NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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DAVIDE LIBERO











Carceri, il rapporto Antigone certifica il disastro: tutto chiuso, tutto punitivo

 

FONTE:osservatorio repressione

 

Sovraffollamento, suicidi, isolamento, bambini dietro le sbarre, misure alternative in arretramento: il sistema penitenziario italiano è sempre più lontano dalla Costituzione e sempre più vicino a un modello di pura segregazione sociale.

 

 

Il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia ha un titolo che è già una diagnosi: “Tutto chiuso”. Chiuso il carcere alla società esterna. Chiuse le celle. Chiuse le prospettive. Chiusa ogni idea costituzionale della pena. Il quadro che emerge dalle 102 visite svolte dall’Osservatorio di Antigone negli istituti penitenziari italiani è quello di un sistema ormai precipitato dentro una crisi strutturale, politica e umanitaria. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.436 persone detenute, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti e di appena 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1%.

Solo 22 istituti rientrano nei limiti della capienza; 73 superano il 150%; 8 oltrepassano addirittura il 200%. Non è un’emergenza: è un sistema costruito sull’emergenza permanente. E il dato più grave è che questa crescita non corrisponde a un aumento della criminalità. Gli ingressi in carcere diminuiscono, la custodia cautelare non cresce, gli omicidi calano. A crescere sono invece le pene, gli automatismi repressivi, i nuovi reati, le aggravanti, gli aumenti sanzionatori. Dall’inizio della legislatura il governo Meloni ha prodotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. È questa architettura punitiva ad alimentare il sovraffollamento. Il carcere diventa così una discarica sociale e una trappola sociale. Ci finiscono migranti, poveri, tossicodipendenti, persone con disagio psichico, marginalità che lo Stato non sa o non vuole affrontare con strumenti sociali. E una volta dentro, uscirne diventa sempre più difficile: le misure alternative rallentano, mentre circa 25mila persone avrebbero i requisiti per accedervi.

Dentro, le condizioni materiali sono indegne. In oltre metà degli istituti visitati non c’è la doccia in cella; quasi la metà non garantisce acqua calda tutto il giorno; molte strutture non hanno spazi per il lavoro, aree verdi per i colloqui, accesso regolare ai campi sportivi. Meno del 30% delle persone detenute lavora, meno dell’8% frequenta corsi professionalizzanti, solo il 3% segue un percorso universitario. Questa non è rieducazione: è abbandono organizzato. Il titolo “Tutto chiuso” racconta anche il ritorno a un carcere premoderno. Oltre il 60% dei detenuti trascorre quasi tutta la giornata in cella. Dal 2022 è triplicato il numero delle persone sottoposte a regime di vita chiuso. L’isolamento aumenta, l’alta sicurezza si espande, la sorveglianza dinamica viene smantellata, l’ingresso della società civile negli istituti viene ostacolato. Il carcere torna a essere muro, contenimento, separazione. Il risultato è devastante. Un detenuto su cinque compie gesti di autolesionismo. Quasi metà della popolazione detenuta fa uso di sedativi o ipnotici. Nel 2025 si sono registrati 82 suicidi e dall’inizio del 2026 il numero continua a crescere. Sono storie, non numeri: persone che muoiono dentro istituzioni che dovrebbero custodire, non distruggere. Il rapporto segnala anche il raddoppio dei bambini in carcere con le madri: da 11 a 26 in un anno. Una vergogna assoluta, aggravata dalle norme del decreto sicurezza che hanno cancellato l’obbligo di rinvio della pena per donne incinte o con figli molto piccoli. Anche qui il messaggio politico è chiarissimo: punire prima di tutto, anche quando a pagare sono bambini innocenti.

Tutto questo collide frontalmente con l’articolo 27 della Costituzione. La pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione. Ma un sistema sovraffollato, chiuso, isolante, farmacologico, povero di lavoro, povero di scuola, povero di relazioni, non rieduca nessuno. Produce sofferenza, recidiva, disperazione, morte.

Il carcere italiano, sotto il governo Meloni, sta diventando sempre più un dispositivo di neutralizzazione sociale. Non affronta le cause della marginalità, le rinchiude. Non costruisce sicurezza, produce insicurezza. Non restituisce persone alla società, le consuma.

Per questo Antigone parla della necessità di un vero “Piano Marshall” per le carceri: non nuove galere, ma meno carcere; non più isolamento, ma più relazioni; non più repressione, ma misure alternative, lavoro, formazione, salute, apertura alla società. La verità è che il carcere italiano è sull’orlo del baratro. E il governo continua a spingere.