NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

LA GENESI DELLA REPRESSIONE

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Modello Inglese: il calcio nel paradiso (fiscale)

 

FONTE: BigBen.Corriere

 

Interessante articolo tratto dal sito bigben.corriere.it sulle sedi che alcune società inglesi hanno nei "paradisi fiscali". E' questo il modello di calcio che vogliono importare? Ma per piacere...

 

Di inglese è rimasto ben poco nella patria del calcio. E non soltanto perché 11 società su 20 della Premier League hanno proprietari o americani o arabi o russi o indiani che non lesinano capitali e investimenti in tempo di austerità.
Il problema serio è un altro e tutto sommato nuovo: da un po’ di mesi alcuni di questi magnati stanno spostando la sede legale dei loro club oltre Manica. E, guarda caso, questo trasloco prende rotte particolari, tipo Isole Cayman, tipo Gibilterra, tipo Isole Vergini Britanniche, tipo Svizzera.
Già, il paradiso del calcio (la Premier League e la divisione inferiore) cerca e trova rifugio nei “paradisi fiscali”. La ragione non ci vuole molto a scoprirla. Lì, nelle enclave dove le imposte sono un peccato mortale, si ottiene il magnifico “make up” dei bilanci: le perdite si trasformano in attivi, i debiti si impacchettano, le azioni i vendono senza il pesante orpello delle tasse.
E allora via alla grande fuga. Il Manchester United, glorioso gioiello della famiglia Glazer (americani), ha mollato l’Inghilterra e a luglio ha spostato la base
operativa (in termini legali) alle Isole Cayman. Tutto in fil di diritto anglosassone ma la magia, ha scoperto qualche giorno fa la rubrica “Lex” del Financial Times, ha portato un immediato beneficio perché d’incanto, da luglio a settembre, i conti trimestrali sono passati dal segno meno al segno più (utile di 20 milioni di sterline, grazie proprio al “tax credit”).
Non che, per i Reds, si siano cancellati i 310 milioni di debito (390 milioni di euro) accumulati in questi anni ma l’artificiale boccata d’ossigeno ne rafforza l’immagine e serve alla causa. Eccome, se serve. Se il budget dà segni di ripresa (vera o finta non importa) è più facile richiamare gli sponsor e per il Manchester United significa firmare, come avvenuto, un contratto settennale da 559 milioni di sterline (700 milioni di euro, un record), a partire dalla stagione 2014-2015, con il brand Chevrolet. Ossia General Motors.
Suggestivo. Dimostrazione di potenza planetaria. Ma sotto-sotto le fragilità (i debiti) restano. Il Manchester United fa notizia in quanto è il Manchester United. Ma la verità è che si è messo nella scia di altre società magari non tanto blasonate o vincenti. Ad esempio, lo scrigno del Reading, i “Royals della Premier League che sono nel portafoglio del russo Anton Zingarevich, è a Gibilterra. Quello del Leeds (nella B inglese) e del Southampton (Premier) è in Svizzera. Il Bolton, il Birmingham e il Blackburn, pur essendo in serie cadetta, ingrassano all’Isola di Man, alle Cayman e a Jersey. E chissà quante altre. Per le società fuori dalle competizioni europee il fairplay di Monsieur Platini non vale. Ma per le altre? Il rifugio nei “paradiso fiscale” è l’ultimo trucco del calcio di sua maestà.