NON C'E' FEDE SENZA LOTTA

NOI DA NOVE ANNI CONOSCIAMO LA VERITA'!

laboratoridirepressione

SPEZIALELIBERO

DAVIDE LIBERO











Carcere di Tolmezzo: usati idranti contro un detenuto

 

FONTE:il dubbio

 

Il comportamento degli operatori coinvolti e quello della direzione dell’istituto, è apparso grave, tanto da prefigurarsi come «trattamento inumano e degradante». La conferma da parte del Garante dei detenuti

 

Il Garante nazionale delle persone private della libertà conferma il presunto maltrattamento inumano e degradante, tramite l’utilizzo improprio degli idranti, nei confronti di un detenuto straniero al carcere di Tolmezzo.

È scritto nero su bianco nel rapporto appena reso pubblico dal Garante, il quale aggiunge altri dettagli rispetto a ciò che Il Dubbio pubblicò il 28 maggio scorso creando polemiche da parte della direttrice che aveva risposto con una lettera pubblicata dal giornale on line del ministero della Giustizia. Sul caso è stata aperta un’inchiesta e proprio in questi giorni la procura ne ha chiesto l’archiviazione, sulla quale dovrà esprimersi il giudice. Ricordiamo che per un’ora intera, alcuni agenti penitenziari avrebbero utilizzato degli idranti contro un detenuto straniero recluso in cella di isolamento, allagando tutta la stanza e poi sarebbe stato lasciato lì, nell’acqua, per tutta la notte. La delegazione, che ha effettuato la visita al carcere di Tolmezzo il 21 maggio scorso, era composta dall’intero Collegio del garante, Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi, e da un membro dell’Ufficio, Alessandro Albano. Ed è in quell’occasione che la delegazione ha potuto esaminare l’evento critico sviluppato nei giorni precedenti la visita. Nella sezione di isolamento, secondo alcune informazioni in possesso del Garante nazionale, due giorni prima della visita ( esattamente nella sera del 19 maggio) era avvenuto un prolungato uso di idranti nei confronti di una persona detenuta, chiusa nella sua piccola stanza d’isolamento.

«Tale impiego non era motivato da alcuna necessità di spegnere incendi in atto o incipienti e, quindi, del tutto al di fuori della previsione di norme e regolamento», si legge nel rapporto del Garante. Giunti nella sezione, i componenti della delegazione hanno notato che le quattro cassette degli idranti del reparto erano vuote. Alla richiesta di spiegazioni, gli operatori hanno dichiarato che erano stati tolti per effettuare una manutenzione ordinaria, di cui, peraltro, non veniva rinvenuta alcuna annotazione sui registri della sezione. Ma tale informazione è risultata essere falsa dal Garante che, sottolinea, «fornire false informazioni all’Autorità garante costituisce un comportamento sanzionabile».

La delegazione ha quindi fatto visita al detenuto che ha subito l’uso degli idranti nella sua cella. La stanza aveva il pavimento bagnato, così come ogni altra suppellettile; il materasso era appoggiato al muro e carico di acqua, ugualmente il cuscino. I suoi vestiti, le scarpe, i libri e tutti gli oggetti erano impregnati di acqua. L’uomo ha riferito che domenica 19 maggio, dopo aver chiesto a un agente di passare alla persona detenuta di un’altra cella una bottiglia contenente del caffè, da lui preparato, aveva reagito al rifiuto facendo rotolare la bottiglia in direzione di tale stanza per provvedere da solo a tale passaggio. Aveva poi iniziato una manifestazione di protesta sbattendo ripetutamente lo sportello della finestrina della porta blindata, fino ad allentarne le viti e a staccarlo, per poi continuare a sbatterlo contro il cancello. Verso le 20 erano arrivati alcuni poliziotti penitenziari con casco e scudi e con la manica dell’idrante antincendio srotolata. Con la bocchetta inserita nello spioncino della sua stanza avevano iniziato a lanciare getti di acqua all’interno verso ogni angolo. Egli ha riferito di aver tentato di ripararsi lungo una parete, ma inutilmente. L’operazione era stata ripetuta più volte ed era durata circa un’ora. Il livello dell’acqua aveva raggiunto diversi centimetri ed era stato lasciato in queste condizioni per tutta la notte, data la quasi impossibilità dell’acqua di fuoriuscire perché bloccata dalla coperta ormai zuppa posta dagli agenti a fermare il deflusso. La direttrice dell’Istituto, a specifica domanda sull’uso di idranti nella sezione di isolamento, aveva confermato l’episodio, precisando di non aver ancora avuto il tempo di verificare tutte le circostanze che avevano connotato l’episodio e riportando presuntivamente tale improprio impiego a necessità di natura preventiva. Lo stupore per l’impiego di uno strumento – il getto d’acqua prolungato, intenzionale e direzionato, non motivato da esigenze di carattere estintive di principio d’incendio e utilizzato a fini contenitivi – ha indotto la delegazione ad approfondire le circostanze dell’evento, chiedendo alla direttrice di visionare insieme i video delle telecamere di sicurezza della sezione. Superate alcune resistenze, la delegazione li ha visionati, verificando la veridicità di quanto precedentemente riferito dai detenuti. Ma non solo, a questo si aggiunge un particolare grave: in precedenza il detenuto straniero era stato oggetto di comportamenti contrari al rispetto della religione da parte di un agente, con l’inserimento all’interno di un libro arabo, scambiato per il Corano, di alcune fette di mortadella. Il complessivo comportamento degli operatori penitenziari coinvolti nell’episodio, nonché quello delle Autorità preposte alla gestione e alla direzione dell’Istituto, formalmente responsabili della detenzione, sono apparsi al Garante nazionale particolarmente gravi, tanto da prefigurarsi come «trattamento inumano e degradante» .

 

Antigone (Gonnella): a San Gimignano, ma anche a Monza, si accerti subito verità.

 

“Nei casi di tortura l’accertamento della verità è una corsa contro il tempo. Una corsa che deve essere facilitata dalle istituzioni. Una corsa che richiede la rottura del muro del silenzio da parte di tutti gli operatori che hanno visto gli abusi e le violenze. In questo caso siamo rinfrancati dalla prontezza del lavoro della magistratura e dalla collaborazione del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

In Italia finalmente i giudici dal 2017 hanno a disposizione una legge (seppur migliorabile) che proibisce e punisce la tortura. E’ stata questa una battaglia ventennale di Antigone. Siamo ai primi casi di applicazione di questa legge.

Nelle scorse settimane Antigone aveva presentato un esposto alla procura di Monza per fatti analoghi avvenuti nel carcere della città brianzola. Anche in quel caso abbiamo assistito a un immediato intervento delle istituzioni (garante nazionale delle persone private della libertà e provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria). Anche in quel caso decisive potrebbero essere le registrazioni delle telecamere nelle sezioni di isolamento.

Chiediamo, dunque, che a San Gimignano come a Monza si arrivi rapidamente alla definizione del processo nell’interesse della giustizia e della legalità.

 

Damiano Aliprandi