L’UEFA e altre associazioni (European Football Clubs, Football Supporters Europe ed European Leagues) si sono riunite a Madrid l’1 e il 2 settembre 2026 in occasione della “Conferenza UEFA sulla sicurezza” per discutere, per il secondo anno consecutivo, del contributo dei tifosi in trasferta e delle sfide associate ai divieti collettivi.
Si tratta di un ottimo segnale: evidentemente, anche il “lamento” del mondo del tifo italiano ha indotto le principali associazioni calcistiche europee a dedicare due giorni di lavori a quest’importante argomento.
Parliamo di “lamento italiano” perché la diffusione del divieto di trasferta nel nostro Paese ha assunto connotati quasi incontrollati e indiscriminati, mentre l’uso di tale strumento è molto circoscritto in altre nazioni e, addirittura, inesistente nella maggior parte d’Europa.
Il documento approvato dall’UEFA ha anzitutto riconosciuto che “i tifosi, compresi quelli in trasferta, contribuiscono in modo fondamentale all’atmosfera, all’identità culturale, alla popolarità e all’integrità sportiva delle competizioni calcistiche a tutti i livelli”. E anche che “i tifosi hanno il diritto di viaggiare e assistere alle partite e seguire la propria squadra sia in casa che in trasferta, nel rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti”.
Soprattutto, l’UEFA ha riconosciuto che “i divieti di trasferta collettivi possono avere conseguenze importanti per i tifosi e la loro cultura, creando anche difficoltà operative per gli organizzatori delle competizioni e per i club”.
L’UEFA e le altre associazioni portatrici degli interessi del calcio europeo hanno richiamato e sostenuto la Raccomandazione Rec (2025)1 sull’uso dei divieti collettivi nei confronti dei tifosi, adottata il 6 ottobre 2025 dal Comitato di Saint-Denis, che è un organo del Consiglio d’Europa. Tale Raccomandazione – che è a tutti gli effetti un atto giuridico, pur non vincolante, proveniente da un’organizzazione internazionale quale è il Consiglio d’Europa (composto da 46 Stati membri tra cui l’Italia) – contiene un’affermazione importantissima: “bans have the potential to infringe human rights, in particular the right to freedom of movement, the right to respect for private life, and the right to liberty and security” [“i divieti (di trasferta, ndr) possono potenzialmente violare i diritti umani, in particolare il diritto alla libertà di movimento, il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla libertà e alla sicurezza”]: diritti che sono tutti tutelati dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Dichiarando di aderire a tale Raccomandazione del Consiglio d’Europa, l’UEFA ha sottolineato i seguenti princìpi: 1) Dare priorità alla responsabilità individuale; 2) Limitare i divieti collettivi a circostanze eccezionali; 3) Coinvolgere i tifosi nei processi decisionali; 4) Comunicare tempestivamente le decisioni per consentire l’esercizio dei diritti di difesa; 5) Promuovere l’equità e la trasparenza nelle motivazioni delle decisioni.
Quanto alla responsabilità individuale, l’UEFA ha ribadito che le misure volte a prevenire la violenza devono essere rivolte verso i singoli responsabili, e non, invece, verso gruppi di tifosi nel loro complesso. Ciò in quanto solo gli approcci fondati sulla responsabilità individuale sono conformi ai princìpi di proporzionalità e di equità e garantiscono un equilibrio tra pubblica sicurezza e diritti dei tifosi.
Un’analoga tirata d’orecchie ai legislatori nazionali era contenuta anche nella citata Raccomandazione del Comitato di Saint-Denis: “National legislation on exclusion from sports events should prioritise individual accountability over collective restrictions, ensuring that sanctions are targeted at those responsible for disorderly conduct”. La legislazione nazionale sull’esclusione dagli eventi sportivi dovrebbe quindi dare priorità alla responsabilità individuale, assicurando che le sanzioni siano mirate a chi è responsabile di comportamenti violenti e limitando i divieti collettivi a circostanze eccezionali.
Questo significa, a nostro avviso, che, per il Consiglio d’Europa e per l’UEFA, previsioni di legge come quella italiana che consente al Ministro dell’Interno, in caso di gravi episodi di violenza, di vietare le trasferte di una determinata tifoseria per mesi e addirittura fino a 2 anni (l’art. 7-bis.1 della legge 401/1989) non dovrebbero esistere!
Il Consiglio d’Europa e l’UEFA affermano anche che “i divieti collettivi non devono diventare una risposta di routine ai problemi di sicurezza, ma devono essere presi in considerazione solo in circostanze eccezionali”, che vanno vagliate con “prove documentate chiare, oggettive e aggiornate” e solo quando le “misure meno restrittive non sono in grado di affrontare i gravi rischi per la sicurezza o l’ordine pubblico” (“Collective bans on away spectators should only be considered in exceptional circumstances where there is clear, recent, and objective evidence that such a measure is necessary to maintain public order and safety. They should not become routine but rather serve as a last-resort option”).
Il concetto è chiaro: il divieto di trasferta non deve diventare una routine! Avete letto bene…
E ancora: vanno rispettati i princìpi di necessità e proporzionalità e vanno vagliate tutte le misure possibili (come possono essere, ad esempio, il cambio di orario della partita, l’aumento degli steward, la scorta dei pullman dei tifosi dalla città di partenza, la riduzione del numero dei tagliandi in vendita per il settore ospiti ecc.): solo quando queste misure si rivelino insufficienti può essere valutato il divieto di trasferta.
Sempre secondo l’UEFA, soprattutto in caso di partite ad alto rischio, vanno valutati tutti i canali informativi e di cooperazione con consultazioni tra autorità pubbliche, organizzatori, club e associazioni di tifosi, che devono “essere parte integrante dei processi decisionali relativi alle potenziali restrizioni alla presenza del pubblico”. Sì, avete capito bene, nelle decisioni vanno coinvolti anche i tifosi! Eppure, l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive è composto da decine di persone (rappresentanti di Autogrill e Trenitalia compresi) ma non viene consultato nemmeno un tifoso!
Sembra, poi, che l’UEFA abbia letto qualche ricorso presentato in Italia dove si era censurata la tempistica delle decisioni, intervenute all’ultimo momento quando i tifosi avevano già comprato i tagliandi di ingresso, noleggiato i bus, acquistato i biglietti dell’aereo: “le decisioni sulla presenza dei tifosi devono essere comunicate in modo chiaro, il prima possibile e attraverso i canali appropriati, consentendo ai tifosi e ad altri soggetti interessati di organizzarsi in modo consapevole e, ove applicabile, di esercitare i propri diritti ai sensi del quadro giuridico di riferimento”.
Esercitare per tempo i diritti di impugnazione innanzi alla giustizia amministrativa qualora i divieti risultino eccessivi o immotivati! Un’affermazione tanto logica quanto importante….
In sintesi, le decisioni di imporre “divieti collettivi” devono basarsi sull’acquisizione di dati con procedure eque e trasparenti, nonché fondate su elementi concreti. Le motivazioni devono essere articolate e comunicate chiaramente per favorire la comprensione, rafforzarne la legittimità e promuovere rapporti costruttivi tra le autorità pubbliche e i portatori di interesse del calcio. Letteralmente: “Decisions on collective bans should be supported by documented evidence and communicated transparently to the supporters”.
Qui in Italia, invece, chi intende ricorrere al TAR contro il divieto in trasferta non viene nemmeno messo a conoscenza delle determine del GOS (Gruppo Operativo Sicurezza della Questura) che si adagiano sui “suggerimenti” dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive…
Ed è paradossale che in Italia – dove, diversamente dalle altre nazioni europee, vi è dal 2005 il biglietto nominale e vi è stata, per dieci anni, la tessera del tifoso, poi sostituita dalla fidelity card, la cui logica genetica è quella di identificare il tifoso, conoscerlo, responsabilizzarlo, al fine di consentire una gestione più sicura dell’accesso agli stadi – si persegua ormai diffusamente la mera logica del “divieto territoriale” (fondato sulla residenza di tutti i tifosi ospiti) e del “divieto da appartenenza sportiva”, cioè basato sulla semplice fede calcistica, al di là di singole ed accertate responsabilità dell’individuo per fatti di rilevanza penale.
L’ultima censura è per i Ministeri che gestiscono la sicurezza e l’ordine pubblico: “I governi dovrebbero garantire una formazione adeguata alle forze dell’ordine e ad altre autorità competenti sulle alternative ai divieti collettivi, enfatizzando le strategie di de-escalation e concentrandosi su misure mirate contro individui che potrebbero minacciare l’ordine pubblico e la sicurezza”.
Punire i violenti e non intere tifoserie.
Insomma, l’UEFA ha ben chiara la situazione italiana.
E non va dimenticato che il Comitato di Saint-Denis può monitorare l’applicazione delle proprie linee guida, trasposte nella Raccomandazione dell’ottobre 2025. Alla luce di ciò, pare giunto il momento che i tifosi facciano valere le loro legittime istanze, se necessario anche dinanzi agli organismi internazionali, affinché questi ultimi verifichino che legislatore, governo e giudici italiani applichino i princìpi di diritto affermati dal Consiglio d’Europa e ora sostenuti dall’UEFA. |