A venticinque anni dal G8 di Genova, una delle voci che più di tutte hanno attraversato quella ferita della storia italiana continua a lanciare un allarme che riguarda il presente. Enrico Zucca, oggi procuratore generale di Genova e allora pubblico ministero dell’inchiesta sulla Diaz, ha rilasciato al Secolo XIX parole che dovrebbero aprire un dibattito enorme sul ruolo delle forze dell’ordine in una democrazia. Parole che invece rischiano di cadere nel vuoto.
“La polizia evita disordini solo quando non sembra schierata”, afferma Zucca. Una frase semplice, ma devastante nella sua chiarezza. Perché mette a fuoco il nodo che attraversa sempre più spesso le piazze italiane: la percezione di una polizia che non agisce come soggetto imparziale a tutela dei diritti costituzionali, ma come proiezione operativa del potere politico.
Non è una questione astratta. È ciò che emerge ogni volta che una manifestazione viene affrontata come un problema di ordine pubblico prima ancora che come esercizio di una libertà costituzionale. È ciò che si vede quando il dissenso viene trattato come minaccia, quando i quartieri vengono militarizzati, quando i lacrimogeni vengono sparati ad altezza uomo, quando le cariche colpiscono studenti, lavoratori, attivisti, tifosi o semplici cittadini.
Zucca richiama il modello svedese della cosiddetta “dialogue police”, una struttura nata dopo gli scontri di Göteborg del 2001 con l’obiettivo di prevenire i conflitti attraverso la mediazione e la comunicazione con chi manifesta. Un’idea opposta a quella che sembra essersi affermata in Italia negli ultimi anni.
“La libertà di manifestare presuppone conflitto”, ricorda il procuratore generale. Una frase importante perché rompe una delle narrazioni più tossiche della politica contemporanea: quella secondo cui ogni conflitto sociale sarebbe una patologia da reprimere. In una società democratica il conflitto non è un’anomalia. È una componente fisiologica della partecipazione politica. Il problema nasce quando lo Stato sceglie di affrontarlo con una logica militare.
Ed è esattamente questo il punto sollevato da Zucca quando afferma che la situazione si complica nel momento in cui gli agenti vengono percepiti come una fazione contro cui si protesta. Se la polizia affronta la piazza come un nemico da neutralizzare, smette di essere garante dei diritti e diventa essa stessa parte del conflitto.
Sono riflessioni che assumono un peso ancora maggiore se pronunciate da chi ha vissuto in prima linea l’esperienza del G8 di Genova. Diaz e Bolzaneto non furono semplicemente episodi di violenza. Furono il punto più alto di una crisi democratica che mostrò cosa può accadere quando apparati dello Stato si percepiscono autorizzati a sospendere diritti e garanzie. Le sentenze successive hanno accertato falsificazioni di prove, pestaggi, torture, violazioni sistematiche dei diritti fondamentali.
Eppure, a distanza di un quarto di secolo, Zucca denuncia che la polizia italiana resta “un corpo impenetrabile e poco trasparente”. Una definizione durissima che fotografa un problema mai davvero affrontato: l’assenza di meccanismi efficaci di controllo democratico, accountability e verifica indipendente sugli abusi.
Ancora più significativo è il riferimento alle recenti contestazioni di associazione a delinquere finalizzata alla resistenza nell’ambito di indagini legate alle mobilitazioni sociali. Per Zucca, queste scelte riflettono una lettura della piazza che merita una riflessione critica. Dietro questa osservazione c’è una questione enorme: il rischio che il dissenso collettivo venga progressivamente reinterpretato attraverso categorie tipiche del diritto penale del nemico.
Le parole del procuratore generale arrivano in un contesto in cui il governo continua a rafforzare dispositivi repressivi, decreti sicurezza, poteri preventivi, zone rosse e strumenti di controllo sempre più invasivi. In questo scenario il problema non è soltanto come interviene la polizia. Il problema è quale idea di democrazia si sta affermando.
Perché una democrazia che considera il conflitto sociale come una minaccia da schiacciare finisce inevitabilmente per produrre più tensione, più sfiducia e più violenza. Al contrario, una polizia percepita come autonoma dal potere politico e orientata alla tutela dei diritti riduce i conflitti anziché alimentarli.
A venticinque anni dal G8 di Genova, il vero punto sollevato da Zucca è forse proprio questo: non basta ricordare Diaz e Bolzaneto come errori del passato. Bisogna chiedersi se le condizioni culturali, politiche e istituzionali che resero possibili quelle violenze siano davvero scomparse.
Le cronache delle piazze, degli stadi, dei quartieri militarizzati e delle proteste represse raccontano una storia diversa. Ed è forse per questo che le parole di Zucca fanno ancora così paura. Perché ricordano che il problema non riguarda soltanto il passato. Riguarda il presente. |