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Italia condannata per i respingimenti illegittimi. Gli scenari che apre la sentenza

 

FONTE:Dinamopress

 

Colloquio con Salvatore Fachile, avvocato dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi). Insieme alla collega Cristina Cecchini, il legale ha curato il ricorso contro i respingimenti collettivi attuati dalla marina italiana nel 2009, nella causa promossa insieme ad Amnesty International

 

Fuggiti dal loro paese d’origine, l’Eritrea, il 27 giugno del 2009 si erano imbarcati dalle coste libiche con l’obiettivo di raggiungere l’Italia e vedere riconosciuto il proprio diritto alla protezione internazionale. Tre giorni e tre notti dopo, quando il gommone che li trasportava si trovava a poche miglia da Lampedusa, l’avaria del motore costrinse le 89 persone in balìa delle onde per ore, fino all’arrivo della nave Orione della Marina militare italiana che li soccorse e salvò.

Sin dalla mattina dell’1 luglio 2009 i naufraghi capironoo che il loro sogno di una vita migliore si stava infrangendo nelle acque del Mediterraneo. Perché la nave della Marina non stava andando in direzione dell’Italia, ma, al contrario, verso la Libia. Così, tra gli eritrei si diffusero rapidamente panico e agitazione, suscitando la reazione del personale militare italiano, soprattutto quando la nave fu affiancata da un’imbarcazione libica.

È in quel momento che comincia questa storia di violazione del diritto all’asilo e alla protezione internazionale che è stata certificata giuridicamente da una sentenza emessa da Monica Valletti, giudice del tribunale civile di Roma, lo scorso 14 novembre, esattamente dieci anni dopo.

I fatti

Le persone, tutte di origine eritrea, hanno raccontato di essere state trasportate a bordo dell’imbarcazione libica dove sono state ammanettate con fascette di plastica. Nonostante le loro proteste e la richiesta ai militari italiani di chiedere protezione internazionale. Al ritorno in Libia, paese in cui erano già state torturate e incarcerate, così come era già successo del resto nel loro paese di origine, sono state nuovamente detenute in «condizioni inumane e degradanti» fino a quando, come alcune di loro hanno raccontato, un anno dopo sono riuscite a fuggire dalle carceri libiche, provando di nuovo a raggiungere l’Europa. Il nuovo tentativo è stato via terra, attraverso l’Egitto, il deserto del Sinai e raggiungengo lo Stato di Israele.  Lì sono stati prima arrestati e poi rilasciati senza garanzie, nonostante la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato. Al momento i profughi si trovano ancora in Israele, continuamente esposti al pericolo di trattamenti inumani e degradanti e di essere rimpatriati nei loro paesi di origine. È il 25 giugno del 2014 quando nella loro sorte, però, si apre uno spiraglio: gli eritrei, rintracciati da Amnesty International, chiedono il risarcimento dei danni procurati loro dal governo italiano, con la successiva richiesta di porre in essere le azioni necessarie a consentire l’ingresso nel territorio europeo.

Il processo e i risarcimenti

Ne è nata così una lunga istruttoria davanti al tribunale civile di Roma, durante la quale le istituzioni coinvolte, governo italiano e ministeri dell’Interno e della Difesa, hanno sostenuto la legittimità della condotta, affermando che le autorità italiane si sarebbero limitate a rispettare quanto previsto dal “Trattato di amicizia, partenariato e collaborazione” firmato a suo tempo a Bengasi il 30 agosto del 2008 tra i governi Gheddafi e Berlusconi. Tuttavia, la giudice Velletti, della I Sezione del Tribunale civile di Roma, si è rifatta all’art. 10 comma 3 della Costituzione italiana che stabilisce: «il diritto di asilo, che deve ritenersi applicabile allo straniero anche quando questi si trovi fuori dal territorio dello Stato per cause a esso non imputabili». Così il ministero della Difesa e il governo italiano sono stati condannati al risarcimento del danno.

Gli scenari

«Questa sentenza apre scenari importanti per tutti i richiedenti protezione internazionale a cui sia impedito nel proprio paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione e che, nel tentativo di entrare nel territorio dello stato per fare richiesta di asilo politico, sono quotidianamente respinti attraverso prassi illegittime dell’autorità italiana nelle zone di confine terrestri e marittime e di transito, ovvero nei porti e negli aeroporti», spiega Salvatore Fachile, avvocato tra i massimi esperti italiani di protezione internazionale. Insieme a Cristina Cecchini, il legale ha curato il ricorso contro i respingimenti collettivi attuati dalla marina italiana nel 2009 nella causa promossa da Amnesty International e dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

«La decisione del tribunale romano potrebbe mettere in discussione anche le politiche di esternalizzazione della frontiera e gestione della rotta mediterranea attraverso la collaborazione con le autorità libiche – aggiunge Fachile – È evidente che abbiamo appaltato ai libici ciò che un paese democratico europeo non può fare, ovvero la violazione sistematica dei diritti dei migranti. E ora spetta allo stato italiano riparare e risarcire il danno, anche e soprattutto facendosi carico dell’ingresso di queste persone da Israele, dove tuttora si trovano, all’Italia, per vedere riconosciuto il loro diritto a chiedere protezione internazionale».

 

Gaetano De Monte