NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

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SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Genova per noi?

 

FONTE:marcosommariva.com

 

Non è che quanto accadutomi ieri (5 febbraio) a Genova-Pegli era successo tempo fa negli Stati Uniti dando la stura a un potere che oggi dà sfogo ai propri pensieri e sentimenti senza freni come sta succedendo nel Minnesota?

 

È notizia di ieri che è stata rilasciata Elizabeth, una bambina di dieci anni di origini ecuadoriane prelevata dagli agenti dell’ICE lo scorso 6 gennaio a Minneapolis, dopo esser stata deportata a duemila chilometri da casa, nel centro di detenzione di Dilley, in Texas. Elizabeth e sua madre erano state portate via dagli agenti federali mentre andavano a scuola: la loro cattura era “avvenuta al culmine della campagna di repressione dell’immigrazione condotta nello stato del Minnesota da parte dell’amministrazione Trump”. Peccato che, come hanno dichiarato i funzionari della scuola che frequentava, la famiglia – originaria dell’Ecuador – era perfettamente in regola con il permesso di soggiorno e, quindi, la loro carcerazione era da considerarsi del tutto arbitraria.

Preferisco non commentare né quanto sopra né la politica dell’attuale Presidente degli Stai Uniti d’America, ma raccontarvi un episodio accadutomi ieri pomeriggio a Genova, nella città dove sono nato e abito.

Mio figlio, che non ha la patente, mi chiede se posso fargli un piacere, quello di accompagnare in auto un suo amico perché ha bisogno di fare una commissione: non sta per niente bene, vorrebbe evitare di prendere un colpo di freddo e suo papà è in trasferta per lavoro. Accetto e, così, saliamo in auto e andiamo dove abita questo ragazzo – a Pegli, una delegazione della città di Genova –, a una manciata di chilometri da casa nostra. Il suo amico sale in macchina con la mascherina – mio figlio e io siamo attrezzati alla stessa maniera – e lo accompagniamo qualche centinaio di metri più in là, in un’altra via di Pegli. Il ragazzo entra nel portone, mio figlio si toglie la mascherina e scende per fumare una sigaretta, e io attendo al volante.

Poco dopo, mio figlio si avvicina al finestrino e mi dice che secondo lui una signora che ci ha visto arrivare, non si decide a entrare nel portone che ha aperto da tempo, perché insospettita da noi. Gli dico che mi sembra strano sia così, che non ne vedo il motivo ma poi, pensando all’uso che a volte s’è fatto, decido di togliere la mascherina e di scendere a fare due parole con la donna, giusto perché non s’allarmi più di tanto: ha pure una certa età – io, che ho superato i sessant’anni, sono un bel po’ più giovane di lei. Le chiedo se abita lì, mi risponde di sì e, così, inizio a chiederle curiosità sul quartiere, molto bello: tanto verde, giochi per i bambini, una fontana, grossi vasi di margherite davanti ai portoni, niente traffico.

Alla terza volta che nei miei discorsi compare l’espressione “mio figlio”, la donna, indicandolo, mi contesta: “Quello sarebbe suo figlio?”. Rispondo: “Sì, perché?”. Il dialogo prosegue ancora per poche battute: “Non sembra suo figlio”, “In che senso?”, “Lei è di qua… si sente… lui è di là… si vede” – lo dice alzando quel tanto la voce da essere certa che mio figlio senta –, “Non capisco” dico io fingendo, “Ha capito benissimo”, “Ha ragione signora, ho capito benissimo, è che non pensavo che nel 2026 ci fosse ancora gente che ritiene il sottoscritto di qua per l’evidente accento cittadino e mio figlio di là per i suoi tratti somatici. Signora, non vorrei sconvolgerla troppo, ma… mio figlio è adottato”. Il suo leggerissimo sbandamento dura quasi niente e, immediatamente, riparte all’attacco: “State aspettando qualcuno?”, “Sì signora, abbiamo accompagnato qui un amico di mio figlio che ha seri problemi di salute. Dovrebbe arrivare da un momento all’altro”. Pur di tenerci sotto controllo, la signora s’inventa giardiniera e attende il ritorno del ragazzo travasando una piantina di margherite da un vaso all’altro pur essendo vestita di tutto punto, cappottino della domenica compreso.

Una volta risaliti tutti e tre in auto, accompagniamo l’amico di mio figlio a casa, dopodiché rientriamo nella nostra abitazione senza proferir parola, così come abbiamo fatto durante tutto il viaggio di ritorno. Cos’è passato per la testa di mio figlio nato a Genova ma privo di tratti caucasici, glielo chiederò stasera; io ho pensato alla buonanima di mio padre che andava a insegnare il dialetto genovese nelle scuole elementari e alla fortuna che ho avuto ad avere un papà indigeno che ha sempre sorriso ai figli di tutti, anche a quelli che provenivano dal paese “di là”.

Dimenticavo, mio figlio – come più volte ho sentito dirmi – “ha tratti somatici indubbiamente sudamericani”, esattamente come la povera Elizabeth.

 

Marco Sommariva