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DAVIDE LIBERO











L’eterno ritorno dello “Stato di emergenza”

 

FONTE:contropiano

 

Si definisce “stato di eccezione” una particolare configurazione del potere politico. Ciò si verifica in presenza di una circostanza particolarmente grave che impone di sospendere il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione stessa. È quel che stiamo vivendo, ormai, da molte settimane.

Ma qual è la circostanza particolarmente grave che impone di sospendere lo stato di diritto avendo affidato a torme di svariati “tutori dell’ordine” in divisa (polizia, carabinieri, finanzieri e vigili urbani) supportati da una moltitudine di delatori e cacciatori di potenziali untori, il nostro destino, completamente, pienamente, per un tempo indefinito?

È la pandemia da Covid 19? Oppure è l’incapacità pregressa ed attuale dello Stato di fronteggiare l’emergenza stessa?

La verità è che non stiamo assistendo alla legittima applicazione di accettabili norme sanitarie di certo necessarie in questa grave circostanza qual è, certamente, l’epidemia da Covid-19, soprattutto per il suo altissimo tasso di propagazione.

Non certo per causa della elevatissima mortalità che ha interessato, fin qui, alcun aree circoscritte del Paese in cui hanno agito – da cofattori dell’alto contagio e della enorme letalità – decisioni, omissioni, inerzie e scelte che hanno costruito, nel tempo, le condizioni ideali perché la pandemia dilagasse e poi si trasformasse in strage.

Basta fare una semplice comparazione con paesi europei in cui, pur a fronte di un altissimo numero di contagi, la mortalità si è mantenuta su percentuali molto più basse. Invece, in Lombardia soprattutto, è stata strage, soprattutto di personale medico e paramedico, di anziani e di lavoratori.

E questo è successo perché in nome del profitto, nemmeno quando i numeri si facevano più allarmanti e le caratteristiche della malattia più evidenti, non si è voluta fermare in quelle aree gran parte della produzione e circolazione di merci e con queste il lavoro delle persone.

Il virus, poi, ha viaggiato anche a bordo delle polveri sottili – e dei polmoni deteriorati – che abbondano in un’area tra le più inquinate del mondo.

L’ondata di contagi si è abbattuta infine su un sistema sanitario pubblico già ridotto al minimo essenziale e sempre in ragione del profitto di pochi. A completamento dell’opera, hanno contagiato tutti gli ospedali ammassando inizialmente i positivi al virus insieme a tutti gli altri pazienti.

E qual è stata la risposta a tutto ciò? Totale caos nella gestione dell’emergenza sanitaria e nella risposta, sia sul piano politico che su quello amministrativo.

Di più, scuole chiuse e gente ridotta alla fame cui si danno spiccioli mentre piovono affitti e bollette a cui non importa nulla del coronavirus. I tamponi? Col contagocce. Le mascherine? introvabili e le poche arraffate vengono riutilizzate decine di volte.

Dunque, non l’organizzazione di misure idonee che garantissero un giusto equilibrio tra i diritti ed i bisogni delle persone (bambini compresi) e le necessarie norme di comportamento atte a debellare il contagio.

E che non si parli mai di andare a prendere le risorse (che ora servono tantissimo) dai ricchi i quali, indifferentemente da qualsiasi crisi, hanno continuato e continuano ad accumulare profitti e patrimoni immensi.

La riposta è sempre la stessa: colpevolizzazione degli individui sulla base di norme che ne puniscono – ante litteram – le intenzioni.

La riposta è mettere tutti gli “improduttivi” agli arresti domiciliari in massa perché potenziali untori.

I “produttivi”, invece, possono andare pure al macello e, infatti, ce li hanno mandati.

Lo Stato, le classi dirigenti e i padroni si autoassolvono, come sempre. Mai una vera correzione di tiro; mai una seria analisi sulle cause profonde e strutturali che determinano situazioni catastrofiche come succede ormai, da svariati decenni, con le conseguenze devastanti della selvaggia cementificazione del territorio o come nelle tragedie come quella del crollo del ponte Morandi a Genova.

E come sempre, quando il potere costituito va in crisi, decreta lo “stato di emergenza”; che vuol dire sospensione dello stato di diritto, compressione estrema delle libertà individuali e collettive. Il tutto accompagnato dal solito corredo di arbitrii ed abusi da parte dei “tutori dell’ordine” in divisa, proprio perché la norma speciale li ha investiti non già di una funzione regolatrice ma di una missione “etica” e “morale”.

Quei “tutori dell’ordine” i quali, in base alla norma “speciale” di turno sono autorizzati, senza limiti chiari, a sottoporre chiunque a fermo solo in base ad un sospetto, a parere individuale del “tutore”, che vi sia una qualche intenzione di trasgredire al decreto supremo del governo e, dunque, notificarti d’emblèe nientemeno che un avviso di contestazione di reato, accompagnato da una pesante ammenda da 553 euro, a prescindere dalla tua posizione reddittuale.

Così com’è accaduto ad uno sventurato rider qualche giorno fa e come viene fatto sistematicamente nei confronti di homeless e senzatetto.

D’altronde è sempre tempo per fare la guerra ai poveri, come quelli che, ora come allora, vengono lasciati affogare in mare perché, in quanto poveri, sono untori per definizione. Minniti, Salvini o Lamorgese, cosa importa? Cambiano le facce e i nomi, ma la sostanza resta sempre la stessa.

Ma cos’è che, ora, sta dando al potere la legittimazione ed il consenso necessari ad instaurare l’assurda situazione di coprifuoco che, nei fatti, stiamo vivendo?

Senza dubbio è la paura. La paura di essere contagiati dal virus malefico, la paura di morire in modo atroce e da soli.

Eppure l’ “uso politico” della paura è fenomeno ben noto, nel passato come nel presente, e siamo, purtroppo, abituati alla ricorrente strumentalizzazione di paure che talvolta hanno basi oggettive ed obiettive, come quella che scaturisce dalla rapida diffusione di un virus sconosciuto e così subdolo come il Covid-19.

Paure che, tal’altra, sono, invece, indotte dalla propaganda governativa veicolata dai media per ottenere consenso finalizzato proprio all’introduzione di leggi speciali.

Così è successo, ad esempio, con i Patriot Act , negli USA, dopo l’11 settembre del 2001, usati per “disciplinare” e “mobilitare” la popolazione contro un “nemico esterno” – “il terrorismo” – evitando in tal modo che si mettessero a nudo le gravi responsabilità, le omissioni ed i conflitti di interesse delle classi dirigenti in ordine agli attentati alle Torri Gemelle oltre che a quelli al Boing 905 e di quello allo stesso Pentagono.

Con i Patriot Act furono sospese tutte le garanzie a tutela dei cittadini e venne annichilita qualsiasi possibilità di fare crescere un dissenso organizzato e contrario alla versione ufficiale dei fatti instaurando un clima di terrore – quello vero – attraverso migliaia di detenzioni arbitrarie accompagnate da torture ed abusi di ogni genere.

Uno schema ben collaudato che, nell’Italia della fine degli anni Settanta, è servito al potere costituito a criminalizzare e ad abbattere il più grande e longevo movimento di classe di tutto l’Occidente (quello che aveva conquistato diritti sociali e civili per tutti a prezzo di dure e lunghe lotte e che ora ci stanno finendo di togliere un pò alla volta), sempre con la scusa della “lotta al terrorismo” e sempre mediante l’uso di una “legislazione d’emergenza”.

Quella che ha consentito arresti di massa, lunghe carcerazioni preventive ed abusi di ogni genere, in primis, l’uso generalizzato della tortura per estorcere confessioni e delazioni.

Insomma, in altre parole, anche in Italia, abbiamo sperimentato già ampiamente cosa significhino le “leggi speciali” e la sospensione tout court dello stato di diritto.

Ed allora la domanda che, ora, non riesco a non pormi è questa: quanto c’è di necessario nei draconiani provvedimenti che stanno delimitando così pesantemente la nostra libertà personale e collettiva e quanto, invece, molto di tutto ciò, corrisponde solo ad un’attività di “messa in sicurezza” dello status quo davanti agli esiti imprevedibili che possono essere generati da una crisi senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale?

 

Sergio Scorza