NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

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SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Dalla Diaz alla Flotilla: il volto feroce dello Stato di polizia

 

FONTE:osservatorio repressione

 

Le torture e le umiliazioni contro gli attivist3 della Sumud Flotilla non sono un eccesso: sono il linguaggio di un potere fondato su guerra, razzismo e impunità

 

Bolzaneto, la Diaz, le umiliazioni, i pestaggi, gli insulti, i corpi costretti, spogliati, piegati, trasformati in oggetti nelle mani di chi indossa una divisa. Lo spettacolo di violenza brutale esercitato dai militari e dalla polizia israeliana contro gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla non ci appare estraneo. Lo conosciamo. Lo abbiamo già visto all’opera.

Non perché ogni contesto sia identico. Non perché si possano sovrapporre meccanicamente Genova 2001, le carceri israeliane, Ashdod, Ketziot, Gaza, la Cisgiordania occupata. Ma perché in quelle immagini, in quei racconti, in quelle pratiche di degradazione dei corpi, torna una grammatica del potere che attraversa lo Stato moderno quando si sente minacciato, quando ritiene di essere legittimato dalla necessità, quando la sicurezza diventa parola magica capace di sospendere ogni limite.

È lì che il fascismo riemerge non come nostalgia folkloristica, non come semplice repertorio di simboli, ma come possibilità interna agli apparati dello Stato. Riemerge quando i contrappesi democratici si svuotano, quando l’opinione pubblica viene educata all’indifferenza, quando la vita dell’altro non conta più come vita, quando chi dissente viene trasformato in nemico, quando la nazione si percepisce sfidata e pretende obbedienza assoluta.

La violenza contro la Sumud Flotilla non è stata soltanto repressione. È stata una pedagogia dell’umiliazione. Ha voluto dire: chi rompe l’assedio, chi sfida il blocco, chi prova a rendere visibile il genocidio, deve essere punito non solo giuridicamente ma fisicamente, simbolicamente, moralmente. Deve essere abbassato, spaventato, isolato, restituito al mondo come esempio.

È lo stesso meccanismo che abbiamo visto a Genova. La Diaz non fu solo una scuola devastata. Bolzaneto non fu solo un luogo di detenzione illegale e tortura. L’uccisione di Carlo Giuliani non fu solo la tragedia di una piazza trasformata in campo di battaglia. Furono messaggi politici. Servivano a colpire un movimento, certo, ma anche a dire a tutti gli altri fin dove poteva arrivare lo Stato quando decideva che il conflitto sociale non era più una questione democratica ma un problema di ordine pubblico.

In Israele questa logica è oggi scatenata fino alle sue conseguenze più estreme. Non siamo davanti a “eccessi” di singoli militari o poliziotti. Siamo davanti a un sistema politico fondato sulla supremazia etnica, sull’apartheid, sulla colonizzazione, sulla cancellazione materiale e simbolica del popolo palestinese. La violenza contro gli attivisti della Flotilla è inseparabile dal genocidio a Gaza, dalla pulizia etnica, dalle carceri piene di prigionieri palestinesi, dalla tortura, dalla detenzione amministrativa, dalla quotidiana disumanizzazione di un intero popolo.

Quando uno Stato costruisce per decenni una popolazione come minaccia permanente, ogni abuso diventa prevedibile. Quando un popolo viene descritto come corpo estraneo da contenere, espellere, affamare, bombardare o deportare, la violenza non è più una deviazione: diventa funzione ordinaria del potere.

Ma sarebbe troppo comodo pensare che tutto questo riguardi solo Israele. Il suprematismo, il razzismo, il colonialismo non sono corpi estranei alla nostra storia. Sono scritti anche nel nostro Dna nazionale ed europeo: nelle guerre coloniali, nei lager in Libia, nelle stragi di confine, nei CPR, nelle morti in mare, nella criminalizzazione della solidarietà, nella profilazione razziale, nelle politiche sicuritarie che trasformano migranti, poveri e dissidenti in nemici interni.

Israele ci parla anche di noi. Di ciò che siamo stati. Di ciò che continuiamo a tollerare. Di ciò che rischiamo di diventare dentro un sistema di guerra sempre più globale, dove la sicurezza sostituisce il diritto, la ragion di Stato sostituisce la giustizia, la tecnologia rende più efficiente il controllo e la democrazia viene ridotta a involucro formale a difesa del privilegio.

Per questo la memoria di Genova non è un rito. È uno strumento politico. Serve a riconoscere la violenza quando ritorna sotto altre bandiere, in altri porti, in altre carceri, con altri accenti e altre divise. Serve a capire che il fascismo non torna sempre annunciandosi. Spesso riemerge come procedura, come ordine di servizio, come emergenza, come necessità operativa, come difesa della nazione.

La violenza contro la Sumud Flotilla è insieme un segno di debolezza e di ferocia. Debolezza, perché un potere che deve umiliare chi porta aiuti e testimonianza mostra la propria paura della verità. Ferocia, perché quella paura viene scaricata sui corpi, trasformata in punizione, vendetta, intimidazione.

E allora ricordare Genova 2001, Carlo Giuliani, Bolzaneto, la Diaz, non significa guardare indietro. Significa nominare il presente. Significa riconoscere che quando lo Stato costruisce un nemico, quando la piazza viene trattata come campo di battaglia e il dissenso come minaccia da annientare, la violenza non è più un incidente ma una possibilità inscritta nel potere. Significa dire che la lotta contro il genocidio del popolo palestinese è anche lotta contro la normalizzazione globale dello Stato di polizia, contro il razzismo istituzionale, contro la guerra come forma di governo, contro la riduzione della democrazia a guscio vuoto.

Per questo bisogna mobilitarsi. Non solo per solidarietà con la Palestina, ma perché la Palestina è oggi il punto in cui il mondo mostra la propria verità più nuda. E se quella verità non viene fermata, non resterà confinata lì. Tornerà ovunque. Anche qui.

 

Carceri e manicomi eccedenti

 

«La scienza nata nei tribunali e nei manicomi sopravvive nella prigione tra le suggestioni della psichiatria forense, rassicurante approdo per quanti ritengono che, in fondo, non si tratti altro che della vecchia questione della pericolosità del folle, e le illusioni della psichiatria clinica, convinta che si possa contemporaneamente curare e punire. All’invito che il carcere sta facendo alla psichiatria di estendere il suo campo di azione nei suoi territori, l’istituzione psichiatrica sta rispondendo applicando le tecnologie di gestione della sofferenza psichica già operanti nei suoi servizi»5. Tutto ciò deborda, tracima, fuoriesce dalle pareti carcerarie e riversa l’istituzione totale nella dimensione della vita quotidiana. Al contempo assistiamo all’estensione della funzione punitiva delle cliniche psichiatriche, trabocca la loro essenza regolatrice e coercitiva6, trova legittimazione securizzando le strade, alimentandosi dell’umana disperazione brandita e distorta come minaccia da debellare.

Non è casuale che poche settimane fa l’avvocatura dello Stato abbia presentato ricorso contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che nel gennaio 2026 aveva condannato l’Italia a risarcire con 140.000 euro la famiglia del trentanovenne Riccardo Magherini, morto a Firenze nella notte del 2 marzo 2014. In preda a una crisi di panico, l’ex calciatore era stato bloccato a terra e ammanettato dai carabinieri. La CEDU sostiene che lo Stato non protesse la vita di una persona sotto la sua custodia e i carabinieri (assolti nel 2018 dalla giustizia italiana) non furono adeguatamente formati sulle tecniche di contenimento. Di tragiche storie analoghe a questa se ne stanno verificando tante. Come la tragedia di Andrea, quarantacinque anni, soffocato nel 2015 a Torino mentre gli agenti provavano a imporgli un TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio – o quella del trentenne Vincenzo, morto in Calabria un anno prima, in circostanze analoghe.

In questo come in tanti altri casi, evidentemente per il governo Meloni l’insicurezza nelle strade rimane solo un problema di ordine pubblico, non sanitario. L’uso strumentale delle tragiche storie di tanti soggetti vaganti, sofferenti, abbandonati a se stessi, così alimenta la percezione di insicurezza. Ne sono convinti anche molti agenti e militari dell’Arma. Dopo essere intervenuto in una situazione critica di questo tipo, lo spiega un poliziotto che preferisce mantenere l’anonimato: «Quando ho capito che il soggetto non stava bene con la testa, mi sono sentito perso. Non sapevo come comportarmi. Temevo di fargli del male, ma non potevo aspettare che mi ammazzasse o ferisse qualcuno. Grazie a Dio, a un certo punto è scappato. E il collega mi ha detto di lasciarlo andar via, perché comunque lo avremmo ripreso due minuti dopo, quando si sarebbe un po’ calmato». Privi di riferimenti familiari, costretti a vivere in condizioni di estremo disagio, i più esposti alla sofferenza mentale sono i migranti. Lo sono ben 8 dei 22 morti durante le operazioni di polizia.

Sono almeno due le cause di questa mattanza. Una, di carattere più recente, è da ricercare nell’aziendalizzazione del servizio sanitario nazionale. L’altra, più antica, riguarda le modalità di esercizio della violenza statale ed è connaturata ai poteri costituiti italiani, senza soluzione di continuità fra le tre fasi principali: monarchica postrisorgimentale, fascista e repubblicana.

 

Manca quel che manca

 

Ci sarebbero strumenti normativi e risorse economiche per consentire l’inclusione sociale delle persone che vivono un disagio psichico. Di tutto ciò sono convinti pure i collettivi che denunciano il carattere strutturale della violenza psichiatrica7 e gli studiosi che analizzano la mancata applicazione della legge Basaglia8 e del Budget di Salute nelle regioni italiane più povere. «I tagli alla spesa e la carenza di personale hanno penalizzato in maniera vistosissima i servizi di salute mentale territoriale. (…) oggi gran parte dei centri di salute mentale del paese sono sottoutilizzati o utilizzati come semplici ambulatori o dispensari di terapie farmacologiche (…)»9. Il Budget di Salute attua progetti di vita personalizzati per l’inclusione sociale e l’autonomia di persone fragili. «Sta passando sotto traccia – spiega Giorgio Marcello, sociologo – la riemersione di nuovi centri di segregazione, sotto forma di istituzioni totaloidi10. La profezia di Basaglia è sempre più disattesa. È in atto un processo di desertificazione progressiva dei presidi territoriali di tutela della salute mentale, che appare irreversibile, a fronte di un aumento esponenziale di richieste di accesso – da parte soprattutto di giovani – a servizi in stato comatoso. E nel deserto, la logica del far west inevitabilmente si impone, se non matura una resistenza dal basso».

Per quanto riguarda l’altra origine della mattanza, di segno più storico-politico, nonché́ riflesso della tendenza molto italiana all’impiego della violenza di Stato in contesti di turbolenza sociale, l’odierno far west non rappresenta una novità. In fondo i dispositivi securitari attivati negli ultimi anni costituiscono la prosecuzione delle prassi repressive inaugurate negli anni Settanta e durante le altre insorgenze manifestatesi fra il vecchio e il nuovo millennio.

 

Un vizietto antico

 

«Il riarmo interno, espressione onnicomprensiva delle trasformazioni in corso, è dunque una reazione globale dello Stato e delle classi al potere, sia contro la conflittualità sociale, sia contro la crisi economico-politica che attanaglia il Paese. In altri termini: non si tratta né di una misura congiunturale, né di una misura puramente repressiva; bensì̀ di una iniziativa programmatica a larghissimo spettro sociale e di tendenziale gittata strategica. (…) Obiettivo: una società senza tensioni, ovvero una società le cui tensioni siano sublimate nella lotta al terrorismo, nella denuncia, nella delazione; o dissipate nel suicidio, nel qualunquismo, nella droga, nell’apatia trasognata del capitalismo fatiscente. (…) La repubblica ri-fondata sulla sicurezza interna, alla cui edificazione hanno posto mano tutti i partiti della grande coalizione, avvalendosi degli originali apporti del Pci (…), non è una mera ripetizione dei modelli consolidati altrove»11.

Oggi leggiamo e sentiamo dire che negli anni Settanta lo Stato avrebbe combattuto il terrorismo senza instaurare uno stato di polizia, mantenendo saldo il rispetto delle regole democratiche. È una delle menzogne diffuse in tempi recenti, nel dibattito pubblico sulle riforme costituzionali riguardanti il sistema giudiziario e i decreti sicurezza approvati dal governo Meloni. L’ampio uso della normativa d’emergenza, le leggi speciali, il ricorso alla tortura12, a uccisioni mirate e alla carcerazione di massa, è documentato da numerose pubblicazioni. Il fermo preventivo e prolungato degli attivisti politici, la soppressione delle libertà basilari, i superpoteri attribuiti alle forze dell’ordine, la costruzione di teoremi accusatori fondati su acrobatiche inchieste giudiziarie, videro e vedono il concorso di apparati in teoria deputati al mantenimento dello Stato di diritto, ma nei fatti esecutori di una vasta campagna politica e militare finalizzata a soffocare ogni possibile forma di insorgenza. Non è casuale che dal 1975 al 1989, in contesti diversi 625 persone furono uccise o ferite dalle forze di polizia in Italia13. Il 1975 è l’anno in cui entrò in vigore la legge che prese il nome dal ministro di Grazia e Giustizia, Oronzo Reale.

«Quarantamila denunciati, quindicimila passati dalle carceri, quattromila condannati, spesso senza nessuna garanzia del diritto di difesa. Queste le aride cifre finali e contabili della brillante operazione di difesa della democrazia. Dietro le cifre, le carceri speciali, la tortura, l’isolamento, la parte migliore di due generazioni ricondotta al silenzio, costretta all’esilio, o restituita alla società dopo essere stata umiliata nella sua identità»14.

In questo contesto, una mano (che uccide le persone sofferenti nelle strade) lava l’altra (impegnata a promulgare leggi e decreti che autorizzano l’uso letale della forza pubblica), con le finalità di sempre: controllare il dissenso, reprimere i movimenti antagonisti al sistema. Citando Friedrich Engels, Lenin definì̀ il cervello umano il «più alto prodotto della materia». Oggi, in condizione di sofferenza, nel sistema vigente, esso è strumentalizzato per giustificare i dispositivi sicuritari.

 

Note

1. V. Marchi, SMV Stile Maschio Violento. I demoni di fine millennio, Genova, Costa & Nolan, 1994

2. L. Ferrajoli, Giustizia e politica, Bari, Laterza, 2024

3. Report del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone private della Libertà Personale, 2025

4. https://www.instagram.com/p/DIa9cm2s6E9/

5. S. Verde, Il carcere manicomio, Roma, Sensibili alle foglie, 2011

6. O. Greco, I demoni del mezzogiorno, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018

7. Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, Pazzi da morire, Roma, Sensibili alle foglie, 2026

8. https://www.icalabresi.it/archivio/calabria-manicomio-prigionieri-silenzio-reggio-girifalco/

9. G. Marcello, G. Procopio, L’innovazione possibile. La sperimentazione del budget di salute e la sua applicabilità in un contesto di welfare debole, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2025

10. Le istituzioni totaloidi sono contesti contemporanei che, pur non essendo formalmente totali come le prigioni o i manicomi, ne replicano le dinamiche segreganti, limitando la libertà e la vita relazionale delle persone. Esse operano spesso attraverso campi rom, centri di accoglienza, o forme di internamento di fatto per anziani e disabili

11. Controinformazione, La Repubblica rifondata, gennaio 1980, n° 17

12. AA.VV. Progetto Memoria, Le torture affiorate, Roma, Sensibili alle foglie, 1988

13. Centro di Iniziativa Luca Rossi (a cura di), 625 Libro bianco sulla legge Reale

14. N. Balestrini – P. Moroni, L’Orda d’oro, Milano, SugarCo, 1988