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26 MARZO 2000

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DAVIDE LIBERO











Pisa, la rivolta rompe il silenzio del carcere

 

FONTE:osservatorio repressione

 

Dodici ore di protesta al Don Bosco dopo la scoperta di microspie nelle celle. Un reparto occupato, scontri con gli agenti e una diretta TikTok che porta fuori dalle mura sovraffollamento e degrado. Riscatto Pisa: il problema non è il cellulare, ma quello che ha mostrato.

 

Per quasi dodici ore il carcere Don Bosco di Pisa è diventato qualcosa che un carcere non dovrebbe mai diventare agli occhi dell’esterno: un luogo visibile. La sera del 30 settembre decine di detenuti si sono barricati nel secondo reparto giudiziario, assumendo il controllo di una parte dell’istituto. La protesta, iniziata intorno alle 19, è proseguita durante la notte ed è terminata nella prima mattinata del 1° ottobre, dopo una lunga trattativa. Polizia, Carabinieri e Polizia penitenziaria hanno circondato il carcere, sono arrivati rinforzi da altre città e diverse ambulanze sono entrate nella struttura. Le prime ricostruzioni hanno parlato di una quarantina di detenuti coinvolti, mentre altre fonti locali hanno indicato una partecipazione che avrebbe raggiunto circa sessanta persone.

La scintilla sarebbe stata il ritrovamento nelle celle di dispositivi elettronici nascosti, indicati dalle diverse fonti come microspie e microcamere utilizzate a fini investigativi. Durante una diretta su TikTok, alcuni detenuti hanno sostenuto che il giorno precedente sarebbero stati fatti uscire dalle celle per alcune ore con il pretesto di una prova di evacuazione e che, al loro ritorno, avrebbero successivamente scoperto i dispositivi. La presenza di apparecchiature è riportata anche dalle principali cronache della serata; le modalità della loro installazione restano invece parte della ricostruzione fornita dai detenuti e dovranno essere chiarite.

È da qui che la protesta si è allargata. I detenuti hanno chiesto di incontrare la direzione e il comandante della Polizia penitenziaria, collegando la contestazione delle forme di sorveglianza alle condizioni materiali nelle quali sono costretti a vivere. Nelle immagini diffuse dalla diretta sono comparsi agenti in tenuta antisommossa, barricate improvvisate e alcuni momenti della contrapposizione all’interno del reparto.

Le cronache confermano che vi sono stati scontri; l’utilizzo di lacrimogeni all’interno dell’istituto è stato riferito da Riscatto Pisa e indicato come probabile anche dalla stampa locale, ma al momento non risulta accompagnato da una ricostruzione ufficiale completa.

Fuori dal Don Bosco, intanto, si sono radunati familiari e amici delle persone recluse, rimasti per ore davanti all’ingresso nel tentativo di conoscere ciò che stava accadendo dentro. La rivolta ha così spezzato per una notte la separazione materiale e simbolica sulla quale il carcere normalmente si regge: da una parte ciò che accade dietro le mura, dall’altra una città che ne viene informata soltanto quando un suicidio, una protesta o un procedimento giudiziario rende impossibile continuare a ignorarlo.

 

 

Il Don Bosco era già al limite

 

Ridurre quanto accaduto alla scoperta delle microspie significherebbe però non comprenderne il contesto. La protesta è esplosa in un istituto le cui condizioni critiche erano conosciute da tempo. Le cronache locali riferiscono oltre 300 persone recluse e segnalano un ulteriore aggravamento dopo la chiusura di una sezione di Sollicciano e il trasferimento di detenuti da Firenze. Camera penale, volontariato e garante delle persone private della libertà avevano già denunciato sovraffollamento, scarsità delle docce e problemi igienici.

Non si tratta soltanto delle testimonianze raccolte dopo la rivolta. Nel rapporto di metà anno sulle carceri italiane Antigone aveva espressamente inserito Pisa tra gli istituti nei quali erano state riscontrate infestazioni di cimici da letto. Lo stesso rapporto fotografava un sistema penitenziario nazionale arrivato, al 28 luglio, a 64.741 detenuti per appena 46.343 posti effettivamente disponibili, con un tasso reale di affollamento del 139,7%. Nel 44% degli istituti visitati dall’associazione erano state trovate celle con meno di tre metri quadrati calpestabili per persona.

È dentro questo quadro che devono essere collocate le denunce provenienti dal Don Bosco. Riscatto Pisa parla di ambienti degradati, problemi igienici, scabbia e altre infezioni e raccoglie le testimonianze dei familiari su un progressivo peggioramento della vita nell’istituto. Non tutte queste circostanze dispongono al momento della stessa documentazione indipendente e vanno quindi mantenute sul terreno della denuncia. Ma sovraffollamento e infestazioni non sono emersi improvvisamente durante la rivolta: erano problemi già segnalati prima del 30 settembre.

La protesta diventa allora comprensibile soltanto se la scoperta dei dispositivi di sorveglianza viene considerata la scintilla e non l’intera spiegazione. In una situazione nella quale lo spazio personale è già ridotto dal sovraffollamento e la cella costituisce uno dei pochissimi luoghi nei quali una persona detenuta conserva una residua dimensione privata, la percezione di essere sottoposti a un controllo occulto anche lì assume inevitabilmente un peso enorme. Questo non permette di stabilire, senza conoscere i relativi provvedimenti giudiziari, se e a quali condizioni le intercettazioni fossero state autorizzate; rende però necessario chiarire natura, finalità e base giuridica dei dispositivi trovati.

 

Il telefono e quello che il telefono ha mostrato

 

La particolarità della notte pisana sta anche nel modo in cui la protesta è uscita dal carcere. Un detenuto ha utilizzato un telefono cellulare per trasmettere in diretta su TikTok ciò che stava accadendo. Una delle dirette ha raggiunto quasi 15 mila spettatori secondo le cronache locali, mentre immagini e spezzoni sono stati successivamente rilanciati su altre piattaforme.

È prevedibile che una parte della discussione si concentri proprio su questo: come è possibile che un detenuto disponesse di uno smartphone? È una domanda legittima, perché i telefoni sono vietati negli istituti e la loro presenza segnala un problema nel sistema dei controlli. Ma fermarsi lì significa evitare la domanda molto più scomoda sollevata da Riscatto Pisa: che cosa ha mostrato quel telefono?

Ha mostrato l’interno di un carcere durante una protesta, ha reso possibile ascoltare direttamente la voce dei detenuti, ha documentato la presenza degli agenti in assetto antisommossa e ha permesso ai familiari all’esterno di mantenere un contatto, per quanto anomalo e frammentario, con ciò che stava avvenendo oltre il muro. Per alcune ore il monopolio della narrazione non è appartenuto esclusivamente all’amministrazione penitenziaria, ai sindacati di polizia o alle cronache costruite attraverso le fonti istituzionali.

Riscatto Pisa raccoglie inoltre un’accusa ancora più delicata da parte dei familiari. Alla domanda su come entrino telefoni e altri oggetti proibiti in carcere, alcuni di loro sostengono che i canali sarebbero conosciuti e chiamano in causa possibili fenomeni corruttivi interni. Si tratta di accuse che, in assenza di elementi giudiziari specifici relativi al Don Bosco, non possono essere trasformate in fatti accertati. Proprio per questo richiederebbero verifiche serie, anziché essere utilizzate soltanto per spostare l’attenzione dalla protesta alla violazione del divieto di possedere un cellulare.

 

Sorvegliare invece di affrontare il degrado

 

La vicenda di Pisa mette in evidenza una contraddizione più generale. Mentre le condizioni materiali delle carceri continuano a deteriorarsi, aumenta la centralità attribuita agli strumenti di controllo. Il problema non è sostenere che ogni forma di sorveglianza all’interno di un istituto penitenziario sia illegittima: il carcere comporta necessariamente controlli e determinate attività investigative possono richiedere intercettazioni autorizzate dall’autorità giudiziaria. Il punto è il rapporto tra questa capacità di controllo e l’incapacità dello stesso sistema di garantire condizioni materiali dignitose.

Il Don Bosco arriva alla rivolta dopo mesi nei quali erano già stati denunciati sovraffollamento e infestazioni. Su scala nazionale, Antigone registrava a fine luglio quasi 140 detenuti ogni cento posti realmente disponibili e 6.539 reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza nel solo 2025 per trattamenti inumani o degradanti. Sono numeri che rendono difficile continuare a parlare di una sequenza di emergenze locali scollegate tra loro.

La questione diventa ancora più evidente se si considera la direzione assunta negli ultimi anni dalle politiche penali: nuovi reati, aumenti di pena, ampliamento degli strumenti di controllo e una risposta al sovraffollamento prevalentemente affidata all’edilizia penitenziaria. Nel maggio 2026 Antigone rilevava già che, nonostante il piano annunciato dal Governo, i posti realmente disponibili erano diminuiti di 537 unità dall’avvio del programma, mentre 73 istituti avevano raggiunto o superato il 150% di affollamento.

Il carcere finisce così per essere sottoposto a una pressione crescente: più persone entrano, meno spazio rimane, peggiorano le condizioni di lavoro degli operatori e quelle di vita dei detenuti, aumentano tensioni, autolesionismo e proteste. A quel punto la risposta rischia di essere un ulteriore irrigidimento della custodia, che interviene sugli effetti senza modificare le cause che li producono.

 

Una rivolta non nasce nel momento in cui esplode

 

Le rivolte carcerarie vengono quasi sempre raccontate a partire dall’istante nel quale cominciano le barricate, vengono danneggiati gli arredi o gli agenti indossano caschi e scudi. È comprensibile dal punto di vista della cronaca, ma insufficiente per capire ciò che accade. Una protesta come quella del Don Bosco non comincia necessariamente alle 19 del 30 settembre. Quello è il momento in cui diventa visibile.

Prima ci sono il sovraffollamento, la convivenza forzata in spazi ridotti, le carenze igieniche, la difficoltà di ottenere risposte, la distanza dalle famiglie, il tempo trascorso in condizioni che dipendono interamente dalle decisioni dell’amministrazione. La scoperta delle microspie, secondo la ricostruzione dei detenuti, ha agito su questo accumulo di tensioni. Comprendere questa dinamica non significa giustificare qualsiasi comportamento avvenuto durante la rivolta, ma rifiutare una spiegazione che inizi dalla barricata e cancelli tutto ciò che la precede.

Anche per questo le responsabilità relative agli scontri dovranno essere ricostruite senza trasformare l’eventuale procedimento penale in un modo per archiviare le ragioni della protesta. Occorrerà accertare cosa sia accaduto durante le dodici ore, verificare l’eventuale impiego di lacrimogeni negli spazi chiusi, chiarire la natura e l’autorizzazione dei dispositivi di sorveglianza e rendere pubbliche le condizioni effettive nelle quali vive la popolazione detenuta del Don Bosco.

La notte di Pisa arriva inoltre mentre la crisi penitenziaria italiana è nuovamente al centro della discussione costituzionale proprio per l’impossibilità di considerare la dignità delle persone recluse un elemento subordinato all’esecuzione della pena. La privazione della libertà stabilita da una sentenza non comprende il diritto dello Stato a imporre sovraffollamento, degrado igienico o condizioni incompatibili con la salute. La pena prevista dall’ordinamento è la detenzione; tutto ciò che deriva dall’incapacità delle istituzioni di garantirne un’esecuzione conforme ai limiti costituzionali non può diventare una pena aggiuntiva.

È quindi fuorviante trasformare la notte del Don Bosco soltanto nella storia di un telefono proibito e di una rivolta da reprimere. Il telefono dovrà essere oggetto degli accertamenti necessari, così come gli eventuali reati commessi durante la protesta. Ma rimane ciò che quel telefono ha permesso di vedere: un carcere sovraffollato, persone che denunciano condizioni degradate, un intero reparto che per ore si sottrae al controllo dell’amministrazione e centinaia di familiari fuori dalle mura in attesa di sapere cosa stia accadendo.

La domanda più importante non è dunque soltanto come uno smartphone sia entrato nel Don Bosco. È come si sia arrivati a una situazione nella quale una diretta TikTok durante una rivolta diventa uno dei pochi strumenti attraverso cui le condizioni di un carcere riescono a conquistare l’attenzione pubblica. Rispondere con altra sorveglianza e con un ulteriore irrigidimento della custodia significherebbe intervenire ancora una volta sull’esplosione finale senza affrontare ciò che l’ha preceduta. La notte di Pisa ha aperto per qualche ora una breccia nel muro del carcere: adesso il problema è non richiuderla senza guardare ciò che ha mostrato.