NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

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DAVIDE LIBERO











Non abbiamo nessun obbligo di fidarci della polizia

 

FONTE:osservatorio repressione

 

Il caso Ramy non riguarda soltanto un inseguimento finito con la morte di un ragazzo. Riguarda il potere dello Stato di usare la forza e poi raccontare come quella forza è stata usata. Le immagini, la nuova consulenza e le accuse di falso e depistaggio mostrano perché la fiducia nelle divise non può mai sostituire il controllo.

 

Per quasi due anni la discussione sulla morte di Ramy Elgaml è stata imprigionata dentro una domanda sbagliata: perché Fares Bouzidi non si è fermato all’alt? È una domanda alla quale la giustizia ha già dato e continuerà a dare le proprie risposte. Fares guidava lo scooter, è fuggito, ha tenuto una condotta pericolosa ed è stato processato per resistenza. Ma nessuna di queste circostanze risponde alla domanda che riguarda lo Stato: che cosa fecero i carabinieri per fermare quel T-Max e quale rapporto ebbero quelle manovre con la caduta dello scooter e con la morte del diciannovenne che viaggiava sul sellino posteriore?

La nuova consulenza realizzata da Index per la difesa di Fares rende questa domanda ancora più pesante. Attraverso l’analisi delle telecamere di sorveglianza, delle dashcam, delle fotografie, dei rilievi e la ricostruzione tridimensionale delle traiettorie, gli esperti individuano due distinte deviazioni della Giulietta dei carabinieri verso lo scooter. La prima sarebbe associata, con un elevato grado di probabilità, a un contatto che avrebbe destabilizzato il T-Max; la seconda avrebbe portato nuovamente l’automobile a intersecare la traiettoria del motociclo mentre questo stava perdendo aderenza. La ricostruzione contesta inoltre un punto essenziale della prima versione dei militari: non sarebbe stato Fares a impostare una svolta a sinistra verso via Quaranta. Secondo Index lo scooter avrebbe continuato sostanzialmente diritto, mentre sarebbe stata la Giulietta a deviare verso sinistra.

È una consulenza tecnica di parte e come tale dovrà essere discussa e verificata nel processo. L’avvocato Marco Romagnoli, difensore di Fares, ne trae una conclusione molto più netta, parlando di «dimostrazione oggettiva» di un atto volontario. È una tesi della difesa, non ancora un fatto giudiziariamente accertato, e questa distinzione deve essere mantenuta. Ma proprio perché non abbiamo bisogno di forzare le conclusioni, possiamo guardare con maggiore attenzione a ciò che è già davanti ai nostri occhi: la distanza tra la narrazione iniziale e il quadro progressivamente emerso dall’inchiesta è diventata enorme.

 

 

La fiducia non è una categoria dello Stato di diritto

 

Mario Di Vito, su il manifesto, ha centrato un punto che dovrebbe essere elementare e che invece nel dibattito italiano è diventato quasi sovversivo: non esiste alcun obbligo di fiducia nelle forze dell’ordine. Non perché ogni poliziotto o carabiniere debba essere considerato preventivamente colpevole, ma per la ragione esattamente opposta: una democrazia costituzionale non funziona sulla fiducia personale nell’uomo che esercita il potere. Funziona attraverso limiti, procedure, controlli e responsabilità.

La questione diventa ancora più evidente quando quel potere comprende la facoltà di fermare, perquisire, inseguire, ammanettare, detenere e utilizzare la forza. Più grande è il potere attribuito a un’istituzione, più rigoroso deve essere il controllo sul suo esercizio. La divisa non può trasformare questa regola nel suo contrario, attribuendo a chi la indossa una presunzione politica di verità e a chi ne contesta l’operato l’onere di dimostrare preventivamente di non essere un nemico delle forze dell’ordine.

Eppure è precisamente ciò che avviene da anni. Ogni volta che una morte, un pestaggio o un abuso coinvolgono appartenenti alle forze dell’ordine, la discussione pubblica viene immediatamente spostata dalla verifica dei fatti alla fedeltà verso l’istituzione. «Da che parte state?» diventa la domanda implicita. Si può stare con la vittima oppure con le divise, chiedere verità oppure difendere l’Arma, pretendere responsabilità oppure «delegittimare le forze dell’ordine». È un ricatto politico che serve a sottrarre l’esercizio della coercizione statale alla normale logica democratica del controllo.

Nel caso Ramy questo meccanismo è apparso con particolare chiarezza. Prima ancora che fossero disponibili tutti i video, prima delle consulenze, prima che l’inchiesta ricostruisse le omissioni oggi contestate dalla Procura, una parte della politica aveva già pronunciato la propria sentenza: i carabinieri stavano facendo il loro lavoro, Fares era fuggito e tutto ciò che era avvenuto dopo diventava quasi automaticamente conseguenza della fuga. Il problema veniva così risolto spostando la responsabilità dal comportamento di chi esercitava il potere pubblico alla condotta di chi cercava di sottrarsi a quel potere.

Ma uno Stato di diritto comincia precisamente dove finisce questo ragionamento. Anche chi commette un reato conserva diritti. Anche chi fugge da un posto di blocco non può essere sottoposto a qualunque rischio pur di essere fermato. E soprattutto la condotta illegale di un cittadino non rende legale, proporzionata o inevitabile qualsiasi condotta successiva dello Stato. Se accettassimo il principio contrario, la proporzionalità dell’uso della forza cesserebbe semplicemente di esistere.

 

Il problema non è soltanto quello che accadde sulla strada

 

C’è però una ragione ancora più profonda per cui il caso Ramy supera la dinamica dell’inseguimento. Nel procedimento non si discute soltanto di come venne guidata la Giulietta dei carabinieri. Si discute anche di ciò che sarebbe avvenuto dopo, quando bisognava documentare e ricostruire quella notte.

Altri militari sono accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento e frode processuale. Secondo la Procura, nel verbale d’arresto di Fares sarebbero stati omessi elementi decisivi, tra cui il contatto tra la Giulietta e il T-Max. Alcuni testimoni sarebbero stati indotti a cancellare immagini dai propri telefoni. Sono contestazioni che dovranno essere provate in giudizio e rispetto alle quali vale la presunzione di innocenza. Ma non sono un’appendice marginale dell’inchiesta, perché investono direttamente il rapporto tra chi esercita la forza e chi produce la prima documentazione attraverso la quale quella forza dovrà poi essere controllata.

Qui sta uno dei problemi strutturali che continuiamo a incontrare quando indaghiamo le violenze istituzionali. In moltissimi casi la prima versione di un intervento viene prodotta dagli stessi apparati coinvolti nell’intervento. Gli agenti intervengono, identificano i presenti, redigono le annotazioni, raccolgono le prime informazioni, custodiscono o acquisiscono materiale, descrivono la dinamica. Non significa che quelle ricostruzioni siano necessariamente false. Significa però che una democrazia seria deve predisporre strumenti indipendenti capaci di verificarle.

Per questo abbiamo insistito per anni sui codici identificativi, sulle bodycam utilizzate con regole che impediscano la manipolazione selettiva delle registrazioni, sulla tracciabilità degli interventi, sull’indipendenza delle indagini quando sono coinvolti appartenenti alle forze dell’ordine e sulla necessità di rompere qualsiasi forma di solidarietà corporativa. Non sono strumenti contro la polizia. Sono strumenti contro l’impunità, che è cosa completamente diversa.

Il caso Ramy mostra quanto sia pericoloso confondere le due cose. Se le accuse di falso, favoreggiamento e frode processuale saranno confermate, non avremo semplicemente alcuni militari che avrebbero commesso reati dopo un incidente. Avremo appartenenti allo stesso apparato coinvolto nell’inseguimento accusati di avere interferito con la possibilità dello Stato di ricostruire correttamente ciò che quello stesso apparato aveva fatto. È questo cortocircuito a rendere politicamente centrale il tema del controllo.

 

Dalla «mela marcia» al problema dell’apparato

 

Ogni volta che emergono fatti di questo tipo ritorna la metafora rassicurante della mela marcia. È una formula utile perché permette di salvare l’istituzione isolando la responsabilità individuale: se qualcuno ha sbagliato, verrà punito, mentre il corpo rimane sano. Il problema è che questa spiegazione diventa sempre meno credibile quando le vicende riguardano non soltanto la condotta originaria ma ciò che accade intorno ad essa e dopo di essa.

Lo abbiamo visto nella vicenda di Stefano Cucchi, dove alla violenza seguirono anni di versioni false, omissioni e depistaggi e dove si è celebrato uno specifico processo proprio sulle attività di depistaggio. Lo abbiamo incontrato in altri casi nei quali la verità è emersa non grazie alla versione immediatamente fornita dagli apparati, ma nonostante quella versione, attraverso familiari, avvocati, giornalisti, immagini, testimonianze e magistrati che hanno continuato a scavare.

Il punto non è costruire un’equivalenza automatica tra vicende differenti. Sarebbe storicamente e giudiziariamente sbagliato. Il punto è riconoscere un problema istituzionale ricorrente: quando la tutela dell’immagine del corpo prevale sull’accertamento dei fatti, la solidarietà interna può trasformarsi da legittimo spirito di appartenenza in ostacolo alla responsabilità.

La vera difesa di un’istituzione democratica dovrebbe funzionare esattamente al contrario. Se un carabiniere commette un reato, l’Arma dovrebbe avere più interesse di chiunque altro ad accertarlo. Se una relazione di servizio contiene falsità, dovrebbe essere l’istituzione per prima a pretendere che vengano individuate. Se un appartenente alle forze dell’ordine tenta di eliminare una prova, la gravità dovrebbe essere considerata maggiore, non minore, proprio perché quell’uomo esercita un potere pubblico.

Un’istituzione non viene delegittimata quando vengono accertate le responsabilità di chi ne fa parte. Viene delegittimata quando quelle responsabilità vengono occultate, minimizzate o rese più difficili da accertare.

 

La politica dello scudo

 

È qui che il caso Ramy incontra il problema politico più generale sul quale abbiamo insistito in questi anni. Mentre emergono vicende che mostrano quanto siano necessari controlli più forti sulle forze dell’ordine, la risposta della politica italiana procede nella direzione opposta: aumentare poteri, protezioni e discrezionalità degli apparati e rappresentare ogni richiesta di accountability come un attacco alle divise.

Lo scudo penale è l’espressione più evidente di questa cultura. Non importa soltanto la sua formulazione tecnica. Conta il messaggio politico che lo accompagna: l’operatore di polizia sarebbe diventato il soggetto debole da proteggere dall’azione giudiziaria, mentre il problema degli abusi, delle identificazioni, delle violenze durante le manifestazioni, delle morti durante fermi e inseguimenti viene sistematicamente ridimensionato.

Nello stesso tempo continuano a mancare codici identificativi individuali, un’autorità realmente indipendente capace di investigare sugli abusi delle forze dell’ordine e un sistema pubblico trasparente che permetta di conoscere procedimenti disciplinari e violazioni commesse dagli operatori. È una contraddizione soltanto apparente: si rafforza la capacità coercitiva dello Stato mentre si mantiene debole la capacità dei cittadini di controllarla.

Questo spostamento non nasce con il governo Meloni, ma con l’attuale governo ha subito un’accelerazione e soprattutto una legittimazione ideologica esplicita. Il messaggio del «sempre dalla parte delle forze dell’ordine» non è una manifestazione di solidarietà umana verso lavoratori che svolgono una funzione difficile e spesso pericolosa. È un principio politico di irresponsabilità preventiva, perché stabilisce da quale parte bisogna stare ancora prima di sapere che cosa sia accaduto.

Nel caso Ramy questa impostazione mostra tutta la sua pericolosità. Se avessimo dovuto semplicemente «fidarci», avremmo dovuto accettare la prima versione. Se le immagini non fossero esistite o non fossero emerse, alcuni elementi oggi centrali nell’inchiesta sarebbero rimasti invisibili. Se testimoni, familiari, avvocati e giornalisti avessero considerato irrispettoso mettere in dubbio la ricostruzione istituzionale, probabilmente non saremmo arrivati al punto in cui siamo oggi.

 

Il privilegio di essere creduti

 

Esiste infatti un privilegio meno visibile dello scudo penale e forse ancora più importante: il privilegio di essere creduti. Chi indossa una divisa parte normalmente da una posizione di maggiore credibilità istituzionale rispetto alla persona fermata, inseguita, arrestata o denunciata. Non è difficile comprenderne le ragioni, ma proprio questa asimmetria rende necessarie garanzie ulteriori.

Pensiamo a cosa accade quando dall’altra parte c’è un giovane delle periferie, un migrante, una persona con precedenti, un tossicodipendente, un manifestante. Prima ancora dell’accertamento dei fatti, il conflitto tra le versioni è già socialmente sbilanciato. Da una parte c’è l’autorità pubblica, dall’altra qualcuno la cui credibilità può essere demolita attraverso la biografia, la provenienza, il quartiere, la condizione sociale o il comportamento tenuto pochi minuti prima.

Ramy e Fares sono stati immediatamente collocati dentro questa gerarchia della credibilità. La fuga è diventata la chiave attraverso la quale interpretare tutto ciò che veniva dopo. In questo modo il comportamento dei carabinieri rischiava di diventare secondario: se non fossero fuggiti, Ramy sarebbe vivo. È una proposizione probabilmente vera sul piano controfattuale e completamente inutile sul piano della responsabilità pubblica. Anche una persona che non avesse attraversato una determinata strada non sarebbe stata investita; questo non elimina la necessità di stabilire come guidava chi l’ha investita.

La domanda democratica non è dunque se Fares avrebbe dovuto fermarsi. Certamente avrebbe dovuto farlo. La domanda è se lo Stato, di fronte a chi non si ferma, abbia rispettato i limiti che esso stesso impone all’esercizio della propria forza.

 

Le immagini hanno rotto il monopolio del racconto

 

Il caso Ramy racconta anche qualcosa di più generale sulla trasformazione del rapporto tra cittadini e apparati coercitivi. Per decenni la ricostruzione di ciò che accadeva durante un fermo, dentro una caserma o nel corso di un intervento dipendeva in larga misura dalle relazioni degli operatori. Oggi telecamere urbane, smartphone, dashcam e registrazioni hanno spezzato almeno in parte questo monopolio narrativo.

Non è un caso che tanti procedimenti sulle violenze delle forze dell’ordine abbiano trovato una svolta attraverso un’immagine. Il video non è automaticamente la verità: può essere incompleto, avere angoli ciechi, richiedere interpretazione tecnica. Ma introduce un elemento esterno alla narrazione dell’apparato e permette di confrontare ciò che è stato scritto con ciò che materialmente appare nelle immagini.

Nel caso Ramy questa funzione è stata decisiva. La nuova ricostruzione di Index può esistere proprio perché sono disponibili molteplici registrazioni che consentono di modellizzare traiettorie, distanze e movimenti. La discussione non riguarda più soltanto la parola di Fares contro quella dei carabinieri. Riguarda la compatibilità delle diverse versioni con una massa di dati materiali che può essere sottoposta a verifica tecnica.

Ed è proprio per questo che qualsiasi tentativo di impedire a un cittadino di filmare un intervento, di cancellare immagini o di ostacolarne la conservazione deve essere considerato con estrema gravità. In una relazione di potere già strutturalmente asimmetrica, una telecamera indipendente può essere l’unico elemento capace di riequilibrare la possibilità di dimostrare ciò che è realmente accaduto.

 

La polizia non può essere un atto di fede

Arriviamo così al punto politico fondamentale. Non siamo obbligati a fidarci della polizia perché non siamo obbligati a fidarci di nessun potere. Non ci fidiamo dei governi: li sottoponiamo al Parlamento, alla magistratura, alla stampa e al voto. Non ci fidiamo dei giudici come persone: esistono impugnazioni, motivazioni, gradi di giudizio e garanzie processuali. Non ci fidiamo delle amministrazioni: pretendiamo atti, accesso ai documenti, controlli e responsabilità. Non si comprende perché proprio l’istituzione alla quale consegniamo armi, coercizione e uso legittimo della forza dovrebbe costituire l’eccezione.

Questa non è una posizione antipolizia. È la premessa minima di una concezione democratica della polizia. L’alternativa è trasformare l’uniforme in una fonte autonoma di verità e il dubbio in una forma di slealtà verso lo Stato.

La questione diventa ancora più seria nel momento storico che stiamo attraversando. Da anni la politica trasferisce agli apparati di sicurezza conflitti che non vuole più affrontare attraverso strumenti sociali. La povertà diventa degrado, il disagio psichico diventa ordine pubblico, la marginalità urbana diventa emergenza sicurezza, la protesta diventa turbativa, lo sciopero diventa blocco della circolazione, la migrazione diventa questione di polizia. Contemporaneamente aumentano i poteri coercitivi e diminuisce la disponibilità ad accettarne il controllo.

È qui che il caso Ramy smette definitivamente di essere soltanto il caso Ramy. La domanda non riguarda più unicamente la responsabilità di Antonio Lenoci, di Fares Bouzidi o degli altri militari imputati. Quelle sono responsabilità individuali che saranno stabilite dai giudici. La questione politica riguarda il modello di Stato che stiamo costruendo e il rapporto che vogliamo stabilire tra cittadini e apparati armati.

Una democrazia non chiede ai cittadini di credere alle proprie forze dell’ordine. Fa qualcosa di molto più serio: costruisce istituzioni nelle quali non sia necessario credergli sulla parola, perché ogni uso della forza è documentabile, verificabile e sottoposto a un controllo realmente indipendente.

Il caso Ramy dimostra quanto siamo lontani da questo modello. Una prima versione viene progressivamente contraddetta dalle immagini; emergono contestazioni relative a omissioni e falsità; alcuni militari vengono accusati di avere interferito con prove e testimonianze; una nuova analisi tridimensionale propone una dinamica ancora più grave e un avvocato sostiene che quelle traiettorie dimostrino la volontarietà della manovra. Sarà il processo a stabilire quali di queste accuse reggeranno e quali responsabilità penali potranno essere attribuite a ciascuno.

Ma proprio il fatto che siamo arrivati fin qui dovrebbe demolire una volta per tutte la pretesa dell’atto di fede. Se avessimo applicato il principio politico del «fidarsi delle forze dell’ordine», molte delle domande che oggi sono entrate in un’aula giudiziaria non sarebbero neppure state formulate.

La democrazia comincia invece da quelle domande. E quando un ragazzo muore durante un inseguimento dello Stato, quando la versione di chi esercitava la forza entra in conflitto con le immagini e quando altri appartenenti allo stesso apparato vengono accusati di avere alterato o ostacolato la ricostruzione dei fatti, pretendere risposte non significa essere contro lo Stato. Significa impedire che lo Stato possa essere giudice della propria forza.

Perché l’unica polizia compatibile con una democrazia non è quella di cui siamo obbligati a fidarci. È quella che può essere controllata anche quando non ci fidiamo.