Sono più che triplicate in un solo anno le morti in carcere classificate come “cause da accertare”. È uno dei dati più inquietanti che emergono dal nuovo report sui decessi negli istituti penitenziari pubblicato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), basato sui dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).
Nel 2025 sono morte nelle carceri italiane 254 persone detenute, un numero in aumento rispetto alle 246 dell’anno precedente. Di questi decessi, 76 sono stati classificati come suicidi (29,92%), 125 come morti per cause naturali (49,21%) e tre come accidentali. Ma il dato che più colpisce riguarda le morti per “cause da accertare”: ben 50 casi, contro i 15 registrati nel 2024.
La crescita di questa categoria, quasi il 20% di tutte le morti registrate lo scorso anno, apre interrogativi sulla reale classificazione dei decessi e sulla trasparenza delle statistiche penitenziarie. Secondo il Garante, la definizione viene utilizzata quando sono necessari approfondimenti medico-legali o quando sono in corso indagini giudiziarie. Tuttavia, associazioni indipendenti come Ristretti Orizzonti segnalano da tempo il rischio che in questa categoria confluiscano casi che potrebbero essere ricondotti a suicidi o ad altre cause.
Proprio sui suicidi emergono differenze significative tra le diverse fonti. Il Dap ne registra 76 nel 2025, mentre il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti ne conta 80. La discrepanza dipende soprattutto dai criteri di classificazione: alcuni decessi per asfissia da gas o avvenuti in ospedale dopo un tentativo di suicidio non vengono sempre registrati come tali nelle statistiche ufficiali.
Il report del Garante evidenzia anche i profili delle persone che si sono tolte la vita. L’età media è di circa 41 anni e la fascia più colpita è quella tra i 50 e i 59 anni. Più della metà dei suicidi riguarda persone che avevano già manifestato segnali di grave disagio: il 60% era stato coinvolto in precedenti episodi di autolesionismo o proteste estreme, mentre oltre il 21% aveva già tentato il suicidio.
Il contesto in cui avvengono queste morti è quello di un sistema penitenziario sempre più sovraffollato. La popolazione detenuta media è passata dalle 53.758 persone del 2021 alle 62.841 del 2025, con un incremento del 16,9%. Negli istituti dove si sono verificati i suicidi, l’indice medio di sovraffollamento raggiunge il 151,5%.
Anche la distribuzione territoriale mostra forti squilibri. La Lombardia registra il numero più alto di suicidi tra i detenuti, con 16 casi, pari a quasi un quarto del totale nazionale. Seguono Lazio e Sicilia con sette casi ciascuna, la Campania con sei e il Veneto con cinque.
Il tema della classificazione dei decessi resta centrale. Secondo Francesco Morelli, curatore del dossier “Morire di carcere”, la categoria delle morti “per cause da accertare” è particolarmente problematica perché non esiste nelle statistiche europee sulla popolazione carceraria, che distinguono solo tra morti naturali, suicidi e omicidi. Inoltre, le lunghe tempistiche delle indagini giudiziarie fanno sì che le cause definitive di molti decessi vengano accertate anni dopo, quando i dati sono ormai già entrati nelle statistiche ufficiali.
Intanto i primi mesi del 2026 confermano un quadro preoccupante. Secondo i dati raccolti da Ristretti Orizzonti, dall’inizio dell’anno si sono già registrati 10 suicidi nelle carceri italiane. L’ultimo caso è avvenuto nella casa circondariale “Pasquale Di Lorenzo” di Agrigento, dove un detenuto cinquantenne si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella.
Numeri che continuano a sollevare interrogativi non solo sulle condizioni di vita negli istituti di pena, ma anche sulla capacità del sistema penitenziario di intercettare e prevenire il disagio estremo delle persone detenute. |