NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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DAVIDE LIBERO











L’Italia senza diritti davanti alla polizia

 

FONTE:Sinistra Sindacale

 

Il Comitato Onu contro la tortura denuncia carceri, Cpr, fermi prolungati e abusi: il governo Meloni spinge il sistema penale verso una logica inquisitoriale, dove chi viene fermato rischia di diventare corpo nelle mani dello Stato

 

L’Habeas Corpus Act, votato dal Parlamento inglese nel lontano 1679, spazzava via, per la prima volta in Europa, il potere arbitrario del sovrano, sancendo il diritto dell’imputato ad avere formulate in pubblico le proprie accuse, e di poter difendersi in pubblico. E’ proprio sulla dimensione pubblica che si gioca la partita dei diritti umani. Gli inglesi lo sapevano bene, in un’epoca in cui l’inquisizione, nei paesi cattolici, arrestava arbitrariamente, conduceva gli accusati in luoghi segreti, inaccessibili a terzi, per poi sottoporli o sottoporle (quante donne accusate e condannate per stregoneria!) ad atroci supplizi, ispirati dall’obiettivo di ottenere una confessione purchessia. Un percorso giudiziario atroce, che si concludeva con supplizi disumani. Il Parlamento inglese, ispirato da una subcultura protestante, approvò l’Habeas Corpus in nome della tolleranza, oltre che per marcare una linea di confine netta con l’oscurantismo seguito alla Controriforma.

Questo breve excursus storico serve per mettere in rilievo la concezione inquisitoriale che la coalizione di governo in carica in Italia ha dei diritti umani. A dirlo è il Comitato contro la tortura dell’Onu (Cat), che il primo maggio, a Ginevra, ha esposto le criticità delle politiche penali del governo italiano. Dalle carceri ai Cpr, passando per le piazze, la situazione della tutela dei diritti umani nel sistema penale, nel nostro paese, appare sempre più critica. Al sovraffollamento, ai suicidi, al 41 bis, all’applicazione dell’isolamento diurno, si aggiunge l’uso arbitrario della forza nei confronti degli arrestati, aggravato dalla possibilità di tenere in stato di fermo, in particolare i migranti, fino a 96 ore prima di comparire davanti a un giudice. Quattro giorni. Durante i quali il detenuto è a completa disposizione delle forze dell’ordine, che possono disporre di lui a loro piacimento e sottoporlo a vessazioni fisiche, morali e verbali di ogni tipo. Per sintetizzare, l’esito della VII Revisione periodica sullo stato della tortura in Italia potrebbe essere proprio questo: il nostro paese vive in un contesto antitetico ai principi dell’Habeas Corpus, che, al contrario, ispirano le legislazioni penali di molti altri Stati.

Appare difficile pensare o affermare che l’esito negativo sanzionato dal Cat sia il frutto di un complotto ordito dalle toghe rosse. E non soltanto perché a questa storia, come ha dimostrato il referendum, non crede ormai quasi più nessuno. La valutazione del Cat è frutto di una verifica empirica, condotta ad ampio raggio, dalla quale, per esempio, emerge anche che il Garante dei diritti delle persone private della libertà, che dovrebbe tutelare i detenuti, omette di svolgere il suo compito. Siamo di fronte a rilievi gravi, che dovrebbero preoccupare la premier e il Guardasigilli, e stimolarli a ribaltare la tendenza.

Purtroppo assistiamo invece al compimento di scelte che vanno in direzione contraria. Per esempio, si parla di abolire il reato di tortura, faticosamente istituito nel 2017, che una coalizione che considera pericoloso criticare i poliziotti vede come il fumo negli occhi. Forse perché, in un periodo di turbolenza sociale, vedono le forze dell’ordine come funzionali al loro proposito di repressione dei conflitti.

Se pensiamo al tragico caso di Riccardo Magherini, la situazione appare ancora più fosca. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia, per la cattiva formazione delle forze dell’ordine, il cui esito si concretizza in tragedie come quella che, nel 2014, vide la morte del giovane fiorentino in seguito alle percosse inflitte da attori deputati, per legge, a proteggere i cittadini rispettandone i diritti. Dalle parti di Palazzo Chigi, la sentenza non è stata accolta molto positivamente, tanto da decidere di presentare ricorso, malgrado la sconcertante evidenza di quello che era successo. E che purtroppo continua a succedere.

Valgano per tutti i casi di Ramy El Gaml, ucciso al Corvetto, a Milano, il 24 novembre 2024, per non essersi fermato a un posto di blocco. O quello di Abderrahim Mansouri che ha fatto la stessa, tragica fine, il 26 gennaio 2026, ucciso a sangue freddo. Un caso, quest’ultimo, che ha fatto emergere gravi abusi da parte di alcuni agenti di polizia in termini di corruzione e manipolazione, e che basterebbe da solo a stimolare una radicale riforma nel reclutamento, nella formazione e nell’organizzazione delle forze di polizia in Italia.

Ma dalle parti di Palazzo Chigi, da questo orecchio, non ci sentono.

“Noi tireremo dritto”, diceva qualcuno che ha svolto un ruolo nefasto nella storia italiana contemporanea. L’attuale coalizione di governo sembrerebbe fare proprio questo motto, in particolare quando si tratta di garantire il rispetto dei diritti fondamentali.