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26 MARZO 2000

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Torture nel carcere minorile di Casal del Marmo: dieci agenti indagati

 

FONTE: Altreconomia

 

Pestaggi, lesioni, minacce e violenze sui detenuti stranieri tra i 15 e i 19 anni. L’inchiesta della Procura di Roma arriva mentre il decreto sicurezza rafforza le tutele per le forze dell’ordine.

 

Una nuova inchiesta per presunte torture e violenze scuote il sistema penitenziario minorile italiano. A poche settimane dall’approvazione del nuovo decreto sicurezza del governo, che introduce tra le altre cose maggiori tutele per le forze dell’ordine e ipotesi di scudo penale, la Procura di Roma ha aperto un’indagine su quanto sarebbe accaduto all’interno dell’Istituto penale per minorenni di Casal del Marmo.

Dieci agenti della polizia penitenziaria risultano indagati a vario titolo: due per tortura, cinque per lesioni e tre per falso ideologico in atto pubblico. Per cinque di loro i pubblici ministeri hanno chiesto la sospensione dal servizio. I fatti contestati si collocano tra febbraio e novembre 2025 e riguarderebbero una serie di aggressioni e pestaggi avvenuti soprattutto nelle aree dell’istituto non coperte dalle telecamere.

Le accuse emergono dalle testimonianze di almeno tredici detenuti stranieri, tra i 15 e i 19 anni, ma anche dai racconti di educatori, operatori e guide spirituali che lavorano all’interno della struttura.

 

 

Pestaggi e minacce nelle zone senza telecamere

 

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli agenti avrebbero utilizzato violenze fisiche e intimidazioni sistematiche: schiaffi, pugni, aggressioni con sedie, bastoni e perfino estintori. In alcune testimonianze compare una frase ricorrente, usata come minaccia: “Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”.

I racconti restituiscono anche un linguaggio interno fatto di soprannomi: “Pugile”, “Animale”, “lo sceriffo”, “Shrek”. Figure che, secondo i detenuti, sarebbero state protagoniste di episodi di brutalità.

Una delle testimonianze più dure racconta di un agente che avrebbe costretto un ragazzo a sdraiarsi su un letto, togliersi i vestiti e lo avrebbe minacciato con una forbice: “Mi ha detto che mi tagliava i testicoli. Io piangevo e pregavo che smettesse”. Il racconto prosegue con ulteriori pestaggi una volta riportato in cella.

Per lungo tempo queste storie sarebbero rimaste nel silenzio, per paura di ritorsioni.

 

A rompere il silenzio educatori e operatori

 

Le denunce sono emerse grazie agli operatori dell’istituto. Educatori, suore e cappellani hanno raccontato agli investigatori un clima di violenza diffusa e crescente tensione.

Il cappellano della struttura avrebbe avvertito: “Qui o si interviene o scappa il morto”. Una suora ha parlato di aggressioni e intimidazioni, alcune delle quali sarebbero avvenute persino nei confronti degli operatori religiosi.

Gli educatori raccontano di essere stati allontanati con spintoni e insulti nei momenti di maggiore tensione, impedendo loro di intervenire per calmare situazioni di conflitto.

L’inchiesta, coordinata dalla pm Rosalia Affinito e dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, è nata proprio da queste segnalazioni arrivate al Dipartimento per la giustizia minorile del ministero della Giustizia, guidato da Antonio Sangermano, e poi trasmesse alla Procura di Roma coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi.

A breve le testimonianze dei ragazzi verranno cristallizzate negli incidenti probatori davanti a un giudice.

 

Un istituto sotto pressione

 

L’inchiesta si inserisce in un contesto già estremamente fragile. L’istituto di Casal del Marmo è considerato uno dei più complessi del sistema minorile italiano: è l’unico a ospitare contemporaneamente ragazzi e ragazze detenuti.

Secondo l’VIII Rapporto sulla giustizia minorile dell’associazione Antigone, al momento della visita dei ricercatori nell’istituto erano presenti 57 detenuti: 51 maschi e 6 femmine, oltre la metà stranieri e molti minori non accompagnati.

Negli ultimi anni la pressione è cresciuta, soprattutto dopo il cosiddetto Decreto Caivano, che ha ampliato l’uso delle misure custodiali per i minori. In alcune occasioni le presenze hanno superato quota 70, costringendo l’amministrazione ad aggiungere letti nelle celle e ridurre ulteriormente gli spazi comuni.

Il rapporto di Antigone descrive un “clima interno negativo” aggravato dal sovraffollamento e dalle condizioni strutturali degradate delle palazzine maschili.

Le celle visitate presentavano muri scrostati e muffa, arredi ridotti al minimo e spazi spesso condivisi da quattro ragazzi. In alcuni casi gli stessi detenuti utilizzavano uno stendino per i panni come tavolo.

 

Autolesionismo, suicidi e tensione permanente

 

I dati interni raccontano una realtà segnata da tensioni continue. Nel 2024 sono state inflitte 214 sanzioni disciplinari, di cui 132 esclusioni dalle attività comuni. Sedici detenuti sono stati trasferiti nel circuito penitenziario per adulti per motivi di sicurezza.

Ancora più preoccupanti i numeri relativi al disagio psichico: nello stesso anno si sono registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi.

A questo si aggiungono quattro evasioni e numerosi episodi di violenza interna tra detenuti.

Il quadro complessivo è quello di un equilibrio fragile, in cui la funzione educativa prevista dalla giustizia minorile sembra sempre più schiacciata dalla gestione emergenziale della sicurezza.

 

Il precedente del Beccaria

 

Le accuse emerse a Casal del Marmo ricordano da vicino un’altra indagine ancora in corso: quella sull’Istituto penale minorile Beccaria di Milano, dove gli indagati sono 42, di cui trenta agenti della polizia penitenziaria.

Due inchieste parallele che sollevano interrogativi profondi sul funzionamento del sistema penitenziario minorile e sulla capacità dello Stato di garantire diritti e sicurezza all’interno delle strutture.

 

La contraddizione politica

 

La vicenda assume un significato ancora più forte nel momento in cui il governo ha appena approvato un nuovo decreto sicurezza che amplia le tutele operative per le forze dell’ordine.

Da una parte emergono indagini su presunte torture e abusi dentro istituti dello Stato. Dall’altra si discute di scudi giuridici e ampliamento delle garanzie per gli apparati.

È una contraddizione che attraversa tutto il sistema penitenziario: istituzioni nate per rieducare e reinserire rischiano di trasformarsi in luoghi di gestione della marginalità e del conflitto sociale.

E quando questo avviene dentro le carceri minorili, la domanda diventa ancora più radicale: che tipo di futuro si offre a ragazzi di quindici o sedici anni quando l’unica risposta istituzionale diventa la detenzione e la disciplina?