| Torino, condanne per torture in carcere mentre il governo alza lo scudo penale |
FONTE:osservatorio repressione |
Otto sentenze di colpevolezza per le violenze al Lorusso e Cutugno. E intanto il decreto sicurezza allarga l’area di non punibilità proprio dentro gli istituti penitenziari. |
Otto condanne. È questo l’esito del processo di primo grado che ha messo al centro le violenze commesse tra il 2017 e il 2019 nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, una delle strutture più grandi e problematiche del sistema penitenziario italiano. Sette agenti della polizia penitenziaria sono stati riconosciuti colpevoli del reato di tortura; un altro è stato condannato per rivelazione di atti d’ufficio. Altri sei imputati, invece, sono usciti dal procedimento tra assoluzioni e proscioglimenti per prescrizione.
I fatti riguardano in particolare il padiglione C, quello destinato ai detenuti condannati per reati a sfondo sessuale. Un reparto che, secondo quanto emerso in aula e secondo la ricostruzione della Procura, avrebbe funzionato per anni come un microcosmo separato: un luogo in cui l’arbitrio era normalizzato e la violenza veniva usata come prassi disciplinare, non come eccezione. |
Il “battesimo” e la punizione come rituale |
Secondo i pubblici ministeri, almeno undici detenuti sarebbero stati sottoposti ad abusi e torture. Chi entrava nel reparto doveva ricevere quello che gli stessi inquirenti hanno definito “il battesimo”: una pratica di sopraffazione sistematica, fatta di schiaffi, insulti, minacce, perquisizioni vessatorie, umiliazioni e violenze fisiche.
Non si parla di episodi isolati o di “mele marce” in senso banale, ma di un metodo. Gli imputati, si legge nella ricostruzione dell’accusa, avrebbero «agito con crudeltà, cagionando sofferenze psichiche, fisiche e traumi», producendo uno «svilimento totale della personalità». E durante le aggressioni, gli agenti facevano riferimento al reato per cui quelle persone erano detenute: la violenza sessuale. Come se la pena, già inflitta da un tribunale, dovesse essere raddoppiata in forma privata, corporale, vendicativa.
Una delle condotte emerse durante il processo racconta la sostanza di questo sistema: una vittima sarebbe stata condotta in una stanza e colpita con schiaffi al volto e al collo e pugni sulla schiena; poi costretta a insultarsi ad alta voce, messa faccia al muro per circa quaranta minuti mentre veniva ulteriormente umiliata e insultata. Non è “sicurezza”. È annientamento. |
Antigone: “Processo lungo, perché la tortura avviene in luoghi chiusi” |
Nel processo è stata parte civile Antigone, associazione da anni in prima linea nel monitoraggio delle condizioni detentive. L’avvocata Simona Filippi, responsabile del contenzioso dell’associazione, ha ricordato che Antigone, venuta a conoscenza dell’indagine nell’ottobre 2019, aveva presentato un proprio esposto e poi partecipato al procedimento.
Filippi sottolinea un punto decisivo: i processi per tortura sono sempre “lunghi e faticosi” perché i fatti avvengono in luoghi chiusi, in ambienti isolati, con pochi testimoni e spesso dentro un clima di omertà difficile da scalfire. Ed è proprio qui che la vicenda di Torino diventa politica, oltre che giudiziaria: perché dimostra quanto sia fragile la possibilità di far emergere la verità quando l’istituzione si chiude a riccio.
Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha parlato di una “seconda sentenza” arrivata a pochi giorni da quella del Tribunale di Firenze, e ha ribadito un concetto che spesso viene distorto: la legge sulla tortura non è un attacco alle forze dell’ordine, ma uno strumento che dovrebbe servire proprio alle forze dell’ordine per isolare chi abusa della divisa e delegittima i colleghi che lavorano nel rispetto della legge e della Costituzione. |
Il paradosso: condanne per tortura mentre lo Stato allarga l’impunità |
Eppure questa sentenza arriva in un momento in cui la direzione politica va esattamente dall’altra parte.
Nel nuovo decreto sicurezza, l’articolo 16 — ribattezzato “operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari” — estende infatti anche alla polizia penitenziaria, in particolare agli ufficiali di polizia giudiziaria dei nuclei investigativi, un perimetro di non punibilità legato alle attività operative.
La traduzione concreta, fuori dal linguaggio tecnico, è semplice e inquietante: dentro le carceri si allarga un’area grigia. Un’eccezione dentro l’eccezione.
Perché il carcere, già oggi, è uno dei luoghi più opachi dello Stato. Dove la parola di un detenuto vale spesso meno di nulla. Dove le telecamere non sempre ci sono, e quando ci sono spesso non funzionano o non vengono conservate le registrazioni. Dove l’accesso dei garanti, dei giornalisti, delle associazioni è parziale e faticoso. Dove l’equilibrio di potere è strutturalmente sbilanciato. In un contesto così, ogni norma che amplia la non punibilità non è un dettaglio tecnico: è un messaggio. |
Santa Maria Capua Vetere come fantasma politico |
Non è un caso che questo avvenga mentre sono ancora aperti processi giganteschi come quello di Santa Maria Capua Vetere, che ha mostrato al paese cosa succede quando un istituto penitenziario smette di essere un’istituzione del diritto e diventa un territorio sottratto alla legalità ordinaria.
Quel processo ha incrinato la narrazione “dell’ordine” come valore assoluto. Ha fatto vedere, in modo insostenibile, che l’ordine può essere anche un’altra cosa: può essere violenza sistemica. Può essere catena di comando. Può essere vendetta. Può essere punizione collettiva.
Ed è dentro questo quadro che alcune scelte politiche — come la promozione di figure discusse e la retorica costante contro “garantismo” e “buonismo” — assumono un significato preciso: non una discontinuità rispetto agli abusi, ma una loro normalizzazione. |
Il carcere come dispositivo: più repressione per i marginali, più copertura per gli apparati |
Il punto, allora, non è solo Torino. Torino è una fotografia. E la cornice è il governo.
Da una parte, il pacchetto sicurezza produce più reati e più pene, irrigidisce la risposta penale, costruisce la marginalità come pericolo e il conflitto sociale come minaccia. Dall’altra, rafforza le tutele per gli apparati: più copertura, più protezione, più immunità.
È una logica coerente, anche se inquietante: la punizione non è più una funzione del diritto, ma una tecnologia politica.
Dentro questo schema il carcere non è un problema da risolvere (sovraffollamento, suicidi, salute mentale, assenza di lavoro, condizioni disumane). È uno strumento da usare. E la sua “sicurezza” non coincide con la tutela di chi ci lavora o di chi ci è rinchiuso: coincide con la possibilità di esercitare controllo e disciplina senza intralci, senza testimoni, senza conseguenze. |
La deterrenza generalizzata: dal detenuto al manifestante |
Quando la pena diventa paura, il messaggio si allarga.
Non riguarda più soltanto chi ha commesso un reato. Riguarda chiunque possa diventare un problema: il povero, il migrante, il tossicodipendente, il senza casa, il ragazzo che protesta, il lavoratore in picchetto, lo studente in occupazione.
È l’idea della deterrenza generalizzata: la punizione come pedagogia sociale. Una pedagogia che non educa, ma intimidisce.
E allora Torino diventa più di un processo. Diventa un avvertimento: mentre la magistratura riconosce la tortura dentro un carcere italiano, la politica lavora per rendere più difficile accertarla, contestarla, denunciarla.
Una sentenza che dice due cose
La sentenza di Torino, in questo senso, dice due cose.
La prima: la tortura in Italia non è un concetto astratto, non è un’eccezione esotica, non è “roba da dittature”. È accaduta qui, dentro un istituto dello Stato, in anni recentissimi.
La seconda: la democrazia non si misura quando tutto funziona, ma quando qualcuno è chiuso dietro una porta e nessuno guarda. È lì che si decide se il diritto è davvero diritto o solo una parola utile per i comunicati.
E oggi, mentre un tribunale condanna, il governo costruisce zone di impunità. Il rischio è che la prossima condanna, semplicemente, non arrivi più. |