NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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DAVIDE LIBERO











Cosenza: Mohamed era ammanettato. Ora i Carabinieri devono spiegare

 

FONTE:Volere la Luna

 

Un video mostra Momo ammanettato dopo la caduta e un carabiniere che gli rimuove le manette. Ora l’Arma deve spiegare cosa è accaduto: basta silenzi, opacità e protezioni corporative.

 

Il video pubblicato da Iacchitè aggiunge un elemento che non può essere trattato come un dettaglio nella morte di Mohamed Amin Bessioud, Momo: dopo la precipitazione dal terzo piano della sua abitazione, il giovane aveva ancora le manette ai polsi e nelle immagini si vede un carabiniere rimuoverle mentre il suo corpo è a terra. Non sappiamo ancora quale rilevanza penale avrà questo elemento né possiamo attribuire al gesto intenzioni che il filmato, da solo, non dimostra. Ma una cosa è ormai evidente: la ricostruzione di quanto avvenuto durante quel controllo deve partire anche da quelle manette e da tutto ciò che è accaduto prima che Mohamed precipitasse.
È esattamente ciò che sostengono La Base – Cosenza, Aula Studio Liberata e Fem.in Cosentine in Lotta, che nel loro comunicato ricordano come la famiglia avesse parlato fin dall’inizio delle modalità dell’intervento e accusano apertamente le forze dell’ordine di avere responsabilità nella morte del giovane. «Mohamed è morto sotto la custodia dei carabinieri», scrivono, denunciando inoltre che alla madre sarebbe stato impedito di raggiungerlo quando si trovava a terra. Sono accuse gravissime, che dovranno essere verificate dalla magistratura, ma proprio la loro gravità rende insopportabile qualsiasi tentativo di chiudere rapidamente la vicenda dentro una versione rassicurante.

Perché adesso sono i Carabinieri a dover spiegare. Devono essere ricostruiti minuto per minuto l’ingresso nell’abitazione, l’ammanettamento, le condizioni psicofisiche di Mohamed, la presenza dei militari nella stanza, l’apertura della finestra, la precipitazione e ciò che è accaduto immediatamente dopo. Deve essere chiarito chi abbia deciso di ammanettarlo, per quale ragione e in quale momento. E deve essere spiegato perché le manette siano state rimosse dopo la caduta. Non bastano formule generiche, ricostruzioni ufficiose o comunicati destinati a proteggere l’immagine dell’istituzione. Quando una persona muore nel corso di un intervento delle forze dell’ordine, la trasparenza non è una concessione: è il minimo dovuto.

Il problema, infatti, supera la vicenda di Cosenza. In Italia esiste una lunga storia di morti e gravissime lesioni avvenute durante interventi di polizia e carabinieri nelle quali la ricerca della verità si è scontrata con silenzi, versioni contraddittorie, difficoltà nell’identificazione degli operatori, difese corporative e ricostruzioni che hanno finito per mettere sotto processo la stessa vittima. Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono soltanto i nomi più conosciuti di una storia molto più lunga. Ogni volta ci viene chiesto di considerare l’episodio isolatamente, di aspettare, di non generalizzare. Ma quando gli stessi problemi ritornano per decenni, continuare a parlare soltanto di responsabilità individuali significa rifiutarsi di vedere la dimensione strutturale della questione.

È precisamente qui che il concetto di impunità assume un significato politico. Impunità non significa affermare che ogni appartenente alle forze dell’ordine possa commettere qualsiasi abuso senza essere mai condannato. Significa descrivere un sistema nel quale l’accertamento delle responsabilità diventa particolarmente difficile proprio perché chi dovrebbe essere sottoposto al controllo appartiene a un apparato dotato di enorme potere istituzionale, capacità di produrre documentazione, controllo della scena e fortissime protezioni corporative. Se a questo si aggiungono l’assenza dei codici identificativi e una politica che negli ultimi anni ha scelto sistematicamente di presentare ogni richiesta di controllo sulle forze dell’ordine come un’aggressione alle divise, il problema diventa inevitabilmente politico.

Il governo Meloni ha ulteriormente rafforzato questa cultura. Mentre aumenta i poteri coercitivi, introduce nuovi reati e costruisce una legislazione sempre più securitaria, ha scelto di offrire agli operatori delle forze dell’ordine ulteriori garanzie attraverso il cosiddetto scudo penale. Il messaggio che arriva dall’alto è chiarissimo: il problema da cui proteggere la società non sarebbe l’abuso della forza pubblica, ma il rischio che chi esercita quella forza debba risponderne. È un capovolgimento pericoloso del principio di responsabilità. Chi possiede maggiori poteri coercitivi dovrebbe essere sottoposto a maggiori controlli, non beneficiare di maggiori protezioni.

La vicenda di Momo si inserisce inoltre dentro un’altra questione che La Base, Aula Studio Liberata e Fem.in Cosentine in Lotta indicano con chiarezza: la gestione poliziesca del disagio sociale. Mohamed viveva una condizione di fragilità che la famiglia aveva raccontato pubblicamente. Ancora una volta, una situazione che avrebbe richiesto innanzitutto strumenti di tutela e presa in carico incontra lo Stato attraverso il suo volto coercitivo. E ancora una volta questo accade a un giovane appartenente a una fascia sociale esposta alla marginalizzazione e alla razzializzazione dei controlli.

Non è necessario sostenere che ogni intervento delle forze dell’ordine abbia una matrice razzista per riconoscere una realtà molto più concreta: la coercizione non viene distribuita socialmente in maniera neutrale. Migranti, persone razzializzate, poveri, giovani delle periferie, persone con dipendenze o disagio psichico hanno una probabilità enormemente maggiore di incontrare lo Stato nella forma del controllo, dell’identificazione, della perquisizione e del contenimento. È qui che la questione sociale diventa questione di polizia: invece di intervenire sulle condizioni che producono marginalità, si interviene sui corpi che quella marginalità rende visibili.

Ancora più grave sarebbe lasciare che intorno alla morte di Momo calasse il silenzio. I collettivi cosentini denunciano esplicitamente il rischio di un «insabbiamento» e parlano di un «sistema Cosenza» fondato sulla connivenza tra settori istituzionali, politici ed economici. Sono accuse dei firmatari e dovranno essere sostenute dai fatti. Ma non possono essere liquidate semplicemente perché radicali. Il modo migliore per smentire il sospetto dell’omertà istituzionale è uno solo: rendere possibile un’indagine piena, indipendente e trasparente, nella quale nessun appartenente all’Arma venga protetto dall’appartenenza all’Arma.

Non possiamo continuare ad accettare che, quando la violenza coinvolge un appartenente alle forze dell’ordine, la prima preoccupazione delle istituzioni sia difendere il prestigio del corpo. Un’istituzione non viene delegittimata dall’accertamento delle responsabilità di chi ne fa parte. Viene delegittimata quando quelle responsabilità vengono occultate, minimizzate o rese impossibili da accertare.

Per questo le immagini delle manette sono importanti. Non perché costituiscano da sole la prova definitiva di una responsabilità nella morte di Mohamed, ma perché rendono ancora meno accettabile qualsiasi scorciatoia narrativa. Quelle manette esistevano. Mohamed le aveva ai polsi dopo essere precipitato. Un carabiniere gliele ha tolte mentre era a terra. Ora bisogna sapere perché, quando erano state applicate e cosa è accaduto prima della caduta.

La richiesta di La Base – Cosenza, Aula Studio Liberata e Fem.in Cosentine in Lotta deve allora diventare una richiesta pubblica: verità e giustizia per Momo. Ma questa volta verità significa anche rompere quel muro di opacità e protezione corporativa che troppe volte, nella storia italiana, ha circondato gli abusi commessi da uomini in divisa. Nessuno scudo, nessuna ragion di corpo, nessuna uniforme può venire prima dell’accertamento della morte di un ragazzo di venticinque anni.