| Ramy, la nuova perizia: «La volante deviò due volte contro lo scooter» |
FONTE:osservatorio repressione |
La ricostruzione 3D di Index contesta la versione dei carabinieri: un primo probabile impatto avrebbe destabilizzato il T-Max, poi la Giulietta avrebbe nuovamente tagliato la sua traiettoria prima di travolgere Ramy. Il 24 settembre l’udienza preliminare. |
La morte di Ramy Elgaml torna a interrogare non soltanto ciò che accadde nella notte del 24 novembre 2024, ma soprattutto la prima versione con cui quella morte venne raccontata. A quasi due anni dall’inseguimento conclusosi all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta, a Milano, una nuova consulenza tecnica sostiene infatti che negli ultimi istanti prima dello schianto la volante dei carabinieri che tallonava il T-Max avrebbe effettuato due distinte deviazioni verso lo scooter, provocandone prima la destabilizzazione e poi intersecandone nuovamente la traiettoria mentre il mezzo stava ormai cadendo.
La ricostruzione è stata realizzata da Index, organizzazione francese specializzata nell’analisi forense delle immagini, nella modellazione tridimensionale e nell’indagine sulle violenze delle forze dell’ordine, ed è stata depositata al Tribunale di Milano dagli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza, difensori di Fares Bouzidi, il giovane che guidava lo scooter sul quale viaggiava Ramy. Il manifesto, che ne ha anticipato i contenuti, riferisce che il lavoro comprende un rapporto metodologico di circa quaranta pagine e una ricostruzione video tridimensionale. Si tratta di una consulenza tecnica di parte e non di una verità giudiziaria già accertata, ma ciò che ricostruisce è rilevante perché entra direttamente nel punto più controverso dell’intera vicenda: Ramy morì per l’esito inevitabile della fuga oppure l’azione della volante contribuì materialmente a provocare la caduta e la morte?
La Procura di Milano ha già compiuto un passaggio significativo rispetto alle primissime ricostruzioni. Antonio Lenoci, il carabiniere alla guida della Giulietta, è accusato di omicidio stradale con «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». Secondo i pm avrebbe mantenuto distanza e velocità inadeguate a prevenire una collisione, adottando una condotta di guida «sproporzionata» e una manovra «particolarmente avventata». Anche Fares Bouzidi è accusato di concorso in omicidio stradale per la propria condotta durante la fuga. L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 24 settembre.
La nuova consulenza, però, va oltre la questione della distanza di sicurezza e propone una ricostruzione delle traiettorie che contraddice frontalmente quanto sostenuto inizialmente dagli agenti. |

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Non sarebbe stato lo scooter a svoltare verso la volante |
La ricostruzione dei carabinieri attribuiva la caduta a una manovra di Fares. Nella relazione di servizio redatta da Lenoci due giorni dopo la morte di Ramy si sosteneva che il conducente del T-Max avesse tentato una svolta a sinistra verso via Quaranta, perdendo il controllo dello scooter e finendo contro il semaforo. La consulenza di Index sostiene invece che quella svolta non sarebbe mai avvenuta.
Gli esperti hanno utilizzato le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della zona, comprese quelle che ripresero direttamente l’incidente, le dashcam delle altre auto dei carabinieri coinvolte nell’inseguimento, fotografie dei veicoli e del luogo, planimetrie, rilievi effettuati con drone, dichiarazioni testimoniali e relazioni di servizio. Questo materiale è stato inserito in un modello tridimensionale dell’incrocio, all’interno del quale sono state ricostruite le posizioni e le traiettorie dei due mezzi.
Il risultato, secondo la consulenza, mostra una dinamica opposta a quella descritta inizialmente. Prima di entrare nell’incrocio la Giulietta avrebbe effettuato una prima deviazione verso sinistra, avvicinandosi lateralmente allo scooter mentre entrambi viaggiavano poco sopra i 50 chilometri orari. In base alle distanze ricostruite e al movimento dei mezzi, Index considera altamente probabile che in quel momento sia avvenuto un primo impatto, capace di destabilizzare il T-Max e provocare una perdita, almeno temporanea, del controllo da parte di Fares.
È quanto avviene immediatamente dopo a rendere la ricostruzione ancora più significativa. Secondo Index, dopo quel probabile primo urto lo scooter continua sostanzialmente diritto verso l’attraversamento pedonale e il semaforo. La traiettoria ricostruita non mostrerebbe alcun tentativo di svolta a sinistra da parte di Fares. Sarebbe invece la Giulietta a spostarsi nuovamente verso sinistra, effettuando una seconda marcata deviazione che la porta a intersecare la traiettoria del T-Max proprio mentre lo scooter perde aderenza e cade.
Se questa ricostruzione dovesse trovare conferma nel processo, cambierebbe profondamente la lettura degli ultimi secondi dell’inseguimento. Non avremmo più semplicemente una volante troppo vicina allo scooter e incapace di evitare l’impatto, ma due movimenti del mezzo dei carabinieri verso il T-Max, il primo associato con elevata probabilità a un contatto capace di destabilizzarlo e il secondo diretto nuovamente verso la sua traiettoria. |
Quel «Vaffanculo, non è caduto» che pesa sull’inseguimento |
La ricostruzione di Index non nasce nel vuoto e deve essere letta insieme alle immagini e alle registrazioni già emerse dall’inchiesta. In una dashcam relativa a una fase precedente dell’inseguimento si vede infatti un’altra auto dei carabinieri affiancare e colpire lateralmente lo scooter. Il T-Max riesce a rimanere in piedi e dall’abitacolo arriva allora il commento di un militare: «Vaffanculo, non è caduto».
Quella frase aveva già posto una domanda inevitabile, che la nuova consulenza rende ancora più difficile eludere: l’obiettivo dell’inseguimento era esclusivamente seguire e fermare il mezzo oppure, almeno in alcune sue fasi, si cercò di provocarne la caduta? È una distinzione enorme, perché un inseguimento è già un’attività intrinsecamente pericolosa, nella quale deve essere continuamente valutata la proporzione tra la necessità di fermare chi fugge e il rischio prodotto per le persone inseguite, gli operatori e chiunque si trovi sulla strada. Nel caso di Ramy e Fares, inoltre, la targa del T-Max era stata comunicata via radio. È anche sulla base di questi elementi che la Procura contesta a Lenoci una condotta sproporzionata rispetto alla necessità di bloccare immediatamente lo scooter.
Cercare deliberatamente di provocare la caduta di un motociclo in movimento sarebbe però qualcosa di qualitativamente diverso dal mantenersi colposamente troppo vicini durante un inseguimento. Non possiamo affermare oggi che questo sia accaduto: spetterà al processo stabilire la dinamica e le responsabilità. Ma proprio la frase registrata dalla dashcam, letta insieme alle due deviazioni ricostruite da Index, rende questa una domanda investigativa e processuale che non può essere liquidata. |
Ramy fu schiacciato dalla Giulietta |
Negli ultimi istanti il T-Max perde aderenza e scivola verso il marciapiede. Ramy viene sbalzato e rimane sull’asfalto vicino al semaforo, mentre la Giulietta, dopo avere deviato verso sinistra secondo la ricostruzione di Index, termina la propria corsa contro il semaforo e passa sul corpo del diciannovenne. La causa della morte assume qui un’importanza decisiva: secondo gli accertamenti medico-legali richiamati nella nuova ricostruzione, fu la compressione esercitata dall’automobile sul corpo di Ramy a determinarne il decesso pressoché immediato. Trasportato d’urgenza al Policlinico, Ramy venne dichiarato ufficialmente morto alle 4.58.
Anche l’impostazione della Procura ormai riconosce un contatto tra i mezzi: nella richiesta di rinvio a giudizio viene ricostruito l’urto tra la parte posteriore destra del T-Max e la fascia anteriore del paraurti della Giulietta, seguito dallo schianto finale. Questo dato è importante perché mostra quanto sia cambiato il quadro rispetto alle ore e ai giorni immediatamente successivi alla morte. Ed è proprio questa distanza tra la prima narrazione e quanto emerso successivamente a portarci al secondo grande capitolo dell’inchiesta. Non soltanto l’inseguimento: cosa venne scritto dopo
Per comprendere la vicenda Ramy non basta ricostruire la dinamica stradale. Bisogna ricostruire anche come venne costruita la versione istituzionale successiva alla morte. Altri sei carabinieri sono coinvolti nel procedimento per accuse che comprendono, a vario titolo, frode processuale, favoreggiamento e falso. La Procura sostiene inoltre che alcuni militari avrebbero fatto cancellare a testimoni filmati dell’incidente presenti sui loro telefoni. Quattro militari, tra i quali lo stesso Lenoci, sono accusati anche in relazione al verbale d’arresto di Fares.
Secondo l’accusa, in quel verbale sarebbe stato omesso proprio l’urto tra la Giulietta e lo scooter, mentre sarebbe stato scritto che il T-Max, «a causa del sovrasterzo», era scivolato autonomamente. Non sarebbe stato indicato neppure lo schiacciamento del corpo di Ramy da parte della Giulietta e sarebbero rimasti fuori dalla ricostruzione un testimone oculare, una dashcam e una bodycam che avevano registrato parti rilevanti dell’inseguimento. Sono contestazioni che dovranno naturalmente essere provate e sulle quali gli imputati potranno esercitare pienamente il diritto di difesa, ma il loro significato istituzionale è enorme.
Se un appartenente alle forze dell’ordine viene accusato di una condotta pericolosa durante un inseguimento e altri appartenenti allo stesso apparato vengono contemporaneamente accusati di avere occultato, alterato o falsamente rappresentato elementi utili a ricostruire quella condotta, la questione non può più essere ridotta alla consueta formula della “mela marcia”. A diventare oggetto del procedimento è anche il funzionamento dei meccanismi attraverso i quali l’uso della forza viene documentato e può successivamente essere sottoposto al controllo della magistratura.
Il punto è particolarmente delicato perché chi esercita il potere coercitivo dello Stato partecipa spesso anche alla produzione dei primi atti attraverso i quali quel medesimo esercizio della forza verrà ricostruito. Per questo bodycam, dashcam, testimonianze indipendenti, conservazione dei filmati e correttezza delle relazioni di servizio non sono dettagli burocratici: sono garanzie essenziali quando bisogna accertare una morte avvenuta durante un intervento delle forze dell’ordine. |
La prima narrazione e ciò che emerge dagli atti |
La morte di Ramy ha avuto fin dall’inizio due storie parallele. La prima è quella della fuga: due ragazzi su un T-Max che non si fermano all’alt, diversi chilometri di inseguimento, tratti percorsi contromano e velocità elevate. Sono fatti reali e processualmente rilevanti. Fares è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale e la Corte d’Appello ha successivamente ridotto la pena. Ma riconoscere la responsabilità di Fares per la fuga non risponde alla domanda su come e perché sia morto Ramy.
La seconda storia è quella emersa progressivamente dalle immagini e dalle indagini: il contatto tra l’auto e lo scooter, la frase «non è caduto», i testimoni ai quali secondo l’accusa sarebbe stato chiesto di cancellare i filmati, le omissioni contestate nei verbali, lo schiacciamento del corpo da parte della Giulietta e ora una ricostruzione tridimensionale secondo la quale la volante avrebbe deviato due volte verso il T-Max. Sono piani che non si escludono: Fares può avere commesso il reato di resistenza e la condotta dei carabinieri può comunque, e deve, essere sottoposta al più rigoroso controllo giudiziario.
È precisamente questa distinzione che una parte del discorso pubblico ha cercato di cancellare fin dalle prime ore, trasformando la fuga in una sorta di spiegazione autosufficiente della morte. Ma la responsabilità di chi non si ferma a un controllo non concede allo Stato una licenza di mettere indiscriminatamente in pericolo la vita di chi fugge, e tanto meno permette di considerare la morte del passeggero come una conseguenza inevitabile e quindi politicamente irrilevante.
Ramy aveva diciannove anni ed era seduto dietro sullo scooter. Stabilire che Fares avrebbe dovuto fermarsi non dice nulla, da solo, sulla proporzionalità delle manovre utilizzate per costringerlo a farlo. |
Una consulenza che pone una domanda ancora più grave |
La nuova consulenza non chiude la vicenda e non deve essere utilizzata come se fosse una sentenza. Index è stato incaricato dalla difesa di Fares e le sue conclusioni dovranno essere confrontate con quelle della Procura, con le consulenze delle difese dei militari e con tutto il materiale probatorio. Ma sarebbe altrettanto scorretto minimizzarne la portata, soprattutto perché il suo lavoro si fonda su immagini, dati geometrici, rilievi e ricostruzioni delle traiettorie che potranno essere verificati nel contraddittorio processuale.
Se i due spostamenti laterali ricostruiti attraverso i filmati e il modello 3D venissero confermati, diventerebbe necessario interrogarsi sulla stessa natura della condotta della volante: si trattò soltanto di un inseguimento condotto in maniera colposamente imprudente oppure vi fu, in qualche fase, il tentativo di portare lo scooter alla caduta? La risposta spetta alla magistratura, ma la domanda esiste già e non nasce soltanto dalla nuova consulenza. Nasce anche dal filmato nel quale, dopo un precedente contatto con il T-Max, un carabiniere reagisce constatando con disappunto che il mezzo non è caduto; nasce dall’urto che la stessa Procura considera ormai parte della dinamica e dalle contestazioni di falso, favoreggiamento e frode processuale formulate nei confronti di altri militari.
Il 24 settembre l’udienza preliminare dovrà decidere sulle richieste di rinvio a giudizio. Antonio Lenoci e Fares Bouzidi sono accusati, con differenti contestazioni, in relazione alla morte di Ramy; altri sei militari rispondono a vario titolo delle condotte successive all’incidente. Quella sede dovrà stabilire responsabilità individuali e qualificazioni giuridiche, rispettando naturalmente la presunzione d’innocenza di tutti gli imputati.
Sul piano pubblico, però, la vicenda ha già mostrato qualcosa che non può essere rimosso: la prima ricostruzione istituzionale della morte di Ramy è stata progressivamente messa in discussione dall’emersione delle immagini e dagli accertamenti successivi. Non perché ogni divergenza tra una relazione di servizio e una successiva perizia costituisca automaticamente un falso o un depistaggio, ma perché proprio nel caso Ramy la Procura ritiene che alcune omissioni e condotte siano penalmente rilevanti e ha chiesto che vengano giudicate.
La consulenza di Index aggiunge ora un ulteriore elemento. Secondo la sua ricostruzione, non sarebbe stato Fares a sterzare improvvisamente verso sinistra: sarebbe stata la volante a muoversi due volte verso lo scooter. Al primo movimento sarebbe seguito, con elevata probabilità, un urto e la conseguente destabilizzazione del T-Max; il secondo avrebbe portato la Giulietta a intersecarne nuovamente la traiettoria. Lo scooter a quel punto perde aderenza, Ramy finisce sull’asfalto e l’automobile gli passa sopra: è la compressione esercitata dalla Giulietta sul suo corpo che, secondo gli accertamenti autoptici richiamati, determina il decesso pressoché immediato.
A quasi due anni dalla morte di Ramy, dunque, la questione non può più essere ridotta alla domanda sul perché Fares non si sia fermato all’alt. Quella condotta ha una propria responsabilità giuridica ed è stata oggetto di un altro procedimento. Il punto che deve essere finalmente chiarito riguarda invece che cosa fecero i carabinieri per fermare quello scooter, se le manovre ricostruite da Index furono effettivamente compiute e quale rapporto ebbero con la caduta e con la morte di Ramy Elgaml.
Ed è su questo, non sulla biografia della vittima né sulla scelta di Fares di fuggire, che il processo dovrà fare luce. |