Le carceri italiane continuano a precipitare in una crisi sempre più profonda. In pochi giorni si sono tolti la vita due detenuti e un agente di polizia penitenziaria, mentre il numero delle persone recluse ha superato la soglia delle 64mila unità. A lanciare l’allarme è Antigone, che descrive un sistema penitenziario “disperato”, soffocato dal sovraffollamento, dalla mancanza di personale e da un clima di tensione permanente.
Il 30 aprile si è suicidato un agente penitenziario di 42 anni. Pochi giorni dopo è morto un detenuto di 27 anni che si trovava in custodia cautelare nel carcere di Parma, rimasto in agonia per tre giorni dopo il tentativo di togliersi la vita. Un altro uomo, di 54 anni, si è suicidato nel carcere di Torino. Dall’inizio del 2026 sono già 19 le persone detenute che si sono tolte la vita.
Dietro questi numeri c’è un sistema ormai vicino al punto di rottura. Al 30 aprile nelle carceri italiane erano presenti 64.436 detenuti, quasi duemila in più rispetto a un anno fa. Solo nell’ultimo mese l’aumento è stato di 439 persone. A fronte di questi numeri, i posti realmente disponibili risultano essere appena 46.318, con un tasso medio di affollamento del 139,1%.
La situazione in molti istituti è ormai fuori scala: 73 carceri su 189 registrano un tasso di sovraffollamento pari o superiore al 150%. Significa celle sovraffollate, spazi insufficienti, condizioni igieniche peggiori, meno attività trattamentali, più tensione e più disperazione.
Secondo Patrizio Gonnella, le condizioni “sono disperate” non solo per i detenuti ma anche per gli operatori penitenziari, costretti a lavorare in strutture sotto organico e con carichi sempre più insostenibili. “Le carceri sono attraversate da una tensione palpabile”, denuncia Gonnella, che chiede interventi urgenti per riportare il sistema “in linea con il dettato costituzionale”.
L’associazione punta il dito contro le politiche che continuano ad alimentare il sovraffollamento attraverso nuove strette repressive e la criminalizzazione della marginalità sociale e delle proteste. Ma critica anche la gestione interna degli istituti da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, accusato di avere trasformato il carcere in un luogo “chiuso, asfittico e senza speranza”.
Il quadro che emerge è quello di un sistema penitenziario sempre più distante dall’Articolo 27 della Costituzione italiana, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Invece, oggi, il carcere italiano appare sempre più come un luogo di compressione, abbandono e sofferenza. E mentre aumentano le morti, i suicidi e il sovraffollamento, la politica continua a rispondere quasi esclusivamente con nuove misure securitarie e punitive.
Il rischio, avverte Antigone, è che l’emergenza diventi normalità. E che il collasso delle carceri venga considerato un prezzo accettabile. |