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DAVIDE LIBERO











REPORT, GIUDIZI DI VALORE CHE DIVENTANO ASSIOMI

 

FONTE: Sport People

 

Quale fosse l’intento dell’ultima puntata di Report a noi non è ancora chiaro; è evidente però che la redazione, in maniera approssimativa, almeno dal nostro punto di vista, abbia delineato nel corso di alcuni servizi (non ci riferiamo quindi solo al video mandato in onda l’11 novembre) un’immagine del mondo delle curve distante da ciò che realmente è.

Il filo conduttore che lega i 30 minuti è a tratti talmente invisibile da indurre lo spettatore a pensare che le curve siano un covo di latitanti che sfuggono alla legge e trovano riparo negli stadi, zona franca dove delinquere impunemente è la normalità. I giudizi di valore sono assiomi, non si indaga o approfondisce, l’unico sforzo fatto è raccontare e descrivere non ciò che potrebbe essere ma ciò che sicuramente è, senza provare nemmeno per un istante a fare esercizio di dubbio. Nel corso della puntata, inoltre, gli autori dell’inchiesta muovono accuse più o meno velate, senza però mai assumersene la responsabilità, lasciando allo spettatore l’ultima parola, che, per ovvie ragioni, avendo davanti una versione parziale e partigiana proverà a ricostruire il mosaico di diapositive, gettate in maniera disordinata: le conclusioni che trarrà saranno figlie della superficialità del servizio.

Partiamo dal primo assioma: le società di calcio sono ostaggio degli ultras. La redazione elenca prima tutte le condanne collezionate dagli esponenti di spicco del tifo laziale e su questa premessa costruisce la cronaca dei fatti, partendo dall’epopea Cragnotti fino ad arrivare all’era Lotito. La prima diapositiva: il direttivo degli Irriducibili, di cui Diabolik era il capo mentre Toffolo ne era il braccio destro, ha una struttura militaresca, dove anche il dress code deve essere curato, pena l’espulsione dalla curva.

Dopo la nota di colore si passa ai fatti: Diabolik, insieme ai suoi “scagnozzi”, durante gli anni di Cragnotti avrebbe messo in piedi una società che aveva il monopolio del merchandising della SS Lazio. Ci chiediamo però quale sarebbe il reato: “l’iniziativa economica privata è libera” così recita l’articolo 41 della nostra Carta Costituzionale. Diabolik e i suoi sodali avrebbero allora abusato del loro ruolo di capi popolo per aprire società e lucrare alle e sulle spalle dei tifosi? Non vediamo anche in questo caso quali potrebbero essere i capi d’imputazione, considerato che chiunque, in qualsiasi settore economico, “abusando” del proprio ruolo, avvia attività economiche con il chiaro intento di produrre profitto, magari sfruttando il “fattore immagine”. Nel mondo del calcio i primi furono Vieri e Maldini. Si è soliti investire parte dei propri proventi per lanciare sul mercato marchi di abbigliamento, che grazie ai testimonial dello stesso ambito sportivo producono fatturati importanti.

Avrebbero costretto il Presidente Cragnotti a cedere l’attività di vendita dei gadget ufficiali della SS Lazio ai loro negozi? Ma anche in questo caso, per di più con la SS Lazio quotata in borsa e quindi chiamata alla massima trasparenza, in assenza di ulteriori addebiti penali passati in giudicato, siamo davanti a nulla più che un accordo commerciale. La società non “cedeva il marchio”, ma si appoggiava “anche” ai punti vendita degli Irriducibili per vendere il proprio materiale, aumentando quindi la possibilità di incrementare il proprio fatturato.

Si “ironizza” successivamente su un volantino della Curva Nord che invitava il popolo laziale a vestirsi “adeguatamente”. Alla redazione sfugge che qualsiasi movimento giovanile, nello specifico le sottoculture, curano da sempre il proprio dress code, su tutti basterebbero solo due esempi: Mods e Skinheads, invitando la redazione anche a leggere studi condotti sul tema da importanti sociologi.

Secondo il giornalista di Report il Mister Enrich dal 2012, su “decreto” di Piscitelli e company, diventa la mascotte ufficiale della Lazio. Anche in questo caso ci preme specificare che in nessun gadget ufficiale della SS Lazio compare Mister Enrich, che invece è dal 1987, anno di nascita degli Irriducibili, simbolo esclusivo del gruppo laziale stesso.

A margine della vicenda, sommessamente, si ricorda però che anche Cragnotti è stato condannato per bancarotta fraudolenta, senza tra l’altro fare alcuna menzione della sua rapida scalata nel mondo della finanza. Ma come nel resto dell’opinione pubblica, da cui il giornalismo dovrebbe discostarsi per rigore etico, vige una sorta di doppia morale a seconda del fatto che si stia parlando di gente in berretto e sciarpa o di finanzieri in giacca e cravatta: a dirla tutta, il dress code sembra contare anche per loro.

Non vogliamo entrare nel merito delle condanne subite dal direttivo degli Irriducibili per le tentate estorsioni a Lotito: esistono sentenze definitive e la redazione ha dimostrato, ma solo in quella finestra del servizio, puntualità e precisione. Per la cronaca segnaliamo che il giornalista di Report concede spazio anche alla versione di Toffolo, svilendone comunque la portata classificandolo come un “semplice” criminale agli occhi del telespettatore. Aggiungiamo noi però un inciso, perché se è vero che scopo della puntata è anche moralizzare l’opinione pubblica ed evitare “abbracci incestuosi” tra dirigenti calcistici e frange violente del tifo organizzato, per completezza di informazione si sarebbe potuto menzionare il coinvolgimento di Lotito nello scandalo Calciopoli, le pesanti intercettazioni che lo riguardano, le sue continue pessime uscite su temi delicati come il razzismo, o magari si sarebbe potuto citare i fatti precedenti al suo ingresso nel mondo del calcio (nel 1992 venne coinvolto in un’inchiesta della magistratura sugli appalti della Regione Lazio e in seguito arrestato in compagnia di un funzionario della Regione che, secondo i magistrati, rivelava all’imprenditore i coefficienti di massimo ribasso necessari ad aggiudicarsi la gara da 27 miliardi di lire per le imprese di pulizie nel triennio 1992-1995. I magistrati ritenevano anche che fosse socio occulto delle imprese vincitrici per favorire le società vicine ai partiti). La visione dell’approfondimento, pare invece deludentemente appiattita su una visione senza sfumature, bianca o nera, dove gli ultras sono invariabilmente i cattivi e i dirigenti sempre e inflessibilmente onesti anche quando è evidente il contrario.

Passiamo al secondo assioma, le curve sono covi di fascisti: in quanto assioma anche questa volta non deve essere dimostrato, basta solo raccontarlo. Come? Al funerale del Diabolik presenziano Lucci, capo ultras del Milan con precedenti penali a suo carico, oltre a Castellini, componente di spicco dell’estrema destra veneta nonché ultras del Verona. Alla redazione sfugge però che è ormai rituale consolidato nel mondo del tifo organizzato presenziare ai funerali di personaggi di spicco dell’ambiente ultras. I presenti, Lucci e Castellini compresi, erano lì nelle vesti di tifosi delle loro rispettive squadre, non in qualità di delinquenti o fascisti, tutti insomma arrivati nella Capitale per “omaggiare” Piscitelli ultras della Lazio e non Diabolik noto criminale della piazza romana e camerata di lungo corso.

Potremmo puntare il dito su altri dettagli che nulla aggiungono al dibattito ma che oltre a non chiarire il fenomeno del tifo organizzato, portano l’osservatore esterno a maturare un’idea plagiata. Ci chiediamo che legame possa esserci tra il video registrato da Gaudenzi e l’adesivo Opposta Fazione che compare alle sue spalle, tra l’altro gruppo del tifo romanista che è ormai sparito dalle scene ultras da oltre 20 anni.

Ci chiediamo inoltre perché evidenziare il legame di parentela tra Alberto Pairetto, dirigente della Juventus, e Pierluigi Pairetto, quest’ultimo designatore degli arbitri. Sembrerebbe quasi che la redazione, sottolineandone il legame di parentela, volesse accusare la società torinese di aver pagato il “riscatto” per i tanti favori arbitrali ricevuti dagli arbitri. Come? Assumendo proprio Pairetto. Chiunque potrebbe aver maturato il dubbio, soprattutto quella parte d’Italia che non tifa Juventus, ma crediamo che deontologicamente le supposizioni, se non avvalorate dai fatti conclamati, non dovrebbero far parte di un servizio perché rischierebbero di essere declassate a pettegolezzo. Ci chiediamo che valore aggiunga un’informazione di questo genere al servizio che non ha come scopo affrontare la questione degli aiuti arbitrali. Avremmo allo stesso modo trovato inutile, solo per fare un esempio e mantenendo quindi la stessa linea narrativa di Report, evidenziare magari il legame che Sergio Cragnotti aveva maturato nella prima fase della sua ascesa finanziaria con Raul Gardini, quest’ultimo coinvolto nell’inchiesta “Mani pulite”.

Nei giorni seguenti la puntata di Report, segnaliamo i botta e risposta tra la Famiglia Piscitelli e la redazione del programma. Non vogliamo entrare nel merito della polemica ma ci interroghiamo sulla risposta rilasciata dal giornalista Ranucci:“rispetto per la famiglia di Piscitelli, come per tutti i familiari che hanno perso un figlio a causa della droga e di azioni violente che troppo spesso accompagnano le cronache degli stadi”. Anche in questo caso si insinua o si accusa senza alcun nesso causa-effetto e tirando a forza il movimento ultras dentro una storia che invece è una storia di criminalità propriamente detta. Ranucci nel caso specifico, ci ricorda quel politico che sosteneva che la causa della morte di Stefano Cucchi fosse stata la droga e non chi lo aveva picchiato a morte.

Proprio in merito al caso di Stefano Cucchi segnaliamo la condanna a 12 anni di reclusione per i poliziotti responsabili della sua morte. Proviamo noi questa volta a costruire l’impianto accusatorio, e lo facciamo partendo da un giudizio di valore: le forze dell’ordine sono cattive. Il giudizio di valore lo facciamo diventare assioma. Non ci esercitiamo a pesare percentualmente gli episodi di cronaca nera che coinvolgono carabinieri o poliziotti poco ligi al dovere. Iniziamo la nostra narrazione. Potremmo pubblicare alcuni post estrapolati da Facebook che indirettamente fanno supporre qualcosa, qualche tatuaggio compromettente o qualche manganellata dispensata generosamente qua e là. In seconda battuta potremmo dedicare i nostri sforzi raccontando soltanto storie di casi eclatanti come Cucchi o Aldrovandi, per rendere il servizio più appetibile potremmo magari scavare in qualche legame di parentela compromettente di alcuni degli imputati, cercare qualche procedimento disciplinare a carico dei rei, magari abbinato a qualche guaio minore con la giustizia e infine, in un simulato sfoggio di onestà intellettuale, lasciare allo spettatore la facoltà di trarre le debite conclusioni. Le supposizioni, velate, diventerebbero sospetti incontrovertibili, che agli occhi del pubblico sarebbero strumento per criticare l’arma dei carabinieri in toto non il singolo o i singoli colpevoli.

Insomma, pensiamo che raccontare la complessità dei fenomeni umani sia estremamente difficile, sia per chi lo fa come esercizio sia per chi lo fa come lavoro. Soffermarsi però alla superficie delle cose rende i giudizi estremamente inattendibili. Non abbiamo l’ambizione di insegnare nulla a nessuno, crediamo però che per fare informazione sia necessario farsi guidare anche dai giudizi di valore, che però non possono e non devono diventare una linea guida per condurre un’inchiesta che ha come obiettivo quello di descrivere i fatti umani, senza lasciare il campo in balia delle opinioni.

 

Michele D’Urso