stati membri a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo». Da allora, la Spagna, il Belgio, la Polonia, la Francia e la gran parte dei paesi europei hanno una qualche forma di codice identificativo per garantire trasparenza nell’operato delle forze di polizia.
Ancora una volta, la dignità e il coraggio di chi trasforma una ferita privata in un’azione pubblica pongono le istituzioni di fronte a una responsabilità: evitare che la tutela si trasformi in prevaricazione. |