NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Droga, divise e impunità

 

FONTE:osservatorio repressione

 

A proposito del caso Mansouri e Cinturrino. A monte di tutto l’assenza della prevenzione sia della tossicodipendenza e quindi dello spaccio, sia dello scivolamento nella criminalita’ nei ranghi delle polizie

 

In realta’ e’ un caso simile a tanti altri noti negli ultimi anni (vedi qui: https://www.meltemieditore.it/catalogo/polizie-sicurezza-e-insicurezze/), sia perché è anche emblematico di due persone -uno spacciatore e un poliziotto – che credevano di poter raggiungere il loro successo economico attraverso mezzi criminali (aspirazione comune a certe persone di ogni regione e paese).

Il contesto di questo caso è noto da decenni come rifugio per tossicodipendenti e spacciatori (accanto alla stazione ferroviaria di Rogoredo-Milano), simile a molti altri nelle periferie delle principali città italiane e in tutto il mondo.

Ciò perché la prevenzione non è mai stata implementata, a chiaro vantaggio del narcotraffico mafioso e degli attori istituzionali e non istituzionali che ne traggono profitto.

Non si e mai voluto legalizzare il consumo di droghe (solo con ricetta medica e sotto controllo medico e da comprare in farmacia). Perche’ ??? danneggia le mafie del traffico e quegli operatori delle polizie e di servizi sociali privati che approfittano di questo proibizionismo

Nessun governo locale e nazionale ha mai predisposto programmi di efficace ed effettiva bonifica di questi luoghi e quindi di risanamento sanitario e sociale attraverso l’opera di servizi pubblici adeguati.

Invece i Sert sono stati quasi del tutto smantellati (grazie fra l’altro a mister Formigoni, a Comunione & Liberazione e altri collusi a favore di pseudo-terapie private).

Dagli anni ’60 agli anni ’80, gli spacciatori erano italiani, terrroni del nord e terroni del sud. Alcuni sono persino riusciti a realizzare profitti significativi per comprare case e automobili per le loro famiglie, e non pochi di loro sono morti di droga. e sono diventati un esempio per chi li ha sostituiti (il turnover nel settore è elevato).

Il caso del poliziotto Cinturrino è simile a tanti altri casi del genere (si pensi alla caserma di piacenza, ai carabinieri di Aulla (Toscana), e anche a tanti casi noti negli anni scorsi sempre a Milano fra stazione centrale e le periferie ma anche in v.le Monza).

Gli esami hanno rivelato che sull’arma trovata accanto al cadavere di Mansouri c’era solo il Dna di Cinturrino, che -come ha ammesso lui stesso al suo legale- ha messo l’arma vicino al corpo di Mansouri (era nello zaino che il suo collega era andato a prendere al commissariato su sua richiesta). Infine, Centurrino ha ammesso la messinscena della pistola (vedi https://www.osservatoriorepressione.info/rogoredo-larresto-che-smonta-il-sempre-dalla-parte-del-poliziotto/ )

Lo spacciatore non era morto sul colpo e soccorsi immediati avrebbero forse potuto salvarlo, ma l’allarme al 118 è stato dato da Cinturrino solo 23 minuti dopo lo sparo. Il tempo che gli è servito per la messinscena, peraltro maldestra. Mansouri era caduto a testa in giù, il suo corpo è stato giratoper simulare la dinamica della minaccia con l’arma in pugno rivolta agli agenti, ma il suo volto era coperto di terriccio.

A quasi un mese di distanza e solo dopo essere stati indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, scrive Cesare Giuzzi (Corrieredellasera), «i quattro agenti che erano con Cinturrino hanno deciso di ritrattare le loro versioni, all’inizio univoche nel confermare che il collega ha sparato a Mansouri che impugnava una pistola». Il poliziotto corso a prendere l’arma giocattolo ha raccontato di avere avuto paura che Cinturrino potesse sparare anche a lui.

Per i PM, Cinturrino non solo «ha colpito Mansouri con coscienza e lucidità». Ma in più, «è emerso un quadro allarmante sulle potenzialità criminali dell’indagato … potrebbe uccidere ancora».

Il «quadro allarmante emerge dalle voci sul conto «Luca», così era chiamato Cinturrino, ricostruite da Pierpaolo Lio (Corrieredellasera). Lo chiamavano anche Thor perché girava con un martello che usava per pestare tossici e spacciatori. Ma non faceva paura solo ai pusher. La sua era «una doppia fama. Quella di poliziotto “macina arresti”. E quella di “sceriffo” che avrebbe taglieggiato i pusher italiani per garantirgli “protezione”, mentre avrebbe preteso il pizzo da tossici e spacciatori nordafricani. “Zack” compreso. Duecento euro e cinque grammi di coca. Ogni giorno. Almeno fino a qualche mese prima dello sparo, quando poi la vittima si sarebbe ribellata. Iniziando però a manifestare anche lui paura, agli amici, e ai suoi legali (Debora Piazza e Marco Romagnoli), per le possibili conseguenze di quella disobbedienza. Pestaggi brutali, operazioni “disinvolte”, arresti “selettivi”, segnalazioni su cui gli inquirenti stanno ancora lavorando.

A questo quadro si riferiva con ogni probabilità il capo della polizia Vittorio Pisani, quando ha definito Cinturrino «un ex poliziotto, anzi, un delinquente». Ma nessuno dei vertici ha mai provveduto a creare un dispositivo di PREVENZIONE.

Le dichiarazioni iniziali della sig.raMeloni e di Salvini erano di vantare il cosiddetto scudo penale per i poliziotti (poi esteso a tutti) nel decreto sicurezza e in piena campagna referendaria. Il 5 febbraio, parlando a Rete 4, la presidente del Consiglio aveva detto: «Qualche giorno fa un agente spara a uno spacciatore che gli puntava al volto una pistola. Poi si è scoperto che la pistola era a salve, chiaramente l’agente non lo può sapere. Quell’agente viene indagato per omicidio volontario». La premier, come ha scritto Ferrarella (sul Corriere), «si era indignata a fronte invece della (a suo avviso) mancata contestazione a Torino del reato di tentato omicidio per i martellatori del poliziotto». E la sig.ra Meloni aveva aggiunto: «Penso che ci sia un doppiopesismo di certa parte della magistratura e penso che questo renda un po’ difficile essere efficaci nella difesa della sicurezza dei cittadini».

Salvini aveva detto: «Io sto col poliziotto, avanti con la tutela legale. Imputare di omicidio volontario un ragazzo che si difende di notte, nel bosco della droga, a trenta metri, a fronte di un’arma puntata contro di lui, è qualcosa di vergognoso per un Paese civile. Sono dalla sua parte, senza se e senza ma. Un poliziotto si difende, il balordo muore».

Ieri, difronte alle flagranti prove, la sig.ra Meloni ha ribaltato il suo giudizio dicendo «lo scudo penale non esiste», ovvero che il decreto sicurezza non dà alcuna impunità ai poliziotti. Con chi sbaglia, a maggior ragione perché indossa quella divisa, occorre essere implacabili. Se le indagini lo confermeranno ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento della Nazione e della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine. La giustizia farà il suo corso e confidiamo che sia determinata».

Quanto a Salvini, il suo commento è stato questo: «A me sta a cuore che chi indossa una divisa venga rispettato, non confondiamo una mela marcia con centinaia di migliaia di donne e di uomini che rischiano la vita per salvare le nostre».

Debora Piazza, l’avvocata dei Mansouri, che fa il lavoro difficile di difendere gli spacciatori, o i presunti spacciatori, dalle violenze, o presunte violenze, delle forze dell’ordine, ha detto: «Quello su Rogoredo è il giusto epilogo in uno Stato di diritto, dove la magistratura può indagare liberamente e senza alcun tipo di costrizione».

Come scrive un anziano ex-poliziotto che aveva combattuto per la riforma delle polizie del 1981: “Dalla rassegna stampa si odono fondamenta fradice i massimi vertici governativi sepolti dalle loro iniziali difese del criminale poliziotto… uno che gira con un martello per picchiare gli spacciatori non viene notato dai suoi colleghi? Tra l’altro era di qualifica bassa per cui non poteva incutere soggezione ma la faceva con violenza o minaccia … onde per cui i superiori e il dirigente del Commissariato riposavano in sonni tranquilli…il questore fa retorica come il capo della polizia sottolineando la mela marcia ormai putrida …”

Perché i vertici delle polizie non hanno mai implementato un’efficace ed efficiente prevenzione?

Per “tenersi buona la truppa” ? per non scalfire il sacro “spirito di corpo”? perché i sindacati di polizia fanno quadrato?

Non a caso in Italia non esistono neanche statistiche interne alle polizie sui loro operatori incriminati per reati vari e oggetto di indagini interne.

E non a caso le polizie sono riuscite a far istituire un meccanismo che garantisce l’impunità (vedi qui https://www.osservatoriorepressione.info/il-meccanismo-che-garantisce-limpunita-agli-agenti-di-polizia-in-italia/).

Persino i condannati anche dalla corte europea per le brutalità e torture al G8 di Genova hanno ottenuto brillantissime promozioni che non sono state revocate!!! e quando nel 2025 il 5 giugno 2025, la CEDU ha condannato l’Italia per i maltrattamenti subiti da un praticante avvocato nella caserma Raniero a Napoli nel 2001, evidenziando inadeguatezza nelle indagini e nella legislazione penale nel prevenire atti di tortura; nel 10 giugno 2025 ha nuovamente confermato condanne per maltrattamenti da parte delle forze di polizia quali la morte sotto custodia; nel 2023-2024. La corte europea ha condannato l’Italia per la morte in custodia di Carmelo Calogero, evidenziando carenze nel dovere di protezione della vita da parte delle autorità; per maltrattamento di migranti; condanna dell’Italia per il trattamento riservato a cittadini stranieri (caso sudanesi), denudati e maltrattati durante le procedure di identificazione; per inerzia delle autorità: condanna dell’Italia non solo per gli atti in sé, ma anche per la mancata conduzione di inchieste effettive e indipendenti (violazione procedurale dell’art. 3); per reato di tortura: le condanne hanno evidenziato la necessità per l’Italia di garantire che le inchieste siano rapide ed efficaci per prevenire impunità. Condanna per la morte di Magherini.

Per le sanzioni: l’Italia è stata spesso condannata a risarcire le vittime per i danni morali subiti.

Queste sentenze impongono allo stato italiano l’obbligo di adottare misure per prevenire tali violazioni, inclusa la formazione del personale e l’adeguamento normativo, ma nessuno di questi obblighi è stato ottemperato.

 

Salvatore Turi Palidda