“Mi hanno messo di schiena con le mani al muro e hanno cominciato a picchiarmi”. Le parole di F., raccolte nell’inchiesta di Luca Rondi per Altreconomia, restituiscono con una precisione brutale ciò che accade dentro i Centri di permanenza per il rimpatrio. Non un episodio isolato, non una deviazione, ma la manifestazione concreta di un sistema in cui la violenza diventa pratica ordinaria e l’impunità un esito probabile.
La notte del 30 dicembre 2023 nel CPR di Trapani sei uomini vengono immobilizzati dopo un tentativo di fuga. Da quel momento, secondo le testimonianze raccolte negli atti, inizia un’ora di pestaggi. Mani al muro, volto girato verso la parete, scarpe e giubbotti tolti. Poi calci, pugni, colpi sulle dita, sui piedi, sulle articolazioni. Insulti razzisti, riferimenti all’origine e alla religione. Una violenza sistematica che coinvolgerebbe agenti della polizia, della Guardia di finanza e persino un operatore dell’ente gestore.
Uno dei fermati, già ferito, viene colpito proprio sul ginocchio dolorante. Un altro, diabetico, chiede che si fermino e viene picchiato ancora più duramente. Le urla vengono sentite dagli altri trattenuti che battono contro i muri per far cessare le violenze. Succede dopo un’ora. Ma non è la fine.
Ai sei uomini viene impedito di denunciare. Chiedono visite mediche, chiedono avvocati, chiedono di lasciare traccia di ciò che è accaduto. Ma la possibilità di formalizzare la denuncia viene di fatto negata. Solo giorni dopo, grazie al ricovero di uno di loro, parte una segnalazione alla Procura. È già troppo tardi. Le registrazioni della videosorveglianza, conservate per appena sette giorni, sono ormai cancellate.
Questo elemento è decisivo. Non è solo un dettaglio tecnico. È il cuore del problema. Nei CPR il tempo della prova è più breve del tempo della giustizia. E questo produce un effetto preciso: rende la verità fragile, contestabile, facilmente archiviabile.
Nel frattempo i testimoni vengono dispersi. Uno è rimpatriato il giorno dopo la denuncia. Altri vengono trasferiti in centri diversi, uno addirittura dall’altra parte dell’Italia. F. lascia il Paese e raggiunge la compagna in Germania. Quando viene convocato per testimoniare decide di tornare clandestinamente, attraversando più frontiere, dormendo per strada, rischiando tutto. Lo fa per parlare, per raccontare, per non lasciare che quella notte venga cancellata.
“Non potevo stare zitto”, dice. Ma la macchina giudiziaria non segue lo stesso ritmo. Ritardi, rinvii, difficoltà procedurali. Fino al 21 gennaio 2026, quando la Procura chiede l’archiviazione per insufficienza di prove. Il nodo è il mancato riconoscimento individuale degli agenti responsabili. Troppi dubbi, troppe incertezze, troppe omissioni. Un esito che gli avvocati delle vittime contestano, ma che descrive perfettamente il funzionamento di questo sistema.
Perché qui non siamo di fronte a un fallimento della giustizia. Siamo di fronte a un meccanismo che rende la giustizia impraticabile.
I CPR sono luoghi in cui la detenzione avviene senza reato, ma anche spazi in cui il controllo è opaco, le prove si dissolvono rapidamente e le responsabilità si disperdono. La violenza non è solo quella dei corpi colpiti. È anche quella istituzionale che impedisce di nominarla, di dimostrarla, di punirla.
A rendere il quadro ancora più drammatico è il contesto. Nei giorni successivi a quei fatti il CPR di Trapani esplode. Proteste, incendi, condizioni di vita al collasso. I trattenuti dormono all’addiaccio. Tra loro c’è Ousmane Sylla, che si suiciderà pochi giorni dopo nel CPR di Roma dove era stato trasferito. La Corte europea dei diritti umani condannerà l’Italia per trattamenti inumani e degradanti.
Eppure, nonostante tutto, il rischio è che quella notte scompaia nel nulla giudiziario.
Il racconto di F. resta allora qualcosa di più di una testimonianza. È una richiesta politica e morale. “Raccontate la mia storia”, dice. “Fate sapere cosa succede in quei luoghi”.
Perché ciò che emerge dall’inchiesta di Altreconomia non riguarda solo Trapani. Riguarda l’intero sistema dei CPR. Riguarda un modello di gestione delle migrazioni fondato sulla detenzione, sull’opacità e sulla possibilità concreta che la violenza resti senza conseguenze.
E riguarda anche noi. Perché il punto più inquietante, come dice F., non è solo quello che è accaduto. È il fatto che sia accaduto “in Italia, in Europa”. Dove i diritti dovrebbero essere garantiti. Dove invece, troppo spesso, finiscono per fermarsi davanti a un muro. |