NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

26 MARZO 2000

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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DAVIDE LIBERO











Genova, la polizia strappa lo striscione dei bambini

 

«Qui nessun* è stranier*»: due agenti in borghese rimuovono lo striscione della scuola primaria Daneo.

 

 

«Qui nessun* è stranier*». Una frase scritta su un grande striscione colorato all’ingresso di una scuola elementare è bastata perché due poliziotti in borghese decidessero di rimuoverlo. È accaduto venerdì 25 settembre alla scuola primaria Daneo, nel centro storico di Genova, mentre bambine e bambini stavano entrando in classe. Davanti a genitori, insegnanti e alunni, gli agenti si sono arrampicati sulla cancellata e hanno tolto lo striscione. I genitori parlano di uno strappo brusco, documentato anche dalle immagini; la Questura usa il termine «rimozione», ma conferma il punto essenziale: l’iniziativa è stata assunta dagli operatori intervenuti sul posto e sono stati avviati accertamenti interni per comprenderne le ragioni.

Non era lo striscione di un partito, di un collettivo politico o di un’organizzazione militante. Secondo Il Secolo XIX era stato realizzato nei giorni precedenti in classe insieme alle maestre, nell’ambito delle attività di una scuola che rivendica da anni la propria vocazione multiculturale; ANSA riferisce che era stato fatto dai bambini e appeso all’ingresso dai genitori. La frase accompagnava inoltre una giornata nella quale l’istituto si preparava ad accogliere la fiaccola della pace.

La scena si svolge poco dopo le 8.20. Secondo Francesca Pastore dell’associazione Daneo, i due uomini inizialmente non si sarebbero identificati e soltanto dopo le insistenti richieste dei presenti avrebbero mostrato il distintivo della Polizia di Stato. Una quarantina di persone, tra cui numerosi minori, assiste alla rimozione. Genitori e personale scolastico chiedono spiegazioni e davanti alla scuola nasce immediatamente una protesta. Una madre ha raccontato lo spaesamento dei bambini nel vedere due uomini armati togliere dal cancello ciò che avevano realizzato insieme.

La ricostruzione fornita successivamente dalla Questura chiarisce un elemento fondamentale. Intorno alle 8.30 era arrivata una segnalazione dalla sala operativa della Polizia locale relativa alla presenza di uno striscione all’ingresso dell’istituto. Nella zona si trovavano operatori della Polizia di Stato in abiti civili impegnati nell’ordinario controllo del territorio. Gli agenti sono intervenuti e hanno proceduto «d’iniziativa» alla rimozione. Quando è stato accertato che lo striscione era stato collocato dai genitori, è stato restituito. La Polizia locale ha spiegato a sua volta di avere ricevuto una segnalazione da alcuni residenti e di averla trasmessa alla Polizia di Stato secondo la prassi.

Rimane allora la domanda più semplice: quale ragione di ordine pubblico poteva giustificare la rimozione di uno striscione con scritto «Qui nessun* è stranier*» dall’ingresso di una scuola primaria? La stessa Questura, aprendo immediatamente accertamenti interni, mostra che l’intervento necessita di una spiegazione. Non risulta infatti che la rimozione sia stata ordinata dal questore o dalla dirigenza scolastica. La sindaca di Genova Silvia Salis, dopo aver chiesto chiarimenti, ha riferito che la decisione non era partita dalla Questura; successivamente lo striscione è stato restituito ed è tornato sul cancello.

È su questo episodio che è intervenuto Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista. «Come si permettono due poliziotti di strappare lo striscione di una scuola? Si tratta di un’azione gravissima degna di un gruppo neofascista», ha chiesto, definendo quanto accaduto un fatto gravissimo e chiedendo l’apertura di un procedimento disciplinare. Acerbo attribuisce l’episodio al clima prodotto dalle campagne politiche della destra sull’immigrazione e sostiene che il messaggio dello striscione abbia un valore educativo coerente con i principi costituzionali di uguaglianza e non discriminazione. È una valutazione politica del segretario di Rifondazione, mentre gli accertamenti sulle motivazioni concrete dell’intervento sono ancora in corso.

Ma sarebbe difficile separare completamente ciò che è accaduto alla Daneo dal contesto nel quale è avvenuto. Appena il giorno precedente, il 24 settembre, il Consiglio dei ministri aveva approvato il nuovo decreto sulla scuola che introduce un limite del 30% in alcune classi per gli studenti con cittadinanza non italiana. Nella primaria il limite riguarderà, a partire dall’anno scolastico 2027/28, gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; alle medie e alle superiori interesserà quelli che non abbiano frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale d’istruzione. Se il limite non potrà essere rispettato, gli uffici scolastici dovranno adottare misure per distribuire gli studenti tra istituti vicini, tenendo conto anche del domicilio e delle esigenze familiari.

Alla Daneo quella discussione nazionale assume un significato molto concreto. È una scuola del centro storico caratterizzata da una forte presenza multiculturale e che ha costruito sull’inclusione una parte della propria identità educativa. Lo striscione non esprimeva un generico messaggio estraneo alla vita dell’istituto: «Qui nessun* è stranier*» sintetizzava precisamente un’idea di scuola nella quale la provenienza dei bambini non stabilisce una gerarchia della loro appartenenza alla comunità scolastica.

Per questo la rimozione ha prodotto una reazione immediata. Una trentina di genitori è rimasta davanti all’istituto e, nel corso della mattinata, striscioni analoghi sono comparsi alla scuola Don Milani e al convitto Colombo in solidarietà con la Daneo. La sindaca Salis si è recata personalmente nella scuola e ha raccontato che alcuni bambini, colpiti da quanto accaduto, volevano scrivere alla presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica per spiegare la propria idea di una scuola aperta a tutti.

La vicenda possiede allora una dimensione che va oltre l’errore di valutazione di due operatori. Non perché sia possibile attribuire automaticamente quell’intervento a una direttiva politica – allo stato delle informazioni disponibili non lo è, e la Questura sostiene esattamente il contrario – ma perché mostra quanto persino una frase elementare sull’uguaglianza possa diventare oggetto di un intervento di polizia nel momento in cui immigrazione e scuola sono trasformate in terreno permanente di conflitto politico.

C’è inoltre un contrasto difficile da ignorare. Soltanto una settimana prima, davanti alla scuola elementare Giulio Cesare di Mestre, era comparso uno striscione attribuito al Veneto Fronte Skinheads contro l’integrazione, accompagnato nello stesso contesto cittadino da scritte «No Islam». L’episodio era stato denunciato dalla Cgil veneziana come una provocazione dell’estrema destra contro una comunità scolastica caratterizzata da una forte presenza di famiglie straniere.

A Genova, invece, l’intervento delle forze dell’ordine ha colpito per alcuni minuti il messaggio opposto: non l’esclusione ma l’inclusione, non l’individuazione dello straniero come problema ma l’affermazione che dentro una comunità scolastica nessun bambino debba essere considerato estraneo. L’accostamento tra i due episodi non significa sostenere che esista un’unica regia o una volontà istituzionale di equipararli. Mostra però il terreno politico sul quale oggi si disputa persino il significato della parola integrazione.

È anche per questo che non basta liquidare l’accaduto come una leggerezza. Gli agenti di polizia esercitano un potere pubblico e proprio per questo ogni loro intervento deve avere una base riconoscibile, essere proporzionato e poter essere sottoposto a controllo. Se, come afferma la stessa Questura, la decisione di rimuovere lo striscione è stata presa autonomamente sul posto, gli accertamenti dovranno chiarire sulla base di quale valutazione due operatori abbiano ritenuto necessario intervenire contro un messaggio antirazzista esposto davanti a una scuola.

Lo striscione, intanto, è tornato al suo posto. È forse l’immagine che racconta meglio l’intera giornata. Prima rimosso davanti agli occhi dei bambini, poi restituito dopo la protesta dei genitori e le richieste di chiarimento rivolte alla Questura. E intorno a quelle quattro parole – «Qui nessun* è stranier*» – si è aperta una questione assai più grande di un pezzo di stoffa appeso a un cancello: quale scuola si vuole costruire mentre la cittadinanza, la provenienza e persino la composizione delle classi tornano a essere utilizzate come confini attraverso cui definire chi appartiene e chi no.