C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella decisione dell’Avvocatura dello Stato di impugnare la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che a gennaio aveva condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini. Non è soltanto una scelta giuridica. È una scelta politica e culturale. Ancora una volta, davanti a una vicenda che interroga il rapporto tra uso della forza pubblica, diritto alla vita e accountability democratica, lo Stato sceglie di difendere sé stesso invece di interrogarsi.
Riccardo Magherini morì a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 dopo essere stato immobilizzato dai carabinieri in posizione prona per oltre dieci minuti, faccia a terra, mentre chiedeva aiuto e faticava a respirare. Una morte atroce, avvenuta nello spazio pubblico, sotto gli occhi di testimoni. La Corte di Strasburgo ha riconosciuto due violazioni dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il diritto alla vita e l’obbligo di svolgere indagini effettive. Ha stabilito che la prima fase del contenimento poteva risultare necessaria, ma non il mantenimento prolungato di quella posizione una volta cessata la resistenza. Ha inoltre rilevato l’assenza, all’epoca, di direttive chiare e formazione adeguata sui rischi connessi all’immobilizzazione prona. E ha censurato il modo in cui furono condotte le indagini successive.
Di fronte a una decisione così netta, uno Stato maturo avrebbe dovuto compiere un gesto semplice: prendere atto. Avviare riforme, aggiornare protocolli, rafforzare la formazione degli operatori, garantire indipendenza nelle indagini su abusi delle forze dell’ordine. Invece no. Si è scelta la strada opposta: ricorrere alla Grande Camera nel tentativo di ribaltare la condanna.
È qui che la vicenda assume un significato più ampio. Perché il messaggio che passa è chiaro: quando a essere messo in discussione è l’operato degli apparati coercitivi, la priorità non è la verità ma la protezione corporativa. Non l’autocorrezione, ma l’autodifesa. Non la giustizia, ma la ragion di Stato.
Il caso Magherini non è isolato. È dentro una lunga sequenza italiana che comprende Carlo Giuliani, ucciso durante il G8 di Genova senza che vi sia mai stato un processo capace di accertare fino in fondo responsabilità politiche e operative, e senza che neppure il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo producesse giustizia; Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, le torture di Santa Maria Capua Vetere, la Diaz e Bolzaneto. Una storia in cui troppo spesso le violazioni emergono solo grazie all’ostinazione delle famiglie, all’intervento della magistratura o delle corti internazionali, mai per impulso spontaneo delle istituzioni. E quasi sempre dopo anni di resistenze, omissioni, depistaggi, solidarietà di corpo.
La stessa sentenza CEDU aveva indicato una strada precisa: colmare il vuoto normativo e formativo sulle tecniche di contenimento, evitare conflitti d’interesse nelle indagini, rafforzare le garanzie. Invece il governo sceglie di spendere tempo e risorse pubbliche per contestare chi ha certificato quelle carenze.
È una scelta tanto più grave perché arriva in una fase politica segnata dall’esaltazione ideologica delle forze di polizia, dallo “scudo penale”, dalla retorica del “sempre dalla parte delle divise”, dalla delegittimazione preventiva di ogni controllo esterno. In questo clima, impugnare la sentenza Magherini significa ribadire un principio pericoloso: gli apparati si difendono sempre, anche quando sbagliano.
Eppure il punto non è essere “contro” le forze dell’ordine. È esattamente il contrario. Una polizia democratica si rafforza con regole trasparenti, formazione seria, codici identificativi, organismi indipendenti di vigilanza, responsabilità individuale. Si indebolisce quando viene trasformata in un corpo separato sottratto al giudizio pubblico.
La famiglia Magherini ha ricordato con dignità che lo Stato sta perdendo un’occasione. È vero. Perde l’occasione di dire che la vita di un cittadino conta più del prestigio di un apparato. Perde l’occasione di riconoscere che gli errori vanno corretti, non occultati. Perde l’occasione di stare finalmente dalla parte della Costituzione.
Perché uno Stato che ricorre contro una condanna per violazione del diritto alla vita manda un segnale preciso ai cittadini: se il potere sbaglia, non chiede scusa. Si appella. |