Diciottomila vigili del fuoco in meno in un solo anno. Non in un continente nel quale gli incendi stanno diminuendo, ma nell’Europa che nel 2025 ha vissuto la stagione degli incendi più devastante mai registrata, con oltre un milione di ettari bruciati. I nuovi dati Eurostat dicono che i vigili del fuoco professionisti nell’Unione europea sono passati dai 390.600 del 2024 ai 372.400 del 2025: 18.200 lavoratori in meno, una riduzione del 4,7 per cento. Rappresentano ormai appena lo 0,18 per cento dell’occupazione complessiva europea.
È un dato che dovrebbe aprire una discussione molto più ampia della pur gravissima questione degli organici dei servizi antincendio. Perché racconta quale significato abbia assunto la parola “sicurezza” nell’Europa contemporanea. Mentre la crisi climatica rende gli incendi più frequenti, estesi e difficili da controllare, si riduce il personale incaricato di prevenirli e spegnerli. Contemporaneamente, l’Unione europea costruisce Readiness 2030, il piano che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per rafforzare le capacità militari europee. Nel 2025 la spesa per la difesa dei Paesi dell’Unione si avvicinava già ai 400 miliardi di euro e gli investimenti militari erano destinati a raggiungere circa 130 miliardi.
Non si tratta di sostenere una relazione contabile automatica per cui ogni euro destinato a un carro armato sarebbe un euro sottratto a una caserma dei vigili del fuoco. Sarebbe una semplificazione. La questione è politica e riguarda la gerarchia delle priorità. Per il riarmo si modificano le regole di bilancio, si attivano strumenti finanziari straordinari, si consentono maggiori margini di deficit e si costruiscono programmi continentali. Per i servizi pubblici essenziali continua invece a valere troppo spesso il vocabolario della compatibilità finanziaria, della razionalizzazione degli organici e dell’austerità. La Commissione europea consente agli Stati di aumentare la spesa militare attraverso specifiche flessibilità fiscali; l’Italia stessa sta valutando l’utilizzo parziale di questi margini.
È questa contraddizione che la Confederazione europea dei sindacati ha denunciato con particolare durezza. Alcune delle riduzioni più pesanti dei vigili del fuoco professionisti si sono registrate proprio in Paesi sottoposti nel 2024 alla procedura europea per disavanzo eccessivo. La Polonia è passata da 49 mila a 40 mila unità, la Germania da 65.700 a 57.700, la Francia da 51.800 a 47.700, i Paesi Bassi da 7.300 a 4.900 e la Spagna da 39.400 a 38.500. La segretaria generale dell’Etuc, Esther Lynch, ha definito “sconsiderata” la scelta di affrontare una stagione degli incendi sempre più pericolosa con 18 mila vigili del fuoco in meno, denunciando un’austerità che mette a rischio vite, abitazioni e territori.
Il punto politico sta proprio qui. Abbiamo costruito una concezione della sicurezza nella quale una minaccia viene considerata tanto più seria quanto più può essere affrontata attraverso eserciti, polizie, frontiere, sistemi di sorveglianza e apparati coercitivi. La sicurezza sociale, ambientale e del lavoro resta invece confinata in una categoria inferiore. Eppure sono gli incendi, le alluvioni, le temperature estreme, gli incidenti sul lavoro, il dissesto idrogeologico e il deterioramento della salute pubblica a incidere materialmente sulla vita quotidiana di milioni di persone.
Un vigile del fuoco è sicurezza. Un ispettore del lavoro che entra in un cantiere prima che un operaio muoia è sicurezza. Un tecnico della prevenzione delle Asl che verifica le condizioni di una fabbrica è sicurezza. Un servizio sanitario territoriale capace di intervenire prima che una situazione di disagio diventi un’emergenza è sicurezza. Un territorio sottoposto a manutenzione e prevenzione degli incendi è sicurezza. Ma questa sicurezza non produce nemici, non necessita di retoriche emergenziali, non giustifica nuovi poteri coercitivi e soprattutto richiede investimenti pubblici continuativi. Per questo è molto meno spendibile nella politica della paura.
La questione non nasce con le destre oggi al governo in numerosi Paesi europei. Sarebbe troppo comodo dimenticare il contributo determinante delle forze che un tempo si definivano socialdemocratiche o di centrosinistra alla costruzione di questo paradigma. Sono stati decenni di privatizzazioni, contenimento della spesa pubblica, ridimensionamento degli organici, precarizzazione e aziendalizzazione dei servizi a preparare il terreno. Le destre hanno radicalizzato quella trasformazione aggiungendovi una concezione apertamente autoritaria della sicurezza: meno Stato quando si tratta di garantire diritti e servizi, più Stato quando occorre controllare, punire e reprimere.
È la stessa contraddizione che attraversa la sicurezza sul lavoro. Dopo ogni morte si annunciano controlli, task force, nuove norme e campagne straordinarie, ma la prevenzione richiede esattamente ciò che decenni di politiche di contenimento della spesa hanno indebolito: personale stabile, ispettori, tecnici delle Asl, presenza capillare sul territorio, capacità di entrare nei luoghi di lavoro prima dell’incidente. Non a caso la relazione italiana sullo stato della sicurezza nei luoghi di lavoro continua a collocare Ispettorato nazionale, sistema sanitario e strutture territoriali di prevenzione al centro dell’architettura necessaria a tutelare lavoratrici e lavoratori.
La differenza rispetto alla sicurezza securitaria è fondamentale. La prevenzione agisce prima che qualcuno muoia. Il paradigma penale interviene prevalentemente dopo. La prima modifica le condizioni materiali che producono il rischio; il secondo cerca un responsabile da punire. Anche per questo negli ultimi decenni è risultato politicamente più semplice introdurre nuove fattispecie di reato che assumere migliaia di persone negli apparati di prevenzione. La pena costa politicamente meno della trasformazione delle condizioni che producono il danno.
I vigili del fuoco rappresentano forse l’esempio più evidente dell’assurdità di questo modello perché nessuno può sostenere seriamente che la crisi climatica sia un’invenzione o che gli incendi possano essere fermati con un decreto sicurezza. La Commissione europea aveva chiesto agli Stati membri di garantire personale adeguato nei servizi antincendio proprio davanti alla crescita del rischio climatico. Nello stesso anno, gli organici professionali sono diminuiti di oltre 18 mila unità.
C’è poi un’immagine che sintetizza quasi perfettamente questa trasformazione delle priorità pubbliche. Nel gennaio 2020 migliaia di vigili del fuoco francesi scesero in piazza a Parigi per chiedere migliori condizioni di lavoro, organici adeguati e l’aumento dell’indennità di rischio, rimasta invariata da trent’anni. Ad aspettarli trovarono la polizia antisommossa. Gli agenti utilizzarono manganelli e lacrimogeni contro uomini e donne che ogni giorno rischiavano la vita negli incendi e nelle emergenze.
Quella scena non dimostra, naturalmente, che “la polizia francese è fascista” in quanto corpo: una simile generalizzazione non aiuterebbe a comprendere il problema. Dice qualcosa di più importante. Mostra come un apparato dello Stato possa essere utilizzato contro lavoratori di un altro servizio pubblico quando questi ultimi smettono di essere semplicemente soccorritori e diventano soggetti di conflitto. Il vigile del fuoco che spegne un incendio viene celebrato come eroe; quello che sciopera e reclama risorse incontra lo scudo, il manganello e il lacrimogeno. È il confine politico che separa il servizio pubblico tollerato dal conflitto sociale da reprimere.
Non siamo dunque davanti alla semplice contraddizione tra “meno vigili del fuoco” e “più polizia”. Stiamo osservando una trasformazione più profonda dello Stato europeo. Le istituzioni incaricate di prevenire, curare, soccorrere e tutelare vengono sottoposte alla disciplina della scarsità; quelle incaricate di armare, sorvegliare e controllare godono invece di una crescente centralità politica. Non accade ovunque nello stesso modo e non significa che ogni singolo bilancio segua questa proporzione, ma la direzione politica è difficile da ignorare.
La stessa Europa che davanti alla spesa sociale invoca vincoli di bilancio ha costruito per la difesa un piano capace di mobilitare fino a 800 miliardi di euro. La stessa politica che presenta come inevitabile la carenza di personale nei servizi pubblici riesce a trovare risorse straordinarie quando dichiara una nuova emergenza militare o securitaria. Il problema, quindi, non è che “non ci sono i soldi”. Il problema è stabilire per cosa si decide che i soldi debbano esserci.
Esther Lynch ha centrato il punto quando ha contrapposto l’enorme crescita della spesa militare europea alla riduzione delle risorse destinate a fronteggiare quello che definisce un rischio molto più immediato per la popolazione. L’European Public Service Union chiede per questo di interrompere la politica di austerità e investire nei servizi di emergenza, nella prevenzione e nelle assunzioni.
La sicurezza, prima ancora di essere una parola, è una scelta distributiva. Significa decidere quali pericoli prevenire, quali vite proteggere e quali istituzioni finanziare. Un continente che brucia mentre riduce di 18 mila unità i suoi vigili del fuoco e contemporaneamente prepara centinaia di miliardi per il riarmo ha già compiuto quella scelta.
Ed è precisamente quella scelta che dobbiamo contestare. Perché una società che investe nella forza mentre impoverisce la cura, il soccorso e la prevenzione non sta diventando più sicura. Sta semplicemente decidendo da che cosa vuole essere difesa e, soprattutto, contro chi vuole essere armata. |