| Censura di Stato su Giulio Regeni |
FONTE:fanpage.it |
Il Ministero della Cultura nega fondi a un documentario premiato: non è una valutazione artistica, è una scelta politica contro la memoria e la verità |
Non c’è alcuna ambiguità in questa decisione. Il rifiuto del finanziamento pubblico al documentario “Tutto il male del mondo” non è un errore, non è una svista, non è una valutazione discutibile. È un atto politico deliberato. |
La verità che disturba |
Giulio Regeni è stato sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Non ci sono zone grigie su questo. Le modalità delle torture sono note, documentate, incompatibili con qualsiasi narrazione alternativa. Non è un mistero. È un crimine politico. |
Il criterio reale: ciò che non si deve vedere |
Nello stesso bando che esclude questo documentario, altri progetti ottengono finanziamenti consistenti. Non è un problema di risorse. È una selezione. Si finanzia ciò che non crea conflitto. Si esclude ciò che lo espone. Il messaggio è lineare: la memoria è ammessa solo se non produce conseguenze. La cultura è sostenuta solo se non mette in discussione rapporti di potere reali. |
Continuità, non eccezione |
Questa decisione non è isolata. È coerente con un modello. Da anni la gestione del caso Regeni segue lo stesso schema: dichiarazioni pubbliche, assenza di rotture reali, progressivo spostamento dell’attenzione. Il risultato è noto: nessuna verità giudiziaria, nessuna collaborazione concreta da parte dell’Egitto, nessuna pressione efficace da parte italiana ed europea. Il documentario rompe questo schema perché lo rende visibile. Per questo viene colpito. |
La rimozione come politica |
Negare un finanziamento non impedisce a un film di esistere. Ma segnala cosa deve essere marginale. Sposta il confine tra ciò che è riconosciuto e ciò che viene lasciato fuori. Qui il confine è chiaro: la tortura, la responsabilità politica, la complicità internazionale devono restare ai margini. Non è censura nel senso formale del divieto. È censura nel senso sostanziale: togliere legittimità pubblica a ciò che mette in crisi il racconto ufficiale. |
Una scelta che riguarda tutti |
Non riguarda solo un documentario. Riguarda il rapporto tra cultura e potere. Se un’opera che documenta un omicidio politico di un cittadino italiano, già verificata e riconosciuta, viene dichiarata priva di interesse culturale, allora il criterio non è culturale. È politico. E la politica che emerge è semplice: la verità è accettabile solo quando non crea problemi. Quando li crea, viene esclusa. Non c’è altro da aggiungere. |