Man mano che l’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il giovane ucciso a Rogoredo, nella periferia di Milano, lo scorso 26 gennaio da un poliziotto, si sviluppa, la realtà sembra duplicare la fantasia, più che superarla. La sensazione è quella di trovarsi all’interno di un romanzo di James Ellroy. È chiaro che un giudizio definito si potrà formulare soltanto dopo che la verità processuale sarà stata stabilita, ma la sensazione di leggere un noir ambientato nella Los Angeles degli anni Cinquanta è forte: poliziotti che manipolano le prove, rapporti di conoscenza che sussisterebbero tra la vittima e il reo, tracce di corruzione e addirittura ipotesi di estorsione. Ci troviamo invece nell’Italia del terzo anno del governo Meloni, che ha varato un decreto contenente lo “scudo penale” per le forze dell’ordine. Soprattutto, Abderrahim Mansouri è morto davvero. A soli 28 anni.
Uscendo dalla fiction, gli sviluppi dell’inchiesta riconducono a un caso analogo avvenuto a Londra 30 anni fa. Stephen Lawrence, un giovane afrocaraibico, venne aggredito mortalmente da un gruppo di neonazisti. Il suo amico, che chiamò la polizia, venne incriminato per l’omicidio, subito associato alla presunta inclinazione alla criminalità attribuita agli afrocaraibici. Ci volle la pervicacia della famiglia e degli amici di Stephen, oltre alla mobilitazione della società civile, per riaprire l’inchiesta e scoprire che la polizia londinese, pur avendo le prove dell’omicidio, le aveva nascoste per coprire il gruppo neonazista che lo aveva commesso, per il quale alcuni di loro nutrivano più di una simpatia. Il rapporto Macpherson, redatto dalla Camera dei Lord alla conclusione dell’inchiesta, affermò esplicitamente che le forze di polizia inglesi si connotavano per il loro razzismo istituzionale.
Nel caso dell’omicidio Mansouri, grazie allo sviluppo della tecnologia, alla presenza dei testimoni, alla loro disponibilità a collaborare, alla preoccupazione degli altri colleghi del poliziotto che ha sparato di incorrere in conseguenze pesanti, la verità sembra che si stia accertando più celermente. Colpiscono però due elementi. Il primo è quello del razzismo istituzionale, che le forze di polizia italiane sembrano condividere coi loro colleghi inglesi. Il secondo è relativo al processo di manipolazione della prova. Su entrambi gli aspetti è necessario riflettere. La produzione della verità giudiziario-penale, ci insegna Aaron Cicourel, è sempre il prodotto di un processo negoziale. In altre parole, i fatti vanno resi credibili e accettabili, sia all’interno, rispetto ai protocolli di servizio, sia all’esterno, in relazione alle rappresentazioni e alle aspettative dell’opinione pubblica.
Non si può raccontare che si è sparato a sangue freddo a una persona che stava scappando. Allora si ricorre all’artifizio di raccontare che la vittima era armata, e quindi pericolosa, malgrado le regole d’ingaggio non prevedano la possibilità di sparare nemmeno in questo caso. Allora si tira fuori il puntello razzista, che fa leva sul securitarismo da cui l’attuale compagine governativa trae legittimazione. Era straniero, addirittura maghrebino, per di più spacciatore. Sviluppando una perversa correlazione lineare, che rende la dinamica credibile e legittima la morte di un giovane di 28 anni agli occhi di ampi settori del pubblico, fino ad ottenere il plauso di esponenti di primo piano del governo. A cui l’omicidio di Rogoredo serviva per giustificare lo scudo penale. Salvo essere smentiti. Chissà se adesso, qualcuno di loro, avrà, oltre al coraggio di chiedere scusa, l’onestà intellettuale di parlare di razzismo istituzionale. La Camera dei Lord lo ha fatto. |