La storia che la polizia ha provato a imporre fin dal primo minuto è sempre la stessa. Un copione vecchio, sporco, già visto. Abderrahim Mansouri, 28 anni, marocchino, ucciso nel boschetto di Rogoredo, doveva essere il classico morto “giusto”: quello che non fa scandalo, quello che non merita domande, quello che può essere archiviato come inevitabile.
La versione ufficiale era semplice e rassicurante per chi comanda: Mansouri impugnava un’arma, si avvicinava in modo pericoloso, l’agente ha sparato frontalmente per legittima difesa. Fine della storia. Un morto e una formula pronta a cancellarlo.
Solo che, pezzo dopo pezzo, questa versione sta crollando. E adesso, oltre al poliziotto che ha sparato — indagato per omicidio — ci sono altri quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. L’accusa, pesantissima, è di aver chiamato i soccorsi in ritardo.
E qui la domanda è inevitabile. Se la dinamica era limpida, se era davvero legittima difesa, se non c’era nulla da nascondere: perché ritardare i soccorsi? Perché perdere minuti preziosi mentre un uomo agonizzava? Perché quella lentezza? Perché quella zona grigia?
È legittimo chiederselo. Anzi: è doveroso.
Perché nel frattempo le indagini stanno restituendo un quadro che non coincide con la narrazione dell’“aggressore armato” neutralizzato per necessità. Al contrario: emergono elementi che aprono crepe profonde nel racconto costruito per proteggere la divisa e cancellare la vittima.
L’arma che Mansouri avrebbe impugnato — una pistola giocattolo — non aveva impronte digitali. Un dato che pesa, perché Mansouri non indossava guanti. Se davvero la stava stringendo e puntando, perché non ci sono tracce?
Poi c’è la distanza: venti metri. Venti. Non un corpo a corpo, non un assalto improvviso, non una colluttazione. Venti metri sono un’enormità, soprattutto se stai raccontando una “minaccia imminente” tale da giustificare un colpo mortale.
E infine c’è il punto che più di tutti fa saltare il banco: Mansouri è stato colpito lateralmente alla testa. Un dettaglio tecnico, ma devastante sul piano della ricostruzione. Perché se il colpo arriva lateralmente, la scena non è quella di un uomo che ti punta un’arma frontalmente. È un’altra scena. È una dinamica diversa. E ogni millimetro in questi casi è politica.
Il problema non è solo cosa è successo, ma come lo Stato ha reagito. Perché la seconda parte della storia — quella dei quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso — è forse ancora più inquietante della prima. Non stiamo parlando solo di uno sparo. Stiamo parlando della gestione immediata di un omicidio.
Ritardare i soccorsi significa una cosa sola: lasciare una persona a terra, agonizzante, mentre si sistema la scena. Mentre si costruisce la versione. Mentre si prepara il racconto. È una possibilità. È una domanda legittima. Ed è esattamente per questo che le indagini devono andare fino in fondo: perché il punto non è l’errore individuale, ma la struttura di impunità che protegge l’apparato.
Rogoredo non è un caso isolato. È un laboratorio. È il luogo perfetto per mettere in scena la “sicurezza” come guerra ai poveri, agli stranieri, ai marginali. È il contesto ideale per far passare un morto come inevitabile e un colpo alla testa come una conseguenza “naturale”.
Ed è anche per questo che la vicenda di Mansouri è politica. Perché in Italia, quando muore un ragazzo marocchino in periferia, la presunzione non è mai di verità. È sempre di colpevolezza della vittima. È sempre di innocenza della divisa. È sempre di archiviazione preventiva.
Ora che la versione ufficiale scricchiola, la reazione sarà prevedibile: minimizzare, spostare l’attenzione, parlare di “contesto difficile”, ripetere “legittima difesa” come un rosario, chiedere rispetto per le forze dell’ordine, trasformare ogni domanda in un attacco alla sicurezza.
Ma la sicurezza non c’entra. Qui c’entra la vita di un uomo ucciso e, forse, lasciato morire. Qui c’entra la responsabilità di chi ha sparato e di chi era presente. Qui c’entra la possibilità che qualcuno abbia pensato di poter riscrivere i fatti prima ancora che arrivasse un’ambulanza.
E se questo è vero, allora non siamo davanti a un “incidente”. Siamo davanti a un sistema. |