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DAVIDE LIBERO











CAROPREZZI ED ESPERIMENTI SOCIALI, LA SOPPORTAZIONE NON È PIÙ VIRTÙ

 

FONTE:Sport People

 

C’è un limite oltre il quale la sopportazione cessa di essere una virtù (Socrate).

 

Ma quale è il limite oltre il quale l’essere umano smette davvero di sopportare quanto gli viene afflitto? 
Che gli Ultras italiani abbiano un limite di sopportazione assai elevato per i canoni della società moderna, è ormai un dato di fatto acquisito. Non si spiegherebbe altrimenti come mai, un movimento che si ritrova settimanalmente i bastoni fra le ruote, riesca egregiamente a rimanere in vita ed a pulsare di iniziative, nonostante tutto.

Non hanno scalfito questa resistenza gli orari assurdi di svolgimento delle partite, spalmate su più giorni. Se l’infrasettimanale di coppa Italia lo si inizia con la prima partita fissata alle ore 15.00, il risultato evidente è quello di ottenere stadi sempre più deserti. Ma di questo punto ne abbiamo già parlato più volte.

Non è bastata nemmeno la spettacolarizzazione degli scenari, con giochi di luce più simili ad un colossal americano che ad una cornice di pubblico che si reca allo stadio o nel palazzetto per vedere la propria squadra, non certo per gustarsi un dubbio spettacolo in salsa d’oltreoceano.

Nemmeno l’inno della serie A ha sfiorato i tifosi. Nonostante venga sparato dalle casse degli stadi proprio nel momento in cui ogni tifoso vuole (vorrebbe) far sentire la sua presenza alla propria squadra, il suo incitamento quando questa entra sul terreno di gioco. Tendono a coprire con una musica assordante i battimani di un bambino proprio quando vede i suoi beniamini uscire dal tunnel degli spogliatoi.

La fede dei tifosi non è stata scalfita nemmeno dalle schifose vicende legate al calcioscommesse, dove anziché punire in maniera esemplare gli indegni protagonisti, si è scelto in passato di adottare la prassi italiana di far passare tutto in cavalleria, se non talvolta quasi a premiare i cosiddetti “furbetti”.

E fino qui, gli Ultras di tutti gli sport, i semplici tifosi o comuni appassionati, ci hanno fatto l’abitudine, così come si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che era già al limite del sopportabile.
Ma cosa potrebbe esserci in serbo come estremo tentativo per bloccare un movimento che proprio non vuole sapere di vedersi ridurre a semplice clientela?

Ultima frontiera del tentativo di fidelizzazione riguarda il costo del biglietto, sempre più oneroso, indipendentemente dal settore d’acquisto.

Stadio Friuli, Udinese-Inter 35€
Juventus stadium, Juventus-Parma 43€
Stadio Olimpico, Roma-Juventus 60€
Sardegna Arena, Cagliari-Milan 50€
Stadio Via del Mare, Lecce-Inter 60 €

Questi sono solo alcuni esempi dei costi dei settori ospiti dell’ultimo periodo.
A questi vanno associati i costi delle curve di casa, di quelle che una volta erano ritenute le zone “popolari”, dove i costi dei biglietti erano favorevoli per chiunque e che ora sono ugualmente e sempre più onerosi.

In aggiunta, da segnalare anche la progressiva scomparsa del biglietto ridotto. Quel ticket che consentiva ad una famiglia di poter trascorrere un pomeriggio insieme allo stadio, senza per questo essere costretti a vendere un organo al mercato nero. Per quanto riguarda i settori ospiti, il biglietto ridotto è già da annoverare nella categoria dei lontani ricordi che solo i più attempati possono raccontare ai nipotini.

Peggiorare le cose è sempre più facile rispetto a migliorarle, richiede senza dubbio meno impegno. A conferma, l’ultima idea di quel genio malato che sovrintende una situazione già di sé molto malandata in termini di ordine pubblico: l’esperimento sociale applicato alle curve, i tifosi come cavie di una repressione in vitro poi applicata su vasta scala al resto della società civile.

Verso la fine degli anni ottanta, gli stadi italiani si sono muniti di settori interamente ed esclusivamente dedicati alla tifoseria ospite. Una situazione che prosegue immutata, in Italia come nel resto d’Europa, da più di trent’anni, limitando in questo modo i danni causati da una convivenza forzata o fortuita che non ha senso di esistere se si vogliono evitare conflittualità: ognuno nel proprio settore ad esporre i propri vessilli e tifare per la squadra d’appartenenza.

A qualcuno è venuta l’idea di sovvertire questo ordine naturale delle cose, bollando la fallimentare avventura, appunto, come “esperimento sociale” e vantandosi quasi per questo pericoloso se non provocatorio tentativo di controllo sociale.

Ma come è possibile che nessuno sia stato lambito dell’idea, nata probabilmente da una bottiglia di grappa vuota, che questa scelta potesse generare problemi di ordine pubblico e che avrebbero potuto avere conseguenze ben più gravi di quanto avvenuto?
Come è possibile che chi ha attuato questo piano e chi ha consentito di farlo, non abbia pagato per le sue incaute gesta? 
Come è possibile che ancora una volta a pagare siano stati gli stessi tifosi, prima con i problemi creati dentro lo stadio e, poi, con una pioggia di diffide firmate proprio da chi, i problemi, ha fatto in modo che si potessero creare?
Meglio non entrare nel dettaglio su come sia facile fuggire alle proprie responsabilità, celando la propria incompetenza dietro a paroloni come “esperimento sociale”. Meglio non alimentare la teoria del complotto, perché certa terminologia sottende un evidente tentativo di provocare, di istigare al disordine per poi punirlo e disfarsi così in un colpo di tifosi scomodi, pensanti, renitenti alla trasformazione in carne da marketing, facendo al contempo facile carriera su fenomeni senza meno marginali rispetto a quelli della delinquenza vera e propria.

Oltre a questo, rimangono i problemi dei divieti. Si passa dall’accendino vietato ai fumogeni, non dimenticando il divieto, ormai tristemente diffuso, di portare all’interno degli impianti qualsiasi tipo di bevanda. Non sarà per costringere i “clienti” a comprare la bottiglietta nei bar posizionati all’interno della struttura? A pensar male si fa peccato….
Ora anche i tamburi e gli strumenti del tifo tornano ad essere vietati, celando i blocchi dietro a motivi di pericolosità per l’ordine pubblico, anche se un semplice tamburo non può nemmeno lontanamente essere considerato alla stregua di un’arma bianca o artifici pirotecnici che, plausibilmente, potrebbero causare incendi.

Però non è così ovunque, in questo lungo stivale che è l’Italia. In alcuni stadi il suo ingresso è assolutamente vietato, non ci sono ragioni che tengano.
In altri, invece, è consentito ma solamente in una unità.
In altri ancora, dipende, non si capisce anche qui da che cosa, forse dall’umore di giornata dell’ispettore di turno. La settimana prima ne è stato consentito l’ingresso, ma la settimana dopo diventa assolutamente proibito. 
In effetti niente di meglio che vietare un tamburo e poi consentire ai tifosi di mischiarsi all’interno di uno stesso settore.

Da qualche anno il movimento italiano cerca di portare avanti iniziative comuni, seppur con le difficoltà che lavorare fra anime diametralmente opposte comporta.
Alla luce degli ultimi tentativi di affliggere continuamente la parte più bella all’interno della cornice di una partita, qualcosa si sta muovendo.
Recente la notizia di tifoserie che disertano a malincuore una trasferta della loro squadra, non più disposti ad accettare di essere considerati solamente dei polli da spennare. In quest’ultimo fine settimana, invece, è andata in scena la protesta comune che ha visto più tifoserie unite dietro lo stesso striscioni a condanna di questi balzani e fraudolenti “esperimenti sociali”, come nella fattispecie capitato agli “Hooligans Torino”, raggirati e diffidati in blocco.

Non è dunque una questione meramente economica, ma l’intento è quello di salvaguardare dei valori che si tramandano da anni, di tradizioni, se non vogliamo usare termini così alti, ma che in ogni caso devono essere non dico anteposti al Dio denaro, ma quantomeno rispettati.

È un grido di allarme che arriva dal basso e si protrae da tempo, ma pare inutilmente. Chi siede nella stanza dei bottoni, nei palazzi del calcio, dovrebbe avere un minimo di considerazione in più per chi ancora assiepa gli stadi e i palazzetti nonostante le strategia per “riportare le famiglie allo stadio” o il pubblico in senso lato, siano fallite miseramente o si siano dimostrate vacui motti dietro i quali celare politiche inverse a vantaggio dei grandi network televisivi e detrimento dei tifosi.
Raggiunto il punto di non ritorno, non si potrà fare marcia indietro: ve lo si sta chiedendo per l’ennesima volta e prima che sia l’ultima… abbiate davvero rispetto dei tifosi.

 

Luigi Cantini