NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Avremo sempre Rogoredo

 

FONTE:il manifesto

 

Il tempo delle mele. Dopo l’omicidio di Zack Mansouri la polizia ha promesso grandi cambiamenti, ma ancora si parla di «mele marce». E nel boschetto tutto va avanti come prima, nell’indifferenza generale

 

Forse sarebbero servite parole nuove, la settimana scorsa, alla parata milanese per il 174° anniversario della polizia. Invece, pur avendo trovato il coraggio di parlare senza troppe reticenze dell’omicidio di Zack Mansouri dello scorso 26 gennaio e dell’inquietante indagine sul clan in divisa del commissariato di Mecenate, il questore Bruno Megale ha usato ancora una volta quell’espressione – «mele marce» – che poco spiega e nulla risolve. Né consola. Non siamo alla frase famosa del Gattopardo sulla reale funzione dei cambiamenti, ma comunque nei pressi.

Eppure tutti dicono che a Mecenate le cose siano cambiate davvero. C’è anche chi parla di un imminente «azzeramento totale dei vertici». Ad ogni modo l’assistente capo Carmelo Cinturrino è in prigione con l’accusa di omicidio volontario e gli altri sei agenti coinvolti nell’inchiesta hanno decine di accuse ciascuno. E sono stati tirati via dalla strada. Anche il capo è cambiato. Via Osvaldo Rocchi («Messo a disposizione della questura») e dentro Carmine Mele, spedito dal posto di polizia di un’altra zona complessa quasi quanto quella tra il Corvetto e Rogoredo: San Siro e dintorni.

Dal Viminale, un paio di settimane fa, hanno inviato a Mecenate gli ispettori per vedere da vicino come procede questo famoso cambiamento. E pure per capire quanto sia (stato) grave il problema delle squadrette che andavano nel «boschetto della droga» non tanto per far rispettare la legge, ma soprattutto per rivendicare la propria parte nell’enorme mercato dello spaccio in zona. È questo l’epicentro delle indagini. Le testimonianze raccolte parlano chiaro: pizzo in cambio di protezione, botte a chi non voleva pagare, minacce, spedizioni punitive. L’uso della forza – in teoria un legittimo monopolio delle forze dell’ordine – serviva a far capire chi è che comanda. In certi casi si poteva andare anche oltre: false dichiarazioni, verbali modificati, indagini ad hoc per «sistemare» i conti. Stare dalla parte giusta della barricata, è noto, aiuta quando si hanno cattive intenzioni.

Il primo a capire tutto, comunque, è stato il capo della procura Marcello Viola. Non solo perché, mentre tutti parlavano di legittima difesa, disse che in realtà c’era da «lavorare giorno e notte» per capire cosa fosse successo davvero quel pomeriggio di gennaio al 28enne Mansouri. La delega alle indagini fu così affidata ai colleghi dell’indagato: una mossa intelligente – nessuna crociata contro un organo dello stato – e insieme rischiosa. Perché, ecco, «tra colleghi» i sottintesi possono essere numerosi. E a pensar male ci vuole un attimo.

Invece, in un mese, la versione di Cinturrino è crollata e il cerchio si è chiuso. La pistola finta accanto al cadavere ce l’avevano messa i poliziotti. Che hanno pure fatalmente tardato a chiamare i soccorsi proprio per costruire la scena del crimine. E comunque, dalle parti del boschetto, tutti conoscevano l’agente che aveva sparato. E non aveva una bella fama. Né lui né i suoi colleghi. Pochi giorni fa, per l’audizione dei testimoni, tutti frequentatori abituali del boschetto, alcuni con qualche guaio con la legge, Viola si è presentato di persona. Un altro segnale forte. Non devono esserci dubbi: l’ufficio è molto convinto della sua inchiesta.

Ma è possibile che sia servito un morto ammazzato per scoprire che il commissariato di frontiera di Milano sud fosse messo così male? Leggiamo da un comunicato di sei anni fa dell’Usip, sigla di area confederale, una frase sibillina: «Pensiamo che i cittadini non saranno entusiasti se dovessero sapere ciò che accade nel commissariato». Si parlava di alti dirigenti che andavano via portandosi appresso i propri uomini di fiducia. «Virgulti giannizzeri» è la definizione del sindacato in un insolito slancio poetico. Cosa accadesse, ad ogni modo, ora lo sappiamo.

Il lavoro intanto continua. Del resto nessuno ha mai detto che a Rogoredo le cose siano cambiate: il boschetto è ancora «la più grande piazza di spaccio a cielo aperto d’Europa». Tra la tangenziale e i binari il traffico umano è costante. Verrebbe da pensare alla primavera e alla voglia di passeggiare alla giusta distanza dai palazzoni della periferia se non fosse per il cielo grigio e l’aria carica di umidità. E poi, certo, tutti sanno che lì non ci si va per celebrare l’uscita dall’inverno. Le cronache fanno il resto. La lotta «al degrado» e «allo spaccio» si fa sempre nello stesso modo. Si parla di «operazioni ad alto impatto». Un mese fa «il blitz» ha mobilitato 286 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri. Quasi 1.200 identificati. Per 10 denunce e 4 arresti. Poco. È noto che quando tira aria di controlli pesanti, il mercato si trasferisce di qualche centinaio di metri più a sud, verso San Donato. L’impatto di certe operazioni sarà pure alto, ma quanto è prevedibile. Se non hai una soluzione, del resto, non hai un problema e allora tanto vale fare come sempre.

Che le cose procedano come sempre è un fatto. E i fatti aiutano a comprendere. In questo caso la ripetizione delle solite parole e la riproposizione dei soliti meccanismi non sono segnali di cambiamento. Sono il contrario. Alla fine parliamo solo della morte di uno spacciatore, come ha detto un’ora dopo il delitto il vicepremier Matteo Salvini, no? E in fondo questa è la terra dei fantasmi che si aggirano zoppicanti alla ricerca di roba da due euro al decimo di grammo, giusto? I bruciati, i rovinati, i più morti che vivi scacciati dalle zone centrali perché fanno brutto e spaventano residenti e turisti.

I cittadini di cui vergognarsi, da confinare in un quartiere senza storia e con poca geografia. Chi lo sa fino a dove può arrivare la periferia di Milano? E chi lo sa se ha importanza? A volte la consapevolezza confina col cinismo: nessuno riesce a cambiare Rogoredo, dunque Rogoredo non può essere cambiata. Si può, volendo, dimenticare.

 

Mario Di Vito