NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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Omicidio di Moussa Diarra, il caso si riapre: respinta l’archiviazione, nuove indagini sul poliziotto che sparò

 

FONTE: osservatorio repressione

 

La giudice smonta la linea della procura di Verona e ordina ulteriori accertamenti. L’agente della Polfer ora è indagato anche per depistaggio. Dopo mesi di dubbi e omissioni, torna al centro la domanda decisiva: perché Moussa Diarra è stato ucciso?

 

Una richiesta di archiviazione respinta, nuove indagini ordinate e l’ombra pesantissima del depistaggio. Sul caso dell’uccisione di Moussa Diarra, il giovane maliano di 26 anni colpito a morte il 20 ottobre 2024 davanti alla stazione di Verona da un agente della Polfer, arriva una svolta giudiziaria che smentisce la versione rassicurante costruita nei mesi scorsi.

La giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta della procura di Verona, che voleva chiudere il fascicolo ritenendo l’operato del poliziotto coperto dalla legittima difesa. In un’ordinanza di 54 pagine, il tribunale ha invece disposto nuovi approfondimenti investigativi e ha chiesto di indagare anche sull’ipotesi di concorso in depistaggio: vale a dire la possibilità che il poliziotto o altri soggetti abbiano alterato prove, fornito dichiarazioni false o ostacolato l’accertamento dei fatti.

È un passaggio decisivo. Perché significa che la versione ufficiale non regge più come verità pacificata.
La narrazione della “legittima difesa” si incrina

Secondo la ricostruzione iniziale, Moussa Diarra rappresentava un pericolo tale da rendere inevitabile l’uso dell’arma da fuoco. Ma proprio questo assunto viene oggi rimesso radicalmente in discussione.

I legali della famiglia Diarra avevano contestato la richiesta di archiviazione con un’opposizione dettagliata, sostenendo che non sussistessero i requisiti della legittima difesa: la reazione del poliziotto – tre colpi di pistola – non sarebbe stata proporzionata al pericolo reale; l’agente avrebbe avuto altre possibilità concrete per sottrarsi alla situazione senza sparare; le sue dichiarazioni presenterebbero incongruenze rispetto alle immagini di videosorveglianza disponibili.

Un elemento particolarmente grave riguarda proprio la gestione delle prove: gli agenti coinvolti avrebbero visionato alcuni video circolati in chat prima della loro acquisizione formale da parte degli inquirenti. Su quei materiali vi è il sospetto che parte dei dati possa essere stata modificata, cancellata o comunque compromessa.
L’indagine della polizia su sé stessa

Fin dall’inizio, uno dei nodi centrali della vicenda è stato il meccanismo ormai noto delle indagini interne. Ancora una volta, apparati dello Stato chiamati a ricostruire condotte di altri apparati dello Stato. Un modello che produce opacità, conflitti d’interesse e sfiducia pubblica.

La famiglia di Moussa Diarra aveva denunciato proprio questo: un’indagine incompleta, parziale, incapace di verificare tutti gli elementi rilevanti. Nessun serio approfondimento sullo stato di servizio dell’agente. Nessun accertamento immediato sul suo stato psicofisico. Nessuna verifica adeguata su eventuale assunzione di alcol o sostanze, nonostante elementi emersi dall’analisi del telefono e dei tabulati avessero fatto sorgere dubbi sulla sua lucidità nelle ore precedenti.

Ora la decisione della giudice certifica che quelle contestazioni non erano propaganda, ma questioni fondate.
Moussa Diarra e la gerarchia delle vite

Moussa Diarra era un giovane migrante nero, fragile, marginalizzato, subito raccontato come minaccia da neutralizzare. In poche ore il suo nome era già scomparso dietro la categoria astratta dell’“aggressore”. È il copione che ritorna ogni volta: la vittima viene disumanizzata, il contesto sociale cancellato, la violenza istituzionale resa automatica e necessaria.

Eppure quella mattina altri agenti, trovandosi davanti a una situazione di tensione, avevano scelto di non sparare. Avevano evitato il fuoco per proteggere l’incolumità di tutti. Questo dato da solo smonta l’idea dell’inevitabilità.

Se altri pubblici ufficiali hanno scelto di non uccidere, allora sparare non era l’unica opzione.
La Verona che non dimentica

La riapertura del caso è anche il risultato della tenacia della famiglia, degli avvocati, delle reti antirazziste e di chi in questi mesi ha rifiutato il silenzio. Senza pressione pubblica, Moussa Diarra sarebbe stato archiviato due volte: prima nella morte, poi nei tribunali.

Adesso si apre una nuova fase. Ma la questione resta politica prima ancora che giudiziaria: quante persone devono morire prima che in Italia si introducano organismi indipendenti di controllo sulle forze di polizia, codici identificativi, protocolli trasparenti e responsabilità effettive?
La domanda che resta

Non basta chiedersi se un agente abbia sparato legittimamente. Bisogna chiedersi perché in certe situazioni lo Stato spara quasi sempre contro gli stessi corpi: poveri, razzializzati, marginali, invisibili.

Per questo il caso Moussa Diarra riguarda tutti. Perché quando una vita può essere liquidata troppo in fretta, nessuna garanzia democratica è davvero al sicuro.

 

Per sostenere le spese legali e il rimpatrio della salma CC MPS Intestato al Circolo Pink:
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Causale: Moussa torna a casa.