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Questione carceraria e repressione nell’Italia contemporanea

 

Intervista a Luigi Manconi

 

Luigi Manconi è un sociologo, politico ed esperto di tematiche penitenziarie e di protezione dei diritti civili e sociali. È stato Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Da marzo 2018 a marzo 2019 è stato coordinatore dell’Unar – Ufficio antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio.

È il fondatore e presidente dell’associazione “A buon diritto”, che da anni si occupa di promuovere il riconoscimento di quei diritti che, pur essendo previsti dal nostro ordinamento, non sono, nella realtà dei fatti, adeguatamente tutelati, adoperandosi sui diritti umani, sociali e civili, privazione della libertà, diritto di asilo, antirazzismo e antidiscriminazioni, tortura, sistema carcerario, abusi di polizia, contenzione psichiatrica, antiproibizionismo e libertà terapeutica.

Autore con Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta, del celebre libro “Abolire il carcere”, pubblicato nel 2015, che ha avuto il merito di diffondere riflessioni pragmatiche e riformiste, elidendo queste teorie dal velo categorico di utopia giuridica.

Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo durante il Festival di Internazionale a Ferrara.

 

 

Dagli anni settanta agli ottanta in Italia si verificò un cambiamento, in positivo, di quelle che erano (e sono) definite “istituzioni totali”. Oggi invece si assiste a una regressione rispetto al terreno guadagnato in quegli anni. Quali sono secondo lei le cause di questo peggioramento culturale-politico e come si può contrastare questa tendenza al controllo sociale, soprattutto nei confronti dei migranti?

Gli anni 70, in particolare, sono definiti “Anni di piombo”: una formula che detesto perché inchioda quel decennio a una categoria, una cosa profondamente ingiusta. Gli anni settanta sono stati certo gli anni del terrorismo di destra e di sinistra, ma anche anni fertilissimi di riforme, le più importanti conosciute da questo Paese. Furono anche anni di grandi movimenti collettivi che avevano gli obiettivi, talvolta raggiunti, di ottenere più ampi spazi di libertà e di autonomia individuale.

È utile sottolineare che poche settimane dopo il più grave atto di terrorismo “di sinistra” commesso in Italia – l’omicidio di Aldo Moro e della sua scorta- venne approvata la “Legge Basaglia” che aboliva i manicomi. Perché sto qui a sottolineare la quasi simultaneità dei due avvenimenti?

Oggi una simile vicenda sarebbe impossibile, dopo un allarme sociale causato da un fatto di terrorismo di tal stregua e una grande mobilitazione dell’opinione pubblica all’insegna della paura, tutti direbbero che è impossibile “liberare i matti” o anche fare una riforma profonda, dare al Paese maggiore libertà. Si direbbe invece che è necessario “chiudere”, “reprimere”, “controllare”, “esercitare forme di vigilanza”, con la conseguenza della limitazione e restrizione delle libertà individuali. Mettendo a confronto questi due momenti della vita nazionale vien fuori che il termine “regressione” è alquanto appropriato per indicare cosa è successo da allora a oggi. Nel 1978 era possibile ottenere una delle riforme di maggiore profondità e coraggio senza che un quadro politico, comunque dominato da partiti conservatori, lo impedisse[1]. Oggi tutto ciò è estremamente più difficile. Con pazienza bisogna continuare a perseguire questi obiettivi, sapendo che essi potranno essere raggiunti solo a patto che cresca il consenso intorno a essi. Non il consenso della classe politica, che risulterà sempre in ritardo o addirittura ostile a ciò che l’opinione pubblica chiede, ma affidandosi alla capacità delle persone, dal basso.

Partiamo da un fatto attuale e di cronaca: in questi giorni si sta svolgendo l’ulteriore processo riguardante la vicenda di Stefano Cucchi – possiamo domandarle in che stato è l’ambito giudiziario in Italia? È opportuno indicare questa vicenda come l’emblema dell’“inutilità” dell’istituzione-carcere, volta a supportare la tesi a favore dell’abolizionismo? Questa “utopia” è ancora valida, oggi?

Qualche tempo fa il pubblico ministero del processo Cucchi ha sostenuto che è stato decisivo un comunicato elaborato, sottoscritto e diffuso dai presidenti delle associazioni “Antigone” e “A Buon diritto”. Nel comunicato si ipotizzava la dinamica dei fatti, il PM sostiene che quel comunicato fu determinante, perché ha indotto a riflettere su come fosse falsata quella procedura allora avviata [il processo che aveva assolto i poliziotti penitenziari[2]]. Con questo intendo dire che, un piccolo fatto, ad esempio la decisione di esprimere la propria (in questo caso da parte dei presidenti di 2 associazioni) avvia un meccanismo segnalando che c’è speranza e che non è sempre vero che non si possa fare giustizia in Italia. È possibile averla, ci vuole una certa determinazione, vero, ed è ovviamente decisivo il coraggio. Nel caso Cucchi, quello dei familiari della vittima. In altri casi quello di altre madri, mogli o sorelle di persone morte a causa di interventi illegali delle forze di polizia. Oggi, dopo esattamente 10 anni dalla morte di Stefano Cucchi, si arriverà a sentenza e probabilmente ci sarà la condanna di coloro che hanno determinato la sua morte. Un’importante parabola su cui riflettere perché dice molte cose sull’Italia di oggi e su ciò che è possibile fare. Nel libro “Abolire il carcere” sosteniamo che il carcere sia inutile e dannoso. Il nostro non è un discorso profetico o utopico ma un’indicazione morale, giuridica e politica. È altamente possibile che il carcere non venga abolito ma è altrettanto possibile che si assumano provvedimenti, si prendano misure e si approvino leggi che vadano in quella direzione, cioè rendere il carcere meno necessario e trovare forme alternative ad esso. Dimostrare come la cella chiusa deve essere extrema ratio, cioè un provvedimento che si adopera quando tutti gli altri non hanno funzionato. Il carcere come forma di pena che riguarda un’irrisoria minoranza dei condannati. Non come adesso, dove invece è la forma di pena più diffusa e riguarda la maggioranza dei condannati.

Inserendo la questione carceri nel contesto più ampio di “sicurezza” (o sicuritarismo ndr.), pensa che il nuovo governo agirà in continuità o in discontinuità con il precedente?

Il governo attuale registra un conflitto vero e proprio tra chi vuole valorizzare la continuità e chi vuole valorizzare la discontinuità. Non sappiamo chi prevarrà in questo scontro, attualmente osserviamo la tensione fra le due opzioni ma non sono in grado di dire chi sia destinato a vincere

Note:

[1] La legge 180 che ha chiuso e abolito il manicomio ma anche la legge 194 per la tutela della maternità e l’autodeterminazione delle donne, che ha reso legale l’interruzione volontaria di gravidanza, sino alla legge 833 che ha istituito il Servizio sanitario nazionale pubblico e universale;

[2] Sentenza della Corte d’Appello di Roma del 2014, facente seguito alla sentenza della Corte d’Assise del 2013. A seguito di questi procedimenti si svilupparono altri due procedimenti in Cassazione e altri due in appello (per rinvio), sino all’attualità con l’Inchiesta bis e Processo Bis per omicidio preterintenzionale e l’inchiesta ter per depistaggio;

 

da Global Project