NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

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Ultras: dieci anni di repressione incontrollata

 

L'articolo che segue, è tratto dal giornale fan's magazine a firma di Marco Vecchione. Vengono analizzati gli ultimi 10 anni della nostra storia di ultras e semplici tifosi. Dieci anni di leggi, di repressioni, di decreti e di divieti... Perchè ogni tanto, rispolverare la mente non fà mai male!

 

Nel 2011 che verrà si potrebbe in effetti "festeggiare" un triste e particolare decimo anniversario per il movimento ultras: quello di una spietata offensiva­ repressiva, probabilmente senza eguali. Sia ben chiaro: di leggi al limite della costituzionalità e, in molti casi, anticostituzionali, non solo per un ultras o un tifoso ma anche per un semplice cittadino, ce ne sono state già abbastanza negli anni Novanta quando il fenomeno-tifo ha attraversato prima una fase di forte espansione, poi di stallo e di relativo calo. Ma mai prima di questo decennio si erano raggiunti livelli che definire assurdi è davvero poca cosa. Il tutto nonostante un certo grado di maturità raggiunto dallo stesso movimento che, in un certo senso, è riuscito a fare tesoro del passato. Contestualizzare cronologicamente la repressione degli ultimi anni non è nemmeno cosa tanto semplice: diversi e con varie sfaccettature, a volte anche con modifiche di non poco conto, i provvedimenti che si sono abbattuti sugli ultras. In materia di tifo cosiddetto "violento" è difficile dimenticare quella che rappresenta un po' la madre di tutte le leggi repressive la 377/01 (figlia a sua volta della 401189), una delle tante attraverso cui le autorità competenti (non fa più più di tanto) si sono proposte di combattere la violenza negli stadi, nonostante la storia insegni che l'unico risultato delle leggi speciali, fino ad ora, è stato solo l’allontanamento, volontario o forzato, della gente. Tipica risoluzione all'italiana: il non risolvere. Per quanto concerne gli incidenti legati al tifo, inoltre, si era già registrato un calo sensibile anche prima dell'estrema opera di criminalizzazione ultras. Forse questo è il vero dato sorprendente, in una società dove le violenze sono all'ordine del giorno, mentre in uno stadio, che altro non è che lo specchio dell'esterno, i dati sono in controtendenza da un bel po' di tempo a questa parte e certamente non per le nuove leggi che hanno solamente incrementato e spostato le tensioni. Ma per te stesse autorità competenti, le statistiche sono tali anche per arresti e denunce che di violento hanno ben poco: un fumogeno acceso, una sciarpa per coprirsi dal freddo, un'invasione per festeggiare un gol. Da sempre, però, il fenomeno ultras è stato affrontato con la repressione e mai come movimento di carattere sociale. Da sempre la parte interessata non ha mai invocato impunità ma soltanto quei minimi principi di giustizia e libertà che non possono essere negati. Ma al calcio moderno e ad uno Stato che parla della stessa libertà a proprio uso e consumo fa più comodo agire diversamente. Uno Stato che, passata l'emergenza terrorismo, da oltre 20 anni ha scoperto l'allarme-ultras con l'emissione nel tempo di una raffica di leggi speciali, nessuna delle quali ha risolto definitivamente il problema. Anzi in un arco di tempo di non poco conto, più repressione ha signi­ficato addirittura più incidenti. Tornando al "decennale", era stato già anticipato da provvedimenti che ap­parivano tutto un pro­gramma: dalla normativa contro gli striscioni violenti e razzisti, con decisioni de­cisamente discutibili ed ar­bitrarie, all'abolizione dei treni speciali che ha riversa­to solamente sulle autostrade migliaia di tifosi an­cora meno controllabili dal divieto, poi consolidato nel tempo, di vendita dei biglietti per il settore ospiti nel giorno della partita alla volontà di limitare le trasferte il più possibile. Si è quindi giunti alla 377/01, che ha ribadito una repres­sione ancora più rigorosa con la possibilità per un Questore ai disporre il di­vieto di acceso ai luoghi, in cui si svolgono manifestazioni sportive o posti correlati ancora più ampia: per uso di caschi protettivi, per esposizione di simboli razzisti, per lancio di materiale pericoloso come quello pirotecnico (successivamente anche il solo possesso è divenuto fuorilegge), per invasioni di campo. Per la diffida stessa (che dovrebbe essere riservata in via esclusiva ad un giudi­ce e non ad un questore, come sostengono molti le­gali, per garanzie di terzietà), inoltre, si è avuto un prolungamento da uno a tre anni (spesso e volentieri sproporzionati al caso spe­cifico) con limitazioni estre­me alla propria libertà qua­li, ad esempio, obblighi di firma ripetuti e con lo stes­so Daspo che continua ad essere uno strumento incontrollato che prima puni­sce e poi accerta le vere responsabilità (le assoluzioni dopo aver scontato una dif­fida non si contano). Per non parlare dell'arresto successivamente alla fla­granza di reato, come per i peggiori criminali. Aspetto divenuto ancora più incisivo tra il 2003 ed il 2005 con il via libera al nuovo decreto (poi divenu­to legge) sulla violenza ne­gli stadi dell'allora ministro dell'Interno Pisanu, che ha reso possibile il fermo degli ultras nelle 36 ore successi­ve ai fatti di violenza anche sulla base di filmati tv o fo­tografie, più poteri ai Prefetti e stadi sempre più chiusi. Tre le novità di quell'an­no la possibilità per il Pre­fetto di annullare o sposta­re le manifestazioni sporti­ve, arresti per reati anche meno "importanti" rispet­to al passato, "ampliamen­to delle leggi pure a fatti commessi durante trasporti e movimenti collegati alle gare, un giudizio per diret­tissima ancora più veloce. Ciò nonostante, diverse sentenze hanno più volte messo in evidenza le incon­gruenze di molti dei prov­vedimenti adottati. Una se­rie di leggi, dunque, che ha portato gli stessi ultras a compattarsi anche attraver­so manifestazioni unitarie, tipo quelle del 2004, dove è stato ribadito "senza pre­tendere nessun tipo di im­munità", come più volte esplicitato; il diritto "di non dover sottostare a leggi evidentemente incostitu­zionali, quali ad esempio l'arresto in flagranza diffe­rita, ed a tutti quei provve­dimenti, quali diffide indi­scriminate, che vengono comminati, sempre più spesso, preventiva mente e indipendentemente dalla reale responsabilità in reati da stadio". Tante altre le richieste da parte degli ultras, ma senza mai una risposta: tra queste l'introduzione di un codice identificativo sulle divise e sui caschi dei tutori dell'ordine, così come av­viene in molti altri paesi eu­ropei, per i tanti casi di abusi che oramai non rap­presentano più episodi iso­lati. Tra le altre novità princi­pali introdotte da Pisanu, più severità per il lancio di oggetti contundenti e le in­vasioni di campo. Una leg­ge che, inoltre, provò subi­to ad istituzionalizzare (con non pochi disagi) l'in­troduzione dei biglietti no­minativi con i posti numerati, altra schedatura dei ti­fosi, diede il via libera ad una più efficiente videosor­veglianza negli stadi che ha ridotto gli stessi ad un "Grande fratello" (mentre in tanti quartieri di città grandi e piccole di sicurez­za nemmeno a parlarne) Anno davvero cruciale per la lotta al movimento ultras è stato sicuramente il 2007 contrassegnato dalla morte dell'ispettore Filippo Raciti e dall'omicidio dell'ultras laziale Gabriele Sandri. Un vero e proprio punto di non ritorno. Vi è stato un ulteriore giro di vite nei confronti del tifo organiz­zato, un affondo vero e proprio. Durissime le dispo­sizioni dell'allora ministro Amato (legge 41/2007) così come quelle seguite alla morte di Sandri: arresto in differita fino a 48 ore, sen­za pubblico gli stadi non a norma, più responsabilizza­zione da parte delle socie­tà, steward all'interno de­gli impianti che agiscono di concerto con le forze del­l'ordine, ribadito il Daspo anche ai minorenni, divieto della vendita in blocco per i biglietti, l'inasprimento re­lativo a lesioni per i pubbli­ci ufficiali (solo per i tifo­si... ), divieto di introdurre striscioni di qualsiasi tipo e dimensione e materiale co­reografico, senza autoriz­zazione, così come divieto per bandiere, aste, tambu­ri, megafoni e microfoni. Sono state inasprite, inol­tre, le pene per tutti i reati da stadio, comprese quelle per l'utilizzo di fumogeni e petardi (con possibilità di arresto per gli utilizzatori); diffida che può essere an­che preventiva, e molte al­tre norme di pura natura repressiva, altro che pre­ventiva. Per non parlare dell'in­troduzione dei tornelli (so­luzione davvero sconnessa agli avvenimenti di quel periodo e, secondo tanti, di pura natura economico­commerciale) e di biglietti sempre più cari ed istituzio­nalizzati. Ad un clima che già così composto aveva contribui­to ad allontanare migliaia di spettatori dagli stadi, si sono aggiunti altri provve­dimenti davvero assurdi sotto molti punti di vista e che, nello specifico, testi­moniano anche una evi­dente poca competenza da parte di chi in un impianto di gioco, probabilmente, non vi ha mai messo piede. I divieti per tante trasferte anche "innocue" (che la di­cono lunga su certe cono­scenze) hanno raggiunto col tempo livelli oramai inaccettabili, norme allo stesso tempo aggirabili con concreti rischi, in quei casi, di ordine pubblico che solo il grado di maturità di mol­ti gruppi hanno scongiura­to fino ad ora. Stadi sempre più chiusi, dunque, e deci­sioni assurde che poco o nulla hanno a che vedere con la tanto decantata vo­glia di sconfiggere la vio­lenza negli stadi. Di decisioni vergognose anche verso semplici tifosi in questi ultimi anni, ne so­no state assunte in quanti­tà industriale (ad esempio diffide per striscioni ironici) frutto di un clima di vera e propria intolleranza. Dal centrosinistra al cen­trodestra, senza esclusioni, tante leggi definite speciali (quando nei fatti di leggi già ne esistono abbastan­za) che hanno davvero ri­dotto al minimo la socializ­zazione e la stessa cultura da stadio, trattandola sempre come questione di ordi­ne pubblico ed affrontand­ola con la repressione e con il puro intento di ridur­re ad un comodo silenzio anti- gruppi ultras, la cui funzione aggregativa so­ciale è innegabile. Un modello all'italiana, dunque, fallimentare con oltre venti anni di insucces­si tra cui gli ultimi dieci praticamente inquietanti. Un modello bocciato anche dalla mancata assegnazio­ne dei Campionati Europei di calcio. Ed il tanto decantato modello inglese? Più volte smentito dai fatti e che per certi aspetti, lascia addirittura maggiore liberà ai tifosi ed un rispetto di sicuro superiore verso gli stessi a differenza di quanto avviene nel nostro Pae­se. Molte scelte su base fortemente economica e per nulla efficienti in Italia, "dunque, e l'attualità lo conferma. Il resto, infatti, è storia recente: è tessera del tifoso sponsorizzata da un paio di anni dal ministro Maroni (schedatura che ha fatto rabbrividire anche i piani alti della Uefa, Platini ne è la conferma, e ché ha de­terminato un vero e pro­prio caos in questo inizio di campionato), è un futuro sempre più difficile non so­lo per gli ultras ma anche per i semplici tifosi, a loro volta disgustati da queste decisioni e solidali con cer­te forme di protesta. I crolli registrati in queste settima­ne nella sottoscrizione di abbonamenti lo conferma­no. E davanti c'è solo la fine del calcio (quello vero) ma non degli ultras che grida­no ancora una volta libertà. Come dieci anni fa, co­me da sempre.