Alcuni anni fa, Loic Wacquant, aveva parlato di simbiosi mortale, riferendosi al legame che si era creato tra l’iper-incarcerazione e l’acuirsi delle disuguaglianze. Lo stato sociale, che negli USA era più che altro caritatevole, era stato sostituito da quello penale. Si trattava di un processo simmetrico, in quanto i fondi, le altre risorse destinate ad alleviare la marginalità delle fasce più penalizzate della popolazione statunitense, in particolare gli Afroamericani, erano stati trasferite al sistema penale. Alle integrazioni per le cure mediche e per le spese primarie era succeduto un investimento massiccio nel reclutamento di nuovi effettivi di polizia, nella costruzione di nuove prigioni, nell’assunzione di nuovi funzionari dell’amministrazione penitenziaria.
La scelta punitivista, portata avanti dall’amministrazione di Ronald Reagan in poi, si era avvalsa di un supporto ideologico legato all’utilizzo, al possesso e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Gli Afroamericani, in buona sostanza, erano associati al consumo massiccio di sostanze psicotrope, che, oltre a metterli fuori competizione nella nuova cornice neoliberista, li rendevano la classe pericolosa, da contenere dispiegando l’apparato giudiziario-penale nella sua massima estensione. Dal three strikes and you are out, principio mutuato dal baseball, che rendeva definitiva la permanenza in carcere dopo tre reati, all’applicazione massiccia della pena di morte nei confronti degli Afroamericani, passando per la tolleranza zero di Rudy Giuliani, il cerchio repressivo si chiudeva drammaticamente.
Trent’anni dopo, lo studio etnografico di Ken Revier, Policing Pain (New York University Press, 2026, pp.200), imperniato sulla relazione tra l’incarcerazione di massa da un lato e il possesso e l’uso di sostanze psicotrope dall’altro, ci mostra che la situazione, lungi dall’essere migliorata, ha registrato dei mutamenti significativi rispetto alle strategie di controllo sociale. Da un lato, sia l’amministrazione federale che i governi statali, hanno preso atto del fallimento della politica muscolare portata avanti negli ultimi 40 anni. Il mercato degli stupefacenti prospera, i consumatori anche, al pari dello spaccio di strada. Riempire le prigioni si rivela una mossa prettamente palliativa, verso la quale, ampi settori dell’opinione pubblica, cominciano a mostrare più di una perplessità. Il sistema repressivo è inefficace, al collasso, perché incapace di gestire un problema sociale, legato sia al proibizionismo e al punitivismo che alla marginalità.
Dall’altro lato, però, l’ideologia proibizionista è penetrata nel profondo della società statunitense, e nessuno è disposto a rinnegarla. Inoltre, il sistema giudiziario-penale è giunto a un livello di auto-riproduzione che non consente passi indietro. Il sentencing, la struttura repressiva, quella di presunto sostegno ai detenuti che consumano le sostanze, l’azione delle forze di polizia sul territorio, si sono integrati fino a costruire una rete troppo ampia ed efficiente – per quanto non efficace – da smantellare. A meno che non si operino delle inversioni politiche che, in tempi di Donald Trump, sono impensabili.
Ne consegue che la scelta compiuta dagli apparati statali punta a colmare il divario che sussiste tra politiche sociali e penali, sussumendo le prime all’interno delle seconde. La sentenza detentiva, comminata dai giudici, può essere trasformata in periodi di permanenza all’interno di strutture terapeutiche. Dietro l’ammissione da parte degli imputati di essere dipendenti dalle sostanze, e dopo un percorso di moral suasion in cui i poliziotti, formati al compito di convincere gli arrestati della bontà dell’alternativa sin da quando li arrestano, svolgono un ruolo di primaria importanza. I Correctional Centers, ovvero i centri terapeutici a cui chi compie la scelta di accettare le cure è destinato, sono delle vere prigioni in tutto e per tutto, con la presenza di un maggior numero di personale trattamentale (medici, counsellors, psichiatri, psicologi, infermieri) e dove la richiesta a un’abiura morale del proprio comportamento di consumatore prevale sul sostegno. Col reato che rimane sullo sfondo e non viene cancellato.
La penalità viene travestita da trattamento, e segue a un dispiegamento capillare delle forze di polizia sul territorio, alla ricerca di spacciatori di strada e consumatori. Tralasciando ogni considerazione di politiche antiproibizioniste o lo smantellamento delle grandi reti di mercato clandestino, salvo offrire di tanto in tanto al pubblico la testa di qualche boss di un cartello messicano purchessia. Alla fine del periodo trascorso nelle strutture suddette, le prospettive di ricollocazione nel mercato del lavoro o di ricostruzione di legami sociali sono nulle, innescando il circolo vizioso tra arresto e trattamento e riproducendolo fino all’esaurimento delle possibilità.
I poliziotti, dall’arresto al trattamento, svolgono un ruolo centrale in questo processo. Seguendo la scia della polizia coloniale che, partendo dalle milizie che controllavano il lavoro schiavistico e catturavano gli schiavi fuggiaschi, arriva ai linciaggi e agli arresti di massa. Il trattamento della dipendenza da sostanze a mezzo della polizia sortisce gli effetti di rassicurare in parte il pubblico e di evitare il collasso del sistema giudiziario-penale. Quantomeno nel breve termine. Quando, i fallimenti di quella che l’autore definisce come “la crisi degli oppioidi”, saranno evidenti a tutti. Fin qui, tutto male. |