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TERAMO SOLIDALE











STORIA DI TERAMO (1°CAPITOLO)

 

ORIGINE E PERIODO ROMANO

 

UN POPOLO CHE NON CONOSCE IL PROPRIO PASSATO NON HA FUTURO

 

ORIGINE DEL NOME TERAMO
Le origini di Teramo sono antichissime, con un primissimo insediamento risalente addirittura al I millennio a.c. Allo sviluppo dell’antico insediamento pare abbiano contribuito i Fenici e gli Etruschi che ne fecero un emporio commerciale, alla confluenza dei torrenti Albula (attuale Vezzola) e Batinus (Tordino) . Furono i Fenici a chiamarla Petrut che significa “Luogo isolato circondato dalle acque”, da questo primo nome derivo Pretut e quindi Pretutio. Gli abitanti erano i Pretuzi. Nel 290 a.c. ci fu l’occupazione militare romana delle legioni comandate dal Console Manlio Curio Dentato, alla citta’ venne dato il nome di Interamnia Urbs (citta’ tra i due fiumi), e fu detta Praetutium, per distinguerla da Interamna Nahars (Terni), Interamnia Lirinos (la scomparsa Teramo sul Liri) e Interamnia di Capitanata (l'attuale Termoli). In epoca medievale, da Praetutium derivo’ Aprutium che fece la sua comparsa in documenti del VI secolo e che per qualche tempo, fino al secolo XII circa, avrebbe designato sia la citta’, il Castrum aprutiense, che il territorio circostante per estendersi quindi all'intero Abruzzo. Il nome Interamnia si trasformo’ invece in Interamne, Teramne e Interamnium, Teramnium per giungere infine, all'inizio del II secolo d.C., alla forma Teramum. E’ quindi fondata ipotesi di numerosi storici che il nome della regione Abruzzo derivi proprio da Aprutium, anche per l'importanza che la contea omonima ebbe, attestata soprattutto nel Catalogus Baronum per l'estensione e il numero dei suffeudatari armati al servizio dei Conti de Aprutio durante il periodo normanno.

PERIODO ROMANO
Quando nel 289 a.c. il console romano Manio Curio Dentato conquisto’ i nostri territori, qui vivevano i Petruzi un popolo che aveva scelto nell’attuale Teramo la propria capitale ma la loro presenza era rintracciabile tra i territori che andavano tra il fiume Salinello e Vomano. L’origine del nome l’abbiamo vista nello scorso numero, allo sviluppo di tale centro contribuirono gli Etruschi e i Fenici che ne fecero un emporio commerciale. I romani riuscirono ad occupare l’antica Petrut in seguito alla Battaglia del Sennito, detta anche delle nazioni, nel 295 a.C., durante la terza guerra sannitica. Questa battaglia oppose l'esercito romano, che aveva come alleati i Piceni, ad un'alleanza avversa di popolazioni composta da: Etruschi, Sanniti, Galli, Senoni ed Umbri. Proprio l’alleanza tra i Romani e i Piceni, favori’ l’occupazione dei nostri territori, essendo i Piceni un popolo a noi confinante che viveva tra il fiume Foglia e il Tronto. Questa battaglia si concluse con una vittoria Romana che apri’ di fatto agli stessi il dominio dell’Italia Centrale. I Romani mutarono il nome in Interamnia Praetutiorum (citta’ tra i fiumi - dei pretuzi), e ne fecero un municipio. I municipi erano citta’ Romane che conservavano un certo grado di autonomia, mantenendo i propri magistrati e le loro istituzioni, ma erano prive dei diritti politici propri dei cittadini romani: si distinguevano percio’ dai federati, che conservavano la propria sovranita’, e dalle colonie. Fra il 91 e 88 a.c. ci fu la cosiddetta “Guerra Sociale” chiamata anche “Guerra Italica” o “Guerra dei Marsi” che vide Roma opposta a vari municipi fino ad allora alleati dei Romani stessi. Tutto nacque quando i vari municipi iniziarono a rivendicare diritti di cittadinanza, in particolare i ceti piu’ alti di Tali territori volevano partecipare alla gestione politica. Marco Dulio Trusio, console romano, si schiero’ per la causa italica avanzando proposte di legge a favore dell'estensione della cittadinanza, ma la proposta non piacque ne’ ai senatori ne’ ai cavalieri. Il piu’ accanito rivale di Druso fu il console Lucio Marcio Filippo, che dichiaro’ illegale la procedura seguita per le leggi di Druso, cosicche’ queste non vennero nemmeno votate. Nel novembre del 91 a.c. seguaci estremisti di Marcio Filippo mandarono un sicario ad assassinare Druso. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la guerra sociale. I Petruzi facevano parte del gruppo Marsico che si scontro’ contro la Repubblica Romana, che comprendeva tra gli altri: Marsi, Peligni, Vestini, Marrucini, Piceni, Frentani. L’altro gruppo che si oppose a Roma fu quello Sannita (Sanniti, Irpini, Lucani, Iapigi, Venusia, Pompeii). Nonostante la battaglia fu vinta dai Romani nell’88 a.c., quando gli ultimi a deporre le armi i Sanniti furono sterminati, i municipi ottennero quello che volevano perche’ i Romani gia’ nel 90 a.c. promulgarono la Lex Iulia, con la quale si concedeva la cittadinanza agli italici che non si erano ribellati e a quelli che avrebbero deposto le armi. Segui’ nell'89 a.C. la Lex Plautia Papiria che concedeva il diritto di cittadinanza romana a tutti gli italici a sud del Po, i quali avrebbero pero’ dovuto lasciare le armi entro 60 giorni. Il risultato fu di dividere i rivoltosi: gran parte deposero le armi, mentre altri continuarono a resistere. Tra questi i Petruzi che continuarono a combattere ma che dovettero arrendersi all’arrivo di Silla, per aver preso parte attiva a tale guerra e non aver deposto le armi il generale romano privo’ la citta’ del titolo di municipio.
In seguito alla guerra sociale, fu concessa la cittadinanza e l’Italia peninsulare divenne ager romanus. Il territorio venne riorganizzato col sistema dei municipia e nelle comunita’ italiche venne avviato un grande processo di urbanizzazione che si sviluppo’ lungo tutto il I secolo a.C., poiche’ l'esercizio dei diritti civici richiedeva specifiche strutture urbane (foro, tempio della triade capitolina, luogo di riunione per il senato locale). La nostra Interamnia Praetutiorum riaquisi’ il suo status di Municipio, per concessione di Giulio Cesare. Con il passaggio di Roma dal sistema governativo repubblicano a quello imperiale ci fu una suddivisione territoriale della penisola, e come capitale del Pretutium la nostra citta’ venne inserita nella V regio Picenum.

 

 

Tale territorio (guarda la cartina) corrispondeva al territorio delle attuali Marche (a sud del fiume Esino) e dell’attuale Abruzzo (tutta l'attuale provincia di Teramo e parte dell' attuale provincia di Pescara), compreso grosso modo tra il fiume Esino a Nord, l'Adriatico ad Est, l'Appennino a Ovest e il fiume Saline a Sud. Questo fu un periodo di particolare sviluppo per la nostra citta’, fino al I secolo d.c., in particolare sotto l’imperatore Adriano; ancora presenti ai giorni nostri le testimonianze di tale periodo sono l’Anfiteatro e il Teatro. Nonostante le devastazioni che la nostra citta’ ha subito nel corso dei secoli queste due strutture sono rimaste le uniche testimonianze di tale periodo. Allo stesso periodo e’ risalente la domus e il mosaico del Leone rinvenuto nel Palazzo Savini nel 1891.

 

 

TESTIMONIANZE

 

ANFITEATRO ROMANO
Dista solo pochi metri ad ovest dal teatro romano; la parte piu’ evidente della residua muratura perimetrale in laterizio dell'anfiteatro e’ visibile in via San Berardo e nell'area immediatamente a sinistra della Cattedrale.La pianta aveva la forma di un'ellisse con un perimetro di 208 metri, l'asse maggiore misurava 74 metri e l'asse minore 56 metri. Il piano antico e’ situato a 6 metri di profondita’ rispetto all'attuale livello stradale. Nel perimetro murario si individuano diversi accessi come quello ad arco sull'asse minore dell'ellisse e quello con tre archi affiancati lungo l'asse maggiore. Una serie di passaggi secondari conducevano direttamente alle gradinate per il pubblico, della cui struttura radiale non rimane traccia. Dal verbale della visita pastorale di mons. Giulio Ricci, vescovo e principe di Teramo, alla Cattedrale di Teramo in data 8 giugno 1583, si legge che il Vescovo (intuendo il valore del monumento sottostante) ordino’ di rimuovere la terra dal fianco del muro inumidito che emergeva negli orti nei pressi della Cattedrale. Nel corso di quella ricognizione furono esaminati e descritti: la curva ellittica del muro esterno, (tornato alla luce per quasi la quarta parte); l'ingresso originario, rappresentato da un muro radiale al fianco sinistro del Duomo, prolungato verso l'interno dell'Anfiteatro per circa 10 metri; un altro tratto di muro radiale riferibile alle strutture, interne all'edificio, di sostegno alle gradinate, con continuazione verso il centro dell'arena; l'altezza di metri dodici, della cortina muraria; tre archi laterizi, riferibili all'ingresso meridionale; i resti della praecintio esterna con paramento laterizio; vari diaframmi radiali in coordinazione con il muraglione ellittico del giro esterno dell'edificio; una sostruzione per le gradinate disposte tutt'intorno alla cavita’ del grande monumento; frammenti romani grezzi; una mano femminile destra di marmo greco che stringe qualcosa di indefinibile. Fino al 1926 i resti dell'anfiteatro furono confusi con quelli dell'adiacente teatro romano perche’ su entrambi erano state edificate varie costruzioni. Nel 1937 furono eseguiti scavi per meglio identificarne i resti che divennero ancor piu’ visibili e chiari nel loro impianto nord-sud con il successivo abbattimento degli edifici addossati lungo la muratura perimetrale del monumento. Si ipotizza che l'anfiteatro sia stato usato come fortezza perche’, nel sottosuolo della struttura, sono stati rinvenuti cunicoli che sembra avessero uno scopo di tipo militare (nel centro storico di Teramo sono presenti vari passaggi sotterranei che collegavano soprattutto le chiese tra loro, come e’ attestato dal cunicolo rinvenuto e reso visibile sotto il pavimento del Duomo di Teramo nel corso degli ultimi restauri, dal suo proseguimento sotto piazza Martiri della Liberta’ o da quello nei pressi della chiesa della Madonna delle Grazie). Nel medioevo l'anfiteatro, come pure il vicino teatro romano, e’ stato utilizzato come cava di materiale per la costruzione di vari edifici limitrofi, in particolare il Duomo edificato nel XII secolo sull'area occupata dalla parte nord-occidentale dell'anfiteatro stesso. Nella parete destra esterna del Duomo e in alcune parti interne, si possono osservare alcune pietre scolpite asportate dall'anfiteatro. Attualmente sopra l'anfiteatro e’ sito il grosso edificio dell'ex Seminario, la cui costruzione nel XVIII secolo causo’ l'irreparabile perdita delle strutture interne.

 

 

 

TEATRO ROMANO
Situato tra via Teatro Antico e via Luigi Paris, nelle vicinanze del Duomo e a pochi metri dall'Anfiteatro romano di Teramo. Il complesso architettonico trovo’ la sua ubicazione nella porzione del tessuto urbano occidentale dell'antica Interamnia. L'impianto cittadino dell'epoca era, probabilmente, diviso in due settori che si distinguevano tra la parte orientale corrispondente alla zona del municipio, e la parte occidentale dove giungeva il diverticolo d'ingresso della via Caecilia (era una via romana che staccandosi dalla Via Salaria al 35º miglio da Roma raggiungeva la costa adriatica, un ramo della stessa attraversava anche Interamnia Praetuttiorum) e dove furono costruiti gli edifici pubblici del teatro e dell'anfiteatro. Il sito si mostra nelle migliori condizioni di conservazione delle strutture di epoca romana coeve, sia esistenti nella citta’, sia se paragonato agli altri impianti presenti del territorio della Regio IV Samnium e della Regio V Picenum, sebbene, nel periodo medioevale, fu utilizzato come cava di materiale lapideo per la costruzione di edifici vicini, in particolare della cattedrale. L'epoca di costruzione del teatro teramano fu contemporanea a quella di altri edifici simili eretti in citta’ limitrofe come: Amiternum, Peltuinum, Hatria ed Asculum. Edificato in eta’ augustea, presentava nell'alzato del palcoscenico ricche decorazioni realizzate nel 3O a.C., disposte in nicchie alternate di forma rettangolare e semicircolare. Le significative parti del frontescena furono rinvenute nel I9I8 grazie agli scavi voluti dallo storico ed archeologo Francesco Savini. Nel I934 il podestà Giovanni Lucangeli avvio’ la demolizione degli edifici sorti su parte del Teatro romano, il cui isolamento e recupero era stato progettato dagli ingegneri Sigismondo Montani e Andrea Cardellini. Nel corso dei lavori si arrivo’ a distinguere il Teatro romano dal limitrofo Anfiteatro. Il ministro dell'Educazione Nazionale (della Cultura) Giuseppe Bottai si reco’ a Teramo per un sopralluogo al Teatro e alle prime emergenze dell'Anfiteatro, prendendo la decisione di finanziare il recupero di entrambi i reperti romani. La demolizione fu interrotta a causa della guerra e i finanziamenti andarono perduti. In questo periodo, piu’ precisamente nel I942 fu rinvenuta una statua femminile acefala in marmo greco esposta oggi nel Museo Archeologico di Teramo. Fino ad oggi è stato possibile riportare alla luce solo il tratto orientale del palcoscenico in quanto la zona circostante e’ edificata. L’eventuale demolizione di Palazzo Adamoli, sito sopra all'area del teatro, porterebbero alla luce un'ulteriore porzione del monumento. I resti del complesso architettonico si trovano fra i 2,5O -3 metri al di sotto dell'attuale livello stradale e mostrano che la struttura originale poteva ospitare circa tremila spettatori sulle gradinate di forma semicircolare, la cavea, del diametro di 78 metri. La struttura interna si articolava in 2O settori radiali a cuneo dei quali si intuiscono le forme. Il perimetro della facciata esterna era, probabilmente, costituito da due ordini sovrapposti di arcate, poggianti su pilastri in opera quadrata, disposte in successione. Ne rimangono visibili solo due del piano inferiore. Le volte che sorreggevano la cavea erano realizzate in opera cementizia. Rimangono anche quattordici gradini in travertino che facevano parte di una delle gradinate che, attraverso i vomitoria permettevano l'uscita degli spettatori.

 

 

 

 

 

DOMUS E MOSAICO DEL LEONE
La scoperta di questa domus romana risale al giugno del lontano 1891, durante i lavori di ristrutturazione di Palazzo Savini. Oltre al Mosaico del Leone furono rinvenute anche altre ricche decorazioni musive. La domus del Leone rientra nella tipologia abitativa cosiddetta greco-romana, che si sviluppa a partire dal II secolo a.C. e di cui si hanno a Pompei numerosissimi esempi. Alla normale disposizione su uno stesso asse di vestibolo - atrio - tablino e’ aggiunto il peristilio (il giardino porticato), la cui presenza qui e’ dimostrata dal ritrovamento di numerosi frammenti marmorei di statue e di altri elementi architettonici e decorativi nell'area adiacente la sala del tablino. Alla casa si accede tramite un ingresso, di cui resta la soglia pavimentata in cocciopesto (e’ un materiale edilizio utilizzato come rivestimento impermeabile per pavimenti sia interni che esterni, ma anche per il rivestimento di pareti) che immetteva direttamente nell'atrio. L'atrio aveva una copertura sostenuta da quattro colonne angolari (tetrastilo). Dall'atrio si arriva al tablino attraversando una grande apertura larga 2,50 m, si ipotizza che questo passaggio venisse chiuso con una tenda per impedire la visione interna del tablino stesso; tale tenda era appesa ad un'asta orizzontale sostenuta da piccoli pilastri, dei quali rimangono i piedritti. La soglia dell'ingresso e’ in mosaico, con il motivo del meandro prospettico a svastiche e quadrati nei colori rossiccio, bianco, nero, ocra, verdastro (motivo tipicamente ellenistico).
Al centro del tablino vi e’ l'emblema rappresentante un leone in lotta con un serpente su uno sfondo naturalistico, contornato da una treccia a due capi, intorno al riquadro del leone girano ricche ghirlande, tenute ai quattro lati da maschere teatrali, e, piu’ all'esterno, un motivo a treccia a calice.

 

AGGIORNAMENTO TRATTO DA "NON C'E' FEDE SENZA LOTTA", DALLA RUBRICA "UN POPOLO CHE NON CONOSCE IL PROPRIO PASSATO NON HA FUTURO"