NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Rogoredo, quando la polizia diventa il clan

 

FONTE: Altreconomia

 

Premeditazione, torture e droga: l’inchiesta smonta la favola delle “mele marce”. 31 capi d’accusa per Cinturrino, 43 capi d’imputazione. Non un errore, ma un metodo

 

Ci sono vicende che non sono soltanto cronaca giudiziaria. Sono rivelazioni. Squarci che mostrano ciò che normalmente resta nascosto sotto la superficie dell’ordine pubblico. Il caso di Rogoredo è una di queste.

La posizione dell’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino si aggrava di giorno in giorno. La procura di Milano contesta ora l’omicidio aggravato dalla premeditazione di Abderrahim Mansouri, il ventottenne ucciso con un colpo di pistola alla testa nel boschetto di Rogoredo il 26 gennaio scorso. Ma l’omicidio è soltanto la punta dell’iceberg. I capi d’imputazione sono 31 per lui e 43 complessivi per i colleghi coinvolti. Gli agenti indagati sono ormai sei.

Il quadro che emerge dalle indagini è devastante. Non solo per la gravità dei reati contestati – sequestro di persona, estorsione, concussione, spaccio di droga, percosse, arresti illegali, falsi verbali, depistaggio, calunnia e rapina – ma per la logica di potere che sembra aver guidato l’azione degli agenti del commissariato Mecenate.

Secondo le testimonianze raccolte dalla procura, Cinturrino cercava Mansouri da mesi. Almeno dall’autunno precedente. E lo diceva apertamente:
«Di’ a Zack che se lo becco lo ammazzo».
Oppure: «O ti arresto o ti ammazzo».

Frasi che oggi pesano come macigni negli atti dell’inchiesta.

 

 

Il boschetto come territorio di comando

 

Le indagini descrivono una situazione inquietante nel boschetto di Rogoredo, uno dei più noti mercati di spaccio dell’area milanese. Non una semplice attività repressiva degenerata, ma qualcosa di molto diverso: una gestione violenta e illegale del territorio.

«Qua comando io, non comandano i Mansouri», avrebbe urlato Cinturrino durante uno dei pestaggi.

Secondo i pm, il controllo della zona passava attraverso botte, minacce e torture. Uno degli strumenti utilizzati sarebbe stato addirittura un martello, tanto che l’agente era soprannominato “Thor”.

Gli episodi contestati sono numerosi. Un uomo costretto a consegnare soldi e droga dopo essere stato colpito con martellate sullo sterno. Un altro trascinato nel bosco, denudato e pestato per rivelare i nascondigli delle sostanze. Un tossicodipendente disabile gettato a terra e colpito con un martello e con il collo di una bottiglia di birra.

Non si tratta di episodi isolati. Dosi e contanti venivano sequestrati senza alcuna registrazione ufficiale. Seguivano verbali falsi, perquisizioni inventate, arresti illegali.

La ricostruzione investigativa parla di un modus operandi diffuso, non dell’azione di un singolo agente fuori controllo.

 

La caduta della favola delle “mele marce”

 

Per settimane la narrazione pubblica del caso Rogoredo è stata quella consueta. L’omicidio di Mansouri era stato inizialmente presentato come legittima difesa. Il racconto sembrava perfettamente credibile: un poliziotto contro un pusher armato. Una pistola puntata. Uno sparo inevitabile. Il copione era già scritto.

A rendere plausibile quella versione contribuivano due elementi. Il primo è la disuguaglianza di status: la parola di un agente di polizia pesa infinitamente più di quella di un migrante con precedenti per spaccio. Il secondo è la cornice narrativa dominante, che descrive le periferie urbane come zone fuori controllo dove la criminalità di strada minaccia continuamente l’ordine pubblico.

Dentro questo schema, la verità ufficiale si impone quasi automaticamente.

Solo le indagini della magistratura – grazie a testimoni, immagini video e nuove prove – hanno fatto saltare la ricostruzione iniziale. È emerso che la pistola brandita da Mansouri era in realtà una pistola giocattolo. E che la scena del delitto sarebbe stata manipolata. Il castello di carte è crollato.

 

Non un errore, ma un sistema

 

Oggi l’inchiesta disegna uno scenario che va ben oltre la responsabilità individuale di un singolo agente.

L’ipotesi della procura è che attorno a Cinturrino esistesse una rete di complicità, più o meno esplicita, dentro il commissariato Mecenate. Alcuni agenti avrebbero partecipato direttamente alle violenze. Altri avrebbero coperto gli abusi con verbali falsi. L’idea che l’assistente capo agisse da solo, tenendo in scacco l’intero commissariato, non regge più. Il problema non è quindi soltanto penale. È istituzionale e politico.

Perché il caso Rogoredo arriva dopo una lunga sequenza di scandali e violenze che coinvolgono apparati di polizia: Genova, Piacenza, Verona, Santa Maria Capua Vetere, fino alle morti di Aldrovandi, Cucchi, Magherini. Episodi diversi, contesti diversi, ma un filo rosso evidente: l’opacità e l’impunità degli apparati coercitivi dello Stato.

 

Lo scudo penale è il problema

 

Nel pieno della vicenda Rogoredo, la destra di governo ha rilanciato una delle sue bandiere politiche: lo “scudo penale” per le forze dell’ordine. Una norma che dovrebbe evitare l’iscrizione automatica degli agenti nel registro degli indagati quando appare “evidente” la legittima difesa. Il paradosso è evidente.

Mentre l’inchiesta milanese dimostra quanto sia fragile – e manipolabile – la versione iniziale fornita dagli agenti, la risposta politica consiste nel ridurre ulteriormente i controlli sull’uso della forza pubblica. In altre parole, si propone di rafforzare proprio quel meccanismo che ha permesso alla versione falsa di circolare indisturbata per settimane. Lo scudo penale non risolve il problema. È il problema.

 

Il nodo democratico

 

Il caso Rogoredo pone una questione che l’Italia continua a rimuovere: il rapporto tra polizia e democrazia.

In uno Stato di diritto, la forza pubblica esercita un potere enorme. Proprio per questo deve essere sottoposta a controlli rigorosi, trasparenti e indipendenti. Non a protezioni preventive e solidarietà corporative. Perché quando il controllo democratico si indebolisce, la forza smette di essere uno strumento della legge e diventa una forma di potere autonomo.

È per questo che la verità giudiziaria, pur necessaria, non basta. Non basta condannare un colpevole e archiviare il caso come un tradimento individuale. La domanda che resta aperta è più scomoda. Non riguarda solo Carmelo Cinturrino. Riguarda il sistema che ha reso possibile tutto questo.