NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Censura di Stato su Giulio Regeni

 

FONTE:fanpage.it

 

Il Ministero della Cultura nega fondi a un documentario premiato: non è una valutazione artistica, è una scelta politica contro la memoria e la verità

 

Non c’è alcuna ambiguità in questa decisione. Il rifiuto del finanziamento pubblico al documentario “Tutto il male del mondo” non è un errore, non è una svista, non è una valutazione discutibile. È un atto politico deliberato.

Un’opera già realizzata, già distribuita, già premiata con il Nastro della Legalità 2026, giudicata “priva di interesse culturale” da una commissione ministeriale. Questa formula non descrive il film. Descrive il potere che lo rifiuta.

Perché qui non si sta discutendo di estetica, linguaggio o qualità. Il documentario esiste, è stato visto, ha ricevuto riconoscimenti e continuerà a circolare in decine di università e sedi istituzionali. Dire che “non ha interesse culturale” significa una cosa sola: il contenuto è scomodo.

Scomodo perché racconta un fatto che lo Stato italiano non ha mai voluto affrontare fino in fondo.

 

La verità che disturba

 

Giulio Regeni è stato sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Non ci sono zone grigie su questo. Le modalità delle torture sono note, documentate, incompatibili con qualsiasi narrazione alternativa. Non è un mistero. È un crimine politico.

Il documentario ricostruisce questo: la macchina repressiva del regime egiziano, il ruolo dei servizi, le menzogne ufficiali, i depistaggi. E insieme a questo, mostra un’altra cosa: l’inerzia italiana.

Non un incidente diplomatico, ma una scelta costante. Ritirare un ambasciatore e poi rimandarlo. Accettare promesse mai mantenute. Continuare relazioni economiche e strategiche come se nulla fosse. L’omicidio di un cittadino italiano subordinato a interessi energetici e geopolitici. Questo è il punto che non si vuole finanziare.

 

Il criterio reale: ciò che non si deve vedere

 

Nello stesso bando che esclude questo documentario, altri progetti ottengono finanziamenti consistenti. Non è un problema di risorse. È una selezione. Si finanzia ciò che non crea conflitto. Si esclude ciò che lo espone. Il messaggio è lineare: la memoria è ammessa solo se non produce conseguenze. La cultura è sostenuta solo se non mette in discussione rapporti di potere reali.

Un film su Regeni non è “non italiano”. È esattamente il contrario. Riguarda il rapporto tra Stato e cittadino, tra verità e ragion di Stato, tra diritti e interessi. Escluderlo significa ridefinire cosa è considerato cultura: non ciò che spiega la realtà, ma ciò che la rende innocua.

 

Continuità, non eccezione

 

Questa decisione non è isolata. È coerente con un modello. Da anni la gestione del caso Regeni segue lo stesso schema: dichiarazioni pubbliche, assenza di rotture reali, progressivo spostamento dell’attenzione. Il risultato è noto: nessuna verità giudiziaria, nessuna collaborazione concreta da parte dell’Egitto, nessuna pressione efficace da parte italiana ed europea. Il documentario rompe questo schema perché lo rende visibile. Per questo viene colpito.

 

La rimozione come politica

 

Negare un finanziamento non impedisce a un film di esistere. Ma segnala cosa deve essere marginale. Sposta il confine tra ciò che è riconosciuto e ciò che viene lasciato fuori. Qui il confine è chiaro: la tortura, la responsabilità politica, la complicità internazionale devono restare ai margini. Non è censura nel senso formale del divieto. È censura nel senso sostanziale: togliere legittimità pubblica a ciò che mette in crisi il racconto ufficiale.

 

Una scelta che riguarda tutti

 

Non riguarda solo un documentario. Riguarda il rapporto tra cultura e potere. Se un’opera che documenta un omicidio politico di un cittadino italiano, già verificata e riconosciuta, viene dichiarata priva di interesse culturale, allora il criterio non è culturale. È politico. E la politica che emerge è semplice: la verità è accettabile solo quando non crea problemi. Quando li crea, viene esclusa. Non c’è altro da aggiungere.