NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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DAVIDE LIBERO











Carceri al collasso: il rapporto Antigone

 

FONTE:osservatorio repressione

 

Sovraffollamento ai livelli della condanna europea del 2013, celle trasformate in forni, suicidi, psicofarmaci e misure alternative in calo. Il rapporto di metà anno di Antigone descrive un sistema penitenziario fuori dalla legalità costituzionale e accusa il governo di alimentare la crisi con politiche esclusivamente repressive.

 

 

L’estate del 2026 consegna un’immagine drammatica del sistema penitenziario italiano. Non si tratta più di un’emergenza contingente, ma di una crisi strutturale che investe la dignità delle persone detenute e mette in discussione la stessa legalità costituzionale dell’esecuzione della pena.

A fotografare questa realtà è il rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, che denuncia un sistema ormai vicino al punto di rottura, aggravato dalle eccezionali ondate di calore e dall’assenza di qualsiasi risposta politica adeguata.

I numeri parlano da soli.

Al 28 luglio 2026 le persone detenute sono 64.741, mentre i posti realmente disponibili sono appena 46.343. Il tasso reale di sovraffollamento raggiunge così il 139,7%, un livello che riporta l’Italia ai tempi della storica condanna “Torreggiani” pronunciata nel 2013 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per i trattamenti inumani e degradanti inflitti ai detenuti.

La situazione è fuori controllo in intere regioni.

La Puglia raggiunge un impressionante 180,4% di affollamento, seguita dal Molise con il 165,9%, dalla Basilicata con il 162,5% e dalla Lombardia con il 157,9%.

Ancora più drammatica è la situazione di alcuni istituti: Lucca supera il 256%, Milano San Vittore il 223%, Latina il 220%. In molte celle lo spazio calpestabile scende sotto i tre metri quadrati per persona, limite minimo fissato dalla giurisprudenza europea. Non sorprende quindi che nel solo 2025 siano stati accolti ben 6.539 reclami per trattamenti inumani o degradanti, il 12% in più rispetto all’anno precedente.

Con l’arrivo dell’estate, una situazione già insostenibile diventa insopportabile.

Oltre il 60% delle persone detenute vive in regime di custodia chiusa, trascorrendo gran parte della giornata rinchiuso in celle che durante le ore più calde superano abbondantemente i quaranta gradi. In numerosi istituti le finestre sono schermate e impediscono perfino il ricambio dell’aria. I ventilatori sono spesso un privilegio che molti detenuti indigenti non possono permettersi, mentre la decisione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di vietare i frigoriferi nelle celle impedisce persino di conservare una bottiglia d’acqua fresca durante la notte. A questo si aggiungono infestazioni di cimici e insetti, carenze idriche, guasti agli impianti e una generale condizione di degrado che trasforma il carcere in un luogo incompatibile con qualsiasi standard di umanità. Nei mesi estivi, inoltre, la sospensione di molte attività scolastiche e di volontariato lascia migliaia di persone in una condizione di isolamento ancora più profonda, alimentando disperazione e sofferenza psicologica.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Nei primi sette mesi del 2026 almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La più giovane aveva appena ventuno anni, la più anziana settantatré. La metà dei suicidi riguarda persone straniere, segno di una vulnerabilità ancora più marcata. Parallelamente cresce l’autolesionismo, mentre il ricorso agli psicofarmaci assume dimensioni impressionanti: quasi un detenuto su due utilizza regolarmente sedativi o ipnotici, oltre il 20% assume stabilizzanti dell’umore, antidepressivi o antipsicotici, mentre quasi il 10% presenta diagnosi psichiatriche gravi. Tutto questo a fronte di una cronica carenza di psichiatri e psicologi.

Secondo Antigone, questa situazione non è frutto del caso. È il prodotto di precise scelte politiche.

Il governo Meloni continua infatti a rispondere ai problemi sociali attraverso l’espansione del diritto penale, la creazione di nuovi reati, l’inasprimento delle pene e il ricorso sempre più esteso alla custodia cautelare. Una strategia che l’associazione definisce apertamente come populismo penale, incapace di affrontare le cause strutturali della crisi e destinata esclusivamente ad aumentare il numero delle persone recluse.

Anche le promesse di ampliamento del sistema penitenziario si sono rivelate propaganda. Il piano edilizio annunciato nel 2025 prevedeva la creazione di diecimila nuovi posti entro il 2027. A oltre un anno di distanza, i posti realmente disponibili non solo non sono aumentati, ma sono addirittura diminuiti di oltre quattrocento unità. Analogamente, le misure alternative alla detenzione, presentate come la soluzione all’emergenza, nel primo semestre del 2026 risultano diminuite del 7%. Persino il recente intervento normativo dedicato ai detenuti con dipendenze, propagandato come una misura capace di alleggerire le carceri, dispone risorse sufficienti per appena seicento persone all’anno. «Il sovraffollamento che stiamo documentando è l’effetto diretto e drammatico di un governo che crea continuamente nuovi reati e inasprisce le pene», afferma il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. «Le nostre carceri stanno diventando polveriere, mentre il reinserimento sociale resta l’unica vera strada per ridurre una recidiva che supera ormai il 60%».

La situazione appare ancora più allarmante se si guarda agli istituti penali per i minorenni.

L’applicazione del decreto Caivano ha determinato un incremento di circa il 50% delle presenze negli IPM, mentre i giovani complessivamente presi in carico dalla giustizia minorile sono aumentati del 26%. Anche qui prevale una logica emergenziale che privilegia il carcere rispetto ai percorsi educativi e di inclusione sociale.

Il rapporto di Antigone racconta dunque molto più di una crisi amministrativa. Racconta il fallimento di un modello penale fondato sull’illusione che la sicurezza si costruisca moltiplicando reati, aumentando le pene e riempiendo le carceri. Ma un sistema penitenziario nel quale le persone vivono stipate, senza spazio, senza prospettive, sotto psicofarmaci, in condizioni che la stessa magistratura definisce degradanti, non produce maggiore sicurezza. Produce soltanto ulteriore esclusione sociale, sofferenza e recidiva.

L’Articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Oggi, guardando i dati del rapporto Antigone, appare evidente che il carcere italiano non sta più assolvendo a nessuna di queste due funzioni.

Non rieduca, non reinserisce, non previene. Sempre più spesso si limita a custodire, punire e produrre altra marginalità. Ed è proprio questa la vera emergenza che la politica continua ostinatamente a non voler affrontare.