Porta ancora addosso – e dentro – i segni di quella caduta, Hasib Omerovic, il giovane rom sordo che il 25 luglio 2022 precipitò da una finestra del suo appartamento in via Gerolamo Aleandri, a Roma, dopo l’irruzione di quattro agenti del commissariato Primavalle. Un volo di otto metri che lo lasciò in coma per quasi due mesi, seguito da otto mesi di ospedale e da una lunga e faticosa riabilitazione. Oggi, a distanza di oltre tre anni, Hasib potrebbe finalmente assistere al processo che proverà a fare luce su quanto accaduto quella mattina.
Il Gup di Roma ha infatti rinviato a giudizio l’allora assistente capo Andrea Pellegrini, 54 anni, accusato dei reati di tortura (articolo 613-bis del codice penale) e falso aggravato. Il processo inizierà il 2 novembre 2026 e vedrà il ministero dell’Interno comparire come responsabile civile.
Parallelamente, uno degli altri agenti coinvolti, Alessandro Sicuranza, è stato condannato in abbreviato a un anno e quattro mesi per falso ideologico. Dovrà risarcire con 10 mila euro la famiglia Omerovic, con 2 mila euro l’Associazione 21 luglio – parte civile in tutti i procedimenti – oltre a pagare le spese processuali. Assolta invece l’agente Maria Rosaria Natale, che si era fermata all’ingresso dell’appartamento.
Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Stefano Luciani, quella mattina Pellegrini avrebbe agito «con abuso di poteri ed in violazione della funzione», sottoponendo Hasib a «plurime e gravi condotte di violenza e minaccia» tali da provocargli un trauma psichico verificabile. Un trauma che lo avrebbe spinto a tentare la fuga, scavalcando il davanzale della finestra della camera da letto e precipitando nel vuoto.
Gli atti dell’accusa descrivono una scena di violenza brutale: Hasib colpito in volto «immediatamente e senza alcun apparente motivo», minacciato con un coltello da cucina, costretto a sedersi su una sedia con i polsi legati tramite il filo elettrico di un ventilatore. Il tutto accompagnato da urla e intimidazioni. Una dinamica che contrasta radicalmente con la versione fornita inizialmente dagli agenti.
Pellegrini e Sicuranza, infatti, avevano messo a verbale che il blitz fosse nato da un incontro casuale per strada e da segnalazioni spontanee dei condomini su presunti problemi nell’appartamento Omerovic: scarsa igiene, liti frequenti, urla e persino lanci di oggetti dalla finestra. Elementi che, secondo il pm, sarebbero stati raccolti solo dopo la caduta di Hasib e retrodatati per giustificare l’intervento.
Decisiva, per l’arrivo a processo, è stata la testimonianza del quarto agente presente e soprattutto quella di Sonita, la sorella minore di Hasib, invalida totale per ritardo cognitivo, che quel giorno era in casa e rimase profondamente scioccata dalla scena. A settembre 2025 ha patteggiato undici mesi anche il teste chiave Fabrizio Ferrari, che aveva contribuito alla redazione del verbale falso.
Sul contesto pesa un elemento inquietante: l’operazione di polizia non sarebbe stata motivata da un reato, ma dal tentativo di “dare una lezione” a Hasib per presunte molestie verbali riportate sui social da alcuni abitanti del quartiere. Dicerie mai confermate, che tuttavia sembrano aver innescato un’azione punitiva fuori da ogni cornice legale.
«Continueremo a vigilare sulla vicenda garantendo la nostra presenza in ogni tappa del percorso giudiziario», ha dichiarato Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, «sino a quando tutti i responsabili non saranno individuati e puniti e la famiglia riceverà il giusto risarcimento».
Il caso Omerovic resta una ferita aperta nel rapporto tra istituzioni, forze dell’ordine e diritti fondamentali. Il processo che si aprirà a novembre non riguarda solo la responsabilità di un singolo agente, ma chiama in causa un intero sistema: quello dei controlli, delle pratiche informali di polizia e della tutela delle persone più vulnerabili. Una verità giudiziaria, per Hasib e per la sua famiglia, non può più aspettare. |