NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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DAVIDE LIBERO











Circolare del Viminale: via libera alle armi private per 397mila agenti

 

FONTE: il manifesto

 

Via libera alle armi private per 397mila appartenenti alle forze dell’ordine (anche vigili urbani): il decreto Sicurezza trasforma le città in un poligono

 

C’è un’idea che il governo continua a ripetere come un mantra: più armi uguale più sicurezza. È un’idea falsa, pericolosa e politicamente rivelatrice. La circolare appena diramata dal Viminale, che dà il via libera alle armi private per 397mila appartenenti alle forze dell’ordine — estendendo la misura anche ai vigili urbani — è un passaggio che segna un salto di qualità nella militarizzazione della società italiana.

La nota attua l’articolo 28 del decreto Sicurezza 2025. In altre parole: non siamo davanti a una bizzarria burocratica, ma all’ennesimo tassello di un progetto preciso, coerente con tutto ciò che abbiamo visto negli ultimi mesi. Da un lato si moltiplicano norme che restringono gli spazi del dissenso, dall’altro si allarga il campo d’azione e la “dotazione” armata di chi è chiamato a controllare le strade. È il governo della paura, messo nero su bianco.

La sostanza è semplice: centinaia di migliaia di persone che già lavorano con un’arma per conto dello Stato vengono incoraggiate, legittimate e facilitate nel possesso e nel porto di armi private. Non solo polizia e carabinieri, ma anche corpi che tradizionalmente non fanno parte dell’immaginario “militare” come la polizia locale. È un messaggio culturale prima ancora che operativo: la sicurezza non è più un tema di politiche sociali, prevenzione, servizi pubblici. È una questione di pistole.

E qui sta il punto: più armi non significa più sicurezza. Significa più rischio. Più probabilità di incidenti, escalation, errori, tragedie. Più possibilità che un conflitto banale degeneri. Più spazio per l’abuso, più margini per la violenza. E soprattutto: più normalizzazione dell’idea che la risposta ai problemi sociali debba essere armata.

La retorica governativa proverà a venderla come “tutela” degli operatori, come “rafforzamento” della capacità di intervento, come aggiornamento tecnico. Ma è l’esatto contrario. Uno Stato che sente il bisogno di moltiplicare le armi in circolazione tra i suoi apparati — e di farlo anche fuori servizio, nella vita quotidiana — non sta costruendo sicurezza: sta costruendo una società più tesa, più sospettosa, più pronta alla reazione violenta.

Questa misura, inoltre, arriva dentro un contesto politico già segnato da una progressiva riduzione dei controlli sul potere armato. È lo stesso governo che lavora allo scudo penale per le forze dell’ordine, che spinge per rendere più difficile indagare e accertare responsabilità quando l’uso della forza produce feriti o morti. È lo stesso disegno: allargare il campo dell’impunità e alzare la soglia della repressione.

C’è un’altra questione, ancora più inquietante, che questa circolare porta con sé: l’idea che la sicurezza sia una condizione ottenibile solo tramite la forza. È un rovesciamento culturale profondo, che ha conseguenze dirette sulla convivenza nelle città. Perché quando l’arma diventa una presenza ordinaria, la relazione tra istituzioni e cittadini cambia. La fiducia lascia spazio al controllo. Il dialogo lascia spazio alla minaccia. Il conflitto sociale viene trattato come un problema di ordine pubblico e non come un problema politico.

In un paese dove crescono precarietà, disagio abitativo, abbandono scolastico, marginalità e povertà, la risposta del governo non è investire in welfare, case, scuole, servizi. È distribuire pistole e irrigidire le leggi. È più facile, più rapido, più spendibile mediaticamente. Ma è anche la strada più pericolosa.

La sicurezza reale non nasce dal moltiplicare le armi, ma dal ridurre le condizioni che producono violenza: sfruttamento, esclusione, disperazione. La sicurezza reale non si costruisce con una circolare del Viminale, ma con politiche pubbliche che riducano la frattura sociale. Chi sostiene il contrario sta scegliendo deliberatamente un’altra cosa: non la sicurezza, ma la militarizzazione.

E quando uno Stato sceglie di armare sempre di più i propri apparati, mentre contemporaneamente restringe gli spazi della protesta e della solidarietà, il messaggio è limpido. Non sta proteggendo la società. Sta proteggendo se stesso.

La circolare del Ministero dell’Interno