NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Rogoredo, la verità contro la propaganda. E se è stata una escuzione?

 

FONTE: osservatorio repressione

 

Le nuove indagini rafforzano le responsabilità dell’agente e smontano la narrazione mediatica costruita per assolvere la divisa e legittimare lo scudo penale

 

Per settimane abbiamo assistito a un copione già scritto. Un giovane marocchino “pusher”, un boschetto di periferia, un agente che spara per legittima difesa. Fine. Archiviazione morale prima ancora che giudiziaria.

E nel frattempo titoli, retroscena, ricostruzioni “ambientali” a costruire un’unica cornice possibile: il poliziotto ha fatto il suo dovere. Con ore di trasmissioni su Rete 4 in cui sindacalisti di polizia mimavano in studio la scena dello sparo, trasformando un uomo appena ucciso in un figurante e l’indagine in una sceneggiatura. Una legittima difesa recitata in prima serata, prima ancora che venissero analizzate traiettorie, Dna e tempi dei soccorsi. Non informazione, ma costruzione di consenso attorno alla pistola.

Oggi quel copione si sta sgretolando.

Gli ultimi sviluppi sull’omicidio di Abdherrahim Mansouri a Rogoredo non sono dettagli tecnici. Sono crepe profonde in una narrazione che ha provato a blindare la divisa e a trasformare una morte in un atto inevitabile. Gli interrogatori dei quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, le analisi genetiche sulla replica della pistola a salve, l’esame delle immagini delle telecamere e gli accertamenti tecnici stanno consolidando un quadro incompatibile con la versione ufficiale diffusa nelle prime ore.

A sparare è stato Carmelo Cinturrino, assistente capo della squadra investigativa del commissariato Mecenate, oggi indagato per omicidio. Davanti al pm Giovanni Tarzia aveva parlato di legittima difesa: Mansouri impugnava un’arma, si avvicinava pericolosamente, il colpo sarebbe partito frontalmente.

Ma i fatti raccontano altro.

L’arma giocattolo trovata vicino al corpo non aveva impronte digitali riconducibili alla vittima. Mansouri non indossava guanti. È stato colpito lateralmente alla testa, non frontalmente. La distanza tra lui e l’agente era di circa venti metri. Elementi che, messi insieme, rendono sempre più fragile la tesi della minaccia imminente.

Ora emergono anche le responsabilità di chi era presente. I quattro agenti indagati avrebbero inizialmente fornito una versione incompleta, omettendo dettagli su chi si trovasse realmente sul luogo, sui movimenti compiuti, sulla posizione e la condotta degli altri soggetti presenti e soprattutto sui tempi impiegati per allertare i soccorsi. Alcuni di loro, negli ultimi interrogatori, hanno rivisto le dichiarazioni, offrendo riscontri che rafforzano l’ipotesi dell’omicidio volontario e alimentano i sospetti di una gestione poco limpida della scena successiva allo sparo.

Ma c’è un altro elemento che rende il quadro ancora più inquietante.

Le testimonianze di chi vive quotidianamente il quartiere Corvetto e il bosco di Rogoredo stanno delineando un ritratto dell’agente ben diverso da quello restituito dai talk show. Si parla di taglieggiamenti, di abusi di potere, di pressioni su chi gravitava attorno allo spaccio. Stando al racconto di alcuni conoscenti della vittima, ora al vaglio degli inquirenti, l’agente avrebbe chiesto al ragazzo “200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno”. Non è finita. Perché sembra che Mansouri non fosse l’unica persona alla quale Cinturrino chiedeva “il pizzo”. Secondo alcune voci, trapelate nelle ultime ore, l’agente sarebbe infatti vicino ad alcuni pusher attivi in uno stabile popolare dove la moglie svolgerebbe il ruolo di custode. Racconti che descrivono un clima di intimidazione più che di controllo del territorio.

Familiari e amici di Mansouri, detto Zack, riferiscono che il poliziotto “volesse fargliela pagare”. Un’espressione che pesa, perché evoca una dimensione personale, un conflitto che va oltre l’operazione di servizio. I parenti, assistiti dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, chiedono una verità piena su quella notte. Nessuna versione di comodo, nessuna ricostruzione accomodante.

Come se non bastasse, l’assistente capo risulta coinvolto anche in un’altra indagine per falso ideologico, legata a un episodio che ruota attorno a piccolo spaccio, soldi e un arresto. I colleghi avrebbero detto di non entrarci nulla con l’omicidio e che avrebbe gestito tutto lui in quelle fasi dopo il colpo sparato lo hanno definito una sorta di fanatico nel gestire in modo opaco alcune operazioni. Non è una sentenza, ma è un dato che rafforza la necessità di leggere Rogoredo non come incidente isolato bensì dentro un contesto più ampio di pratiche e metodi.

Il nodo dei minuti successivi al colpo è centrale. Se davvero si è trattato di legittima difesa, perché ritardare la chiamata ai soccorsi? Perché quelle esitazioni? La linea tra un uso legittimo della forza e una esecuzione si misura anche lì, nel tempo che passa tra lo sparo e l’arrivo dell’ambulanza.

In questo quadro, l’accertamento genetico sulla replica della Beretta 92 con tappo rosso assume un peso decisivo. L’assistente capo si è sottoposto al tampone salivare; ora la consulente incaricata sta verificando la presenza di tracce di Dna sull’arma e la loro eventuale attribuzione. Se l’arma non dovesse restituire elementi compatibili con la versione iniziale, la costruzione della legittima difesa subirebbe un colpo difficilmente rimediabile.

Tutto questo mentre l’indagine ricostruisce un contesto più ampio, fatto di precedenti ombre e di incongruenze già rilevate in passato in altri verbali firmati dallo stesso agente. Non prove automatiche di colpevolezza, ma elementi che impongono cautela verso ogni assoluzione preventiva.

Ed è qui che la vicenda diventa politica.

Perché mentre la Procura lavorava su perizie balistiche, analisi forensi e testimonianze, una parte consistente della stampa aveva già scelto la sua verità. Mansouri era il “pusher”, Rogoredo il “regno dello spaccio”, l’agente l’uomo dello Stato costretto a difendersi. Ogni dubbio veniva bollato come attacco alle forze dell’ordine.

Non è stato un errore. È stata una scelta funzionale a un clima politico preciso. Negli stessi giorni in cui si discuteva di rafforzare lo scudo penale per le forze dell’ordine, Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della necessità di liberare la polizia dal “peso” delle indagini automatiche. La morte di un giovane migrante diventava argomento a favore dell’impunità preventiva.

Ma se l’inchiesta dovesse dimostrare che non c’è stata legittima difesa? Se emergesse che la scena è stata alterata, che i soccorsi sono stati ritardati, che la ricostruzione iniziale era fuorviante? Allora non saremmo davanti a un semplice errore individuale. Saremmo davanti alla dimostrazione concreta di quanto sia pericoloso concedere coperture anticipate al potere armato.

Rogoredo non è solo un fascicolo giudiziario. È il punto di intersezione tra uso della forza, narrazione mediatica e progetto politico. È la prova di quanto sia fragile l’equilibrio tra controllo democratico e impunità.

Ma Rogoredo non è un episodio isolato. Non è una “storia sfortunata” in una periferia difficile. È un tassello di un quadro più ampio che riguarda il modo in cui viene esercitato il potere armato e il clima che lo circonda.

Basta guardare al caso Ramy. Anche lì una morte, anche lì una versione iniziale blindata, anche lì intercettazioni e chat interne che hanno restituito un linguaggio e una mentalità incompatibili con l’idea di un corpo che agisce nel rispetto rigoroso della legge. Conversazioni tra indagati e colleghi in cui si parlava di aver “brutalizzato un testimone”, in cui si rivendicava senza imbarazzo un’identità ideologica – «Datemi pure del fascista, non mi interessa» – o si evocavano slogan da guerra civile come «Zecche appese a piazzale Loreto».

Non sono frasi isolate. Non sono goliardia. Sono indicatori culturali. Dicono qualcosa su come viene percepito il dissenso, su come viene guardata una parte della popolazione, su quale idea di ordine e di nemico circoli dentro pezzi degli apparati. E quando quel linguaggio incontra un’arma, la questione non è più simbolica: diventa materiale.

Eppure quella narrazione tossica non solo non è stata arginata, ma in alcuni casi è stata addirittura premiata. A Milano si è arrivati a conferire l’Ambrogino d’Oro ai carabinieri del reparto mobile coinvolti e autori di quelle chat. Un riconoscimento istituzionale che, al di là delle intenzioni dichiarate, ha finito per legittimare un clima e una cultura che oggi tornano come un’ombra anche su Rogoredo.

È in questo contesto che la morte di Abdherrahim Mansouri assume un significato ancora più grave. Perché se a una gestione opaca della scena, a eventuali ritardi nei soccorsi, a versioni contraddittorie si aggiunge un clima interno in cui il testimone può essere “brutalizzato” e l’avversario politico evocato come nemico da appendere, il problema non è più solo giudiziario. È democratico.

Lo scudo penale, in questo scenario, non è una tutela tecnica. È un segnale politico. Dice agli apparati che la priorità è proteggerli, anche quando sbagliano. Dice che l’uso della forza merita comprensione preventiva. Dice che l’indagine è un fastidio.

Rogoredo e il caso Ramy ci mettono davanti a una scelta netta: o si rafforza il controllo democratico sull’uso della forza, o si accetta che la verità venga scritta prima nelle chat, poi nei talk show, e solo infine – forse – nelle aule di giustizia.

Perché quando una morte viene raccontata prima di essere indagata, quando chi parla di “brutalizzare un testimone” viene premiato con una medaglia civica, quando la pistola diventa argomento di consenso, il problema non è più solo chi ha sparato. Il problema è il sistema che protegge, giustifica e celebra.

E uno Stato che premia prima di accertare, assolve prima di indagare e arma prima di capire, non sta difendendo la sicurezza: sta mettendo a rischio la democrazia.