C’è un modo molto semplice per capire l’idea di carcere che ha Carlo Nordio: guardare cosa fa, non cosa dice. E ciò che fa racconta una visione regressiva, punitiva, ostile perfino ai minimi margini di umanità che la Costituzione pretende siano garantiti a chi è detenuto.
Mentre le carceri italiane affondano nel sovraffollamento, mentre aumentano i suicidi, mentre migliaia di persone vivono stipate in celle indegne, mentre l’estate si avvicina trasformando molti istituti in forni di cemento, il ministero della Giustizia trova il tempo di occuparsi dei frigoriferi. Sì, dei frigoriferi.
La nuova linea amministrativa del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria punta infatti a limitare o rimuovere frigoriferi e pozzetti frigo da celle e reparti, sulla base del rischio che possano essere usati per nascondere oggetti proibiti o addirittura trasformati in strumenti di barricata. Una motivazione che rasenta il grottesco e che svela un riflesso ormai automatico: di fronte a qualsiasi problema, la risposta non è organizzare, investire, riformare. È vietare, reprimere, togliere.
Il paradosso è clamoroso. Solo poco tempo fa si parlava dell’acquisto di nuovi congelatori per affrontare le ondate di calore negli istituti. Oggi, invece, si imbocca la strada opposta: togliere strumenti essenziali per conservare acqua fresca, cibo acquistato dai detenuti o portato dai familiari, medicinali e beni di prima necessità. In strutture già segnate da condizioni igieniche spesso drammatiche, significa peggiorare deliberatamente la qualità della vita quotidiana.
È difficile non leggere questa scelta come un atto politico. Perché il frigorifero non è il problema. Il problema sono celle con tre o quattro persone dove dovrebbero essercene due. Il problema sono sezioni senza ventilazione adeguata. Il problema sono organici insufficienti, assistenza sanitaria fragile, trattamenti rieducativi ridotti al minimo, tensioni continue, disperazione crescente. Il problema sono decine di persone che ogni anno si tolgono la vita in carcere. Ma intervenire su tutto questo richiederebbe capacità di governo. Molto più facile prendersela con un elettrodomestico.
Chi conosce davvero il carcere lo ha detto con chiarezza. Dirigenti penitenziari, garanti territoriali e operatori hanno denunciato il rischio che misure simili aumentino conflittualità e proteste. Perché togliere un bene utile e percepito come minimo presidio di dignità non produce sicurezza: produce rabbia. Non ristabilisce ordine: esaspera il disordine.
Qui emerge il nodo più grave: la distanza crescente tra la gestione Nordio e l’Articolo 27 della Costituzione italiana. La Carta stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. È una norma di civiltà giuridica, nata per impedire che il carcere tornasse a essere vendetta di Stato. Ma che cosa resta di quel principio quando si governa il sistema penitenziario sommando privazioni inutili, simboli punitivi e propaganda securitaria?
Nordio sembra interpretare il ministero non come luogo di garanzia costituzionale, ma come cabina di regia del rigore esibito. Ogni emergenza viene piegata a messaggio politico: più durezza, meno diritti, meno garanzie. Il detenuto non come persona affidata allo Stato, ma come bersaglio ideale su cui mostrare fermezza.
È la stessa logica che porta a ignorare il collasso strutturale delle carceri italiane e a preferire misure scenografiche. Il sovraffollamento resta cronico. Le condizioni materiali peggiorano. Le morti aumentano. I suicidi continuano a scuotere il sistema. E la risposta qual è? Togliere i frigoriferi.
Una democrazia si misura anche da come tratta chi ha meno potere, chi è recluso, chi dipende totalmente dall’amministrazione pubblica per bere acqua fresca, conservare un pasto, sopportare quaranta gradi dietro le sbarre. Colpire proprio queste persone con misure inutilmente afflittive non è fermezza. È accanimento.
Il punto, allora, non riguarda solo i frigoriferi. Riguarda l’idea di Stato che si sta imponendo. Uno Stato che invece di correggere il carcere ne imita la logica più cieca: punire ancora, umiliare ancora, sottrarre ancora.
Per questo la questione interpella direttamente la politica e il Parlamento. Perché se il ministro della Giustizia calpesta nei fatti l’articolo 27, non è solo il sistema penitenziario a essere in crisi. È la fedeltà costituzionale della Repubblica. |